È risaputo che la lettura di Finnegans Wake comporta difficoltà enormi di lettura.
Len Platt (Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’, Cambridge University Press, Cambridge 2007) propone una semplificazione di queste enormi difficoltà di lettura suggerendo una presa di posizione univoca da parte di Joyce, valevole per tutta la stesura di Finnegans Wake. Presa di posizione che popone una precisa traccia degli eventi narrati in Finnegans Wake, e che riconoscerebbe il punto culminante di tale narrazione nell’evento della detronizzazione di HCE, Humphrey Chimpden Earwicker, oste di Chapelizod, da parte del figlio Shaun. Ma presa di posizione che avrebbe guidato tutta la composizione di Finnegans Wake. Tale presa di posizione, da parte di Joyce, sarebbe da riconoscere nella presa di posizione contro l’ideologia della razza da parte di Joyce; ideologia tanto malevola (e tale riconosciuta da Joyce) quanto prevalente in Europa nel tempo della stesura di Finnegans Wake.
Ma c’è da chiedersi: è sufficiente questa presa di posizione, evidenziata in Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’, e, nel testo Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’, attribuita a Joyce nella composizione di Finnegans Wake?
Questo perché la domanda fondamentale che deve essere posta sembra invece disporsi attraverso la forma: che tipo di romanzo si è infine presentato tramite Finnegans Wake?
La razza è ciò di cui è impossibile parlare: «Obsessed with all origins – the first building; the first city; the first act of sex; the first writing; ‘the first peace of illiterative porthery in all the flamend floody flatuous world’ (this being claimed of the prankquean tale at 23.9-10), and so on – the Wake is also famously concerned with originary language. But here the idea of the first ‘yew’ and ‘eye’ (23.36) is a matter of comic treatment rather than ‘science’. ‘Pure’ language is entirely compromised not just by the fact of cross-language puns and portmanteaus but inasmuch as the Wake revels so much in its own ‘contamination’. The genetic model of historical linguistics, which ignored what it constructed as irrelevancies or ‘unsystematic intrusions’ and focused on an essential ‘core’, is entirely undermined by the Wake.» (pp. 19-20).
Questo perché tutto è confuso all’origine. Nel romanzo che scruta all’origine. Solo la lingua è ciò di cui lo scrittore può disporre. Ma cosa succede quando lo scrittore rifiuta la lingua che dovrebbe determinare il suo ricordo nel tempo?
Solo la lingua è ciò che permette di parlare di razze. Così bisogna precisare che non esistono razze pure, così come non esiste lingua originale. Tutto è frutto di commistioni. La lingua è lo schiavo della razza.
Ma così si può aprire il discorso relativo alla differenza tra autentico e inautentico.
E proprio la razza, precisa Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’ aprirebbe il discorso allo “sporco”; sempre ampiamente presente in Joyce. Ma questo perché, secondo l’intento di Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’, lo “sporco” è ciò che si oppone alla teoria ufficiale della razza presente nel periodo in cui Finnegans Wake veniva composta.
Ciò che non si può pensare in modo razionale ha diritto di sfuggire alla comprensione nazionale. Quindi Finnegans Wake (che è un romanzo che parla del tonfo, da parte dell’individuo qualunque, nello stemma della razza) deve porsi come romanzo incomprensibile. Ma questo perché lo stemma della razza è il tonfo dello stemma. Cioè della razza. Finnegans Wake butta all’aria una delle certezze più comuni relative all’arte dello scrivere: la certezza relativa alla comprensibilità affidata da sempre all’arte dello scrivere da parte di colui che si pone come “autore”. Che è quello che non riguarda lo snobismo dell’artista d’avanguardia. È proprio quello che Umberto Eco non ha compreso – ma peggio per lui! (Dio stramaledica l’Italia!)
Finnegans Wake non si presenta come opera difficile da comprendere, quanto come testo impossibile da comprendere nella sua totalità. L’avere affrontato, come tema di composizione di Finnegans Wake, il tema del sogno comporta, da parte del testo di Finnegans Wake, l’accettazione della difficoltà che si presenta come ciò che non può essere accettato nel dire del tempo del risveglio. Poiché ciò che è fondamentale del sogno è appunto la sua incomprensibilità nel tempo che succede al sogno, cioè ciò che riguarda il tempo del risveglio. Che è il tempo della razionalità del dire. Che si è sempre esteso, prima della comparsa di Finnegans Wake, alla possibilità di dire razionalmente il sogno. Quindi di dire il sogno secondo ciò che non pertiene al modo di dire del sogno, ma ciò che è il modo di dire il sogno che è ciò che rimane del sogno – nel tempo del risveglio – del linguaggio del sogno.
Infatti Joyce, in Finnegans Wake, non sembra volere razionalizzare il percorso del sogno, o l’interpretazione del sogno, quanto riprodurre il meccanismo del sogno. Che, lacanianamente, è il linguaggio del sogno. Percorso che si manifesta nella immersione dei temi della razza. Che non devono condurre da nessuna parte. Poiché la razza è proprio ciò che non ha più parte.
Nella razza, in quanto tuffo impreparato negli archetipi collettivi, è proprio ciò che si nasconde, impreparato nella razza, ciò che sfugge al discorso razionale, che è il discorso nazionale così come noi lo intendiamo. Poiché razionale e nazionale è ciò che appunto può essere scambiato. Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’ dimostra proprio come sia difficile, adesso, affrontare il tema della razza. Poiché la lingua che noi abbiamo come dato nazionale è proprio ciò che si è formato per non parlare di ciò che noi ancora chiamiamo “razza”. Che per noi è ciò che razionale, che forma ciò che è nazionale.
Notare infatti: la copertina del libro presenta Joyce in atto di avanzare. Ma avanzare chissà verso dove. Eppure nel disegno Joyce sembra avanzare con decisione. Ma avanzare con quello che è riconosciuto essere il “passo dell’oca”. Collegando immagine di copertina e titolo del volume (Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’), si potrebbe supporre che il libro tenda a coinvolgere Joyce, almeno nell’epoca di Finnegans Wake, nella ideologia della razza presente in Europa nell’epoca della composizione di Finnegans Wake. Ma questo è proprio quello che Joyce, Race and ‘Finnegans Wake’ tende a mettere da parte. Anzi, a contrapporre. Eppure questo è ciò che viene lasciato al lettore, in quanto spazio libero di pensare, che solo il lettore può fare, nel momento in cui ha a disposizione un testo – Finnegans Wake – che si pone di raccontare la caduta a terra nel mondo degli archetipi collettivi della razza, quando il romanzo, nella forma finale di Finnegans Wake, si pone come romanzo che rifiuta la comprensione del suo dire come forma estrema di accettazione del proprio lettore. Poiché la domanda è: dove si va?
HHhH
Qualunque discorso sul nazismo fatto adesso deve partire dalla considerazione intorno al tipo di Europa che si presenta adesso a noi, cioè dal tipo di Europa che la sconfitta del nazismo ha indirettamente contribuito a creare. Questo è il modo autentico in cui il nazismo può tornare a parlarci. Questo perché noi, che viviamo nell’Europa che la sconfitta del nazismo ha indirettamente contribuito a chiamare, per costruire ciò che ci affanniamo a definire “Europa”, chiamiamo indirettamente il nazismo come controparte di ciò che ci affanniamo ancora a definire “Europa”. Questo nel momento in cui noi riteniamo essere il nazismo la cosa che meno ha il diritto, tra tutte le cose che hanno la capacità di parlare, di ottenere la parola per parlare. Per cui noi, indirettamente, per la maggior parte dei casi, chiamiamo il nazismo come cosa che non può più tornare a parlarci. Ma il rinnegamento del nazionalsocialismo è stato per l’Europa l’atto di sottomissione alla razza semita. Si tratti di ebrei o di arabi, la razza semita è ciò che, con assoluta arroganza, abita adesso l’Europa. Il modo assolutamente arrogante con cui la razza semita abita adesso l’Europa è ciò che permette di comprendere ogni forma di razza straniera venuta ad abitare l’Europa. Si guardi come un negro o un indio camminano adesso, con assoluta spavalderia, nelle strade delle terre d’Europa, strade mai costruite per la loro andata. Ma questo perché le strade d’Europa sono le tracce di ciò che l’Europa ha abbandonato dell’Europa. Che doveva essere ciò che si sarebbe dovuto determinare come il pensiero dell’Europa sull’Europa. Ed è ciò che adesso deve essere posto a oggetto di un pensiero che rimane nascosto. Ogni vera musica vive solo nel respiro del silenzio. Ogni filosofia vive nel soffio di ciò che, nell’arte del dire della filosofia, viene sottaciuto.
HHhH di Laurent Binet (edizione originale: HHhH. Himmlers Hirn heißt Heydrich, Bernard Grasset, Paris 2010; traduzione italiana: HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, Einaudi, Torino 2014) racconta un episodio della storia della Resistenza cecoslovacca: l’uccisione di Reynard Heydrich, allora governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, ad opera di alcuni partigiani, soprattutto un partigiano ceco e un partigiano slovacco. Lo scontro che Laurent Binet si sforza di cercare di rappresentare in questo romanzo è quello tra volontà (da parte di un paese) di opprimere un paese straniero, e volontà, da parte di alcuni individui, di liberare il proprio paese da quella oppressione.
Ma questa certezza di intenzioni nasconde delle incertezze sul modo di rappresentazione da adottare ai fini di questa rappresentazione; incertezze che si possono riassumere in questa domanda: come rappresentare quella certezza, che deve essere la certezza della Resistenza? Che è poi ciò che nasconde la domanda: “che cosa si nasconde nella Resistenza?” Vale a dire la domanda: chi parla in quel punto? Che impone la domanda: Come dare la parola ai partigiani?
Il tema dell’amore per il proprio paese, da parte di un autore che, per nascita, non appartiene a quel paese, cioè alla Repubblica Ceca, essendo Laurent Binet francese, ma in quanto autore che ama quel paese, cioè l’attuale Repubblica Ceca, chiama a sua volta un tema che, in questo contesto, può sembrare fuori casa, ma che invece interviene nella composizione della casa quanto nella sua consacrazione, cioè in quanto attiene alla sfascio della casa: il tema del flâneur. Domanda che, nel tema della consacrazione della casa, suona del tipo: “Che tipo di Europa ha preso forma con la sconfitta del nazismo?” Tolkien è stato uno dei pochi scrittori a poter intuire qualcosa: «non sono del tutto sicuro che una vittoria americana a lunga scadenza si rivelerà migliore per il mondo nel suo complesso piuttosto della vittoria di –» (J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, Bompiani, Milano 2001, p. 76). Il trattino indica appunto ciò che è da chiamare, vale a dire ciò che è da consacrare in vista di uno sfascio, anziché di una consacrazione, della casa; questo perché ciò che è da chiamare qui non è un nome solo ma una alternanza di nomi; non una costante ma una variabile che si determina in un tempo. Infatti il nome non è solo l’avanzo della sconfitta. Poiché ciò che chiama non è ciò che si chiama: non Hitler, ma Himmler, che insieme si chiamano Heydrich.
La storia registra che gran parte della Resistenza al nazismo è stata alimentata dall’amore verso il proprio paese. Che cosa avrebbe comportato una accettazione della ideologia nazista da parte di una persona il cui paese era stato invaso dall’esercito nazista? Ma soprattutto: che posto poteva avere, in quello scontro, colui che non aveva mai amato il proprio paese? HHhH: «Dopo la guerra qualcuno farà questa osservazione: fra le decine di paracadutisti selezionati per essere inviati in missione nel Protettorato, quasi tutti avevano dichiarato di essere motivati da un sentimento patriottico. Solo due, tra cui Čurda, avevano detto di essersi offerti volontari per amore dell’avventura, e quei due hanno tradito.» (I/184). Che posto potevano avere, quei due? Certo non solo quello del traditore. Se uno avesse ritenuto – con la massima convinzione – che la diffusione della propria razza avesse potuto costituire un pericolo per il mondo? Riconosciamo così di essere all’interno della parallasse di Rimbaud: “Sono sempre stato di razza inferiore”; perché è proprio all’interno della parallasse di Rimbaud che si deve articolare questo incauto tentativo di ragionamento. L’incauto ragionamento è quello che prende a modello l’ellisse della esagerazione e a termine la parallasse dell’equilibrio. Che pone un’altra parallasse. Infatti questo ragionamento è ciò che viene posto al di fuori della ragione. In quanto questo ragionamento – adesso – non può che suonare come una domanda di questo tipo: “Che cosa fare delle razze inferiori?”
Non si può parlare del nazismo senza parlare delle teorie razziali, che attualmente sono viste come l’essenza del male assoluto in opera sulla terra. La principale differenza tra il nazionalsocialismo e le altre teorie fasciste ad esso contemporanee consisteva nella predominanza che il nazionalsocialismo conferiva alla teoria razziale. Quale Europa si presenta adesso? È possibile rivendicare la teoria razziale nazionalsocialista in quanto valore posto a difesa dell’Europa? Per l’antisemitismo il semita è l’estraneo che deve essere allontanato dall’Europa. Ieri, questo estraneo semita, era l’ebreo; oggi è l’arabo. Ma parlando di razza, la razza è la stessa. Una sola razza nemica che si affaccia e ferocemente insiste in Europa: la razza semita. Stessa razza; stesso dio; stesse facce feroci. Stessa ferocia pronta a scattare. Ma non si tratta solo di antisemitismo. Accanto al nemico esterno c’è il nemico interno. Lo straniero di casa, che, agendo in casa, rende la casa non più cosa di casa: cioè il nemico rappresentato dal meticciato – il meticciato slavo e il meticciato latino: lo slavo e il latino. E poi gli zingari. Tutta questa compagine costituisce infine un unico bersaglio. Il grande bersaglio della grande Soluzione Finale.
Che è la grande differenza che compone epica e romanzo. Il romanzo mette in gioco individui; ma l’epica parla di razze. Quindi è ormai il tempo di pensare il pericolo che attende nel profondo. Ma vale la pena, alla fine, pensare ciò che porta con sé il pericolo? Solo quando il pensiero è qualcosa di pericoloso per l’uomo, allora il pensiero è qualcosa che vale la pena arrivare a pensare. Solo lì l’uomo è spinto verso qualcosa di diverso; cioè verso una decisione. Altrimenti è solo un mondo per dare da campare a figure grigie, che appunto così campano su un vecchio pensiero, che più non pensa pensieri pericolosi: vale a dire l’umanesimo. Pensare la pericolosità del pensiero è un modo per comprendere di essere sulla strada giusta. Deve essere chiara la differenza tra storia e storiografia. Questo è importante per la differenza tra epica e romanzo. Ma bisogna sempre mettersi a scrivere per pochi fanatici. Scrivere è un’arte magica. Un’arte dell’incanto che libera dai topi, ma che può portare via ciò a cui si tiene di più, se non si rispettano i patti. Bisogna insorgere contro la propria razza quando si scopre di essere di razza inferiore. Non perdonare chi ci ha fatto nascere lì. Noi adesso possiamo dire che la storia della Resistenza europea contro il nazismo è un episodio della lotta del meticciato d’Europa contro la razza bianca d’Europa. Questo perché dobbiamo chiederci: “Chi ha il diritto di abitare l’Europa?” Grande Michel Houellebecq!, che ha capito come il razzista odi sopra di tutti il meticcio! Io infatti odio soprattutto il meticcio italiano, o, come amo definirlo io, il disgustoso meticcio italiano. Odio quel bastardo di italiano. Odio il bastardo italiano. Lo odio soprattutto quando
Fuori Umberto Eco
La cultura ufficiale è adesso un po’ meno ufficiale e noi ci siamo tolti un peso dallo stomaco.
Con la sua narrativa, Umberto Eco è diventato il Borges dei poveracci. Per fortuna di ciò che è sano, questa narrativa non ha innalzato il livello culturale dei poveracci, ma nemmeno ha abbassato il livello di Borges.
Umberto Eco rappresenta in pieno la dannosità di tutto ciò che è italiano nei confronti della cultura internazionale. Grazie ai suoi libri, Umberto Eco ha potuto diffondere a livello mondiale quella furbizia, quel servilismo, quella cialtroneria che hanno sempre contraddistinto ciò che è italiano. Ha potuto trasformare nequizie “nazionali” in qualcosa in cui tutto il mondo ha potuto riconoscersi come segno dei tempi della globalizzazione. È la stessa cosa che Nietzsche riconosceva nei confronti di ciò che è ebraico. E quella stessa cosa non stupisce poi più di tanto: ciò che puzza può puzzare in mille modi differenti, ma al naso darà sempre fastidio.
Umberto Eco “spirito libero”? Un italiano è servile anche quando non è servile, così come è ladro anche quando non ruba.
Nuova Europa
Ci si taglia quando il coltello non taglia.
I filosofi di Hitler di Yvonne Sherratt (2013, Yale University Press; 2014, Bollati Boringhieri) è un libro che dimostra uno strano taglio. Il titolo lo esprime: non “nazionalsocialismo e filosofia”, ma “Hitler e i filosofi”. Persone e non questioni.
Puntare alla persona è attualmente il modo più semplice per fare a meno di parlare della terra. La terra diventa così solo terra dove andare, palcoscenico per personaggi messi a sfilare in base a una epicizzazione che viene dall’alto.
Ciò che della filosofia viene detto nel libro, proponendosi come libro che vuole trattare di filosofia, si riduce a una serena serie di tagli biografici, che suonano con la taglia ridotta di molti piccoli aneddoti. Perché questa preponderanza del dato biografico sul pensiero, proprio quando si dovrebbe parlare, stando al titolo, solo di filosofi? È come se si evocassero ombre di filosofi per nascondere ciò che nei filosofi è stato il dato più importante: il pensiero. Perché dunque questo taglio?
Eppure ciò che qui viene tagliato è qualcosa di diverso: il rapporto tra terra e filosofo.
Filosofia è trovarsi prigionieri di una domanda o di una frase che non suona come domanda, ma che non implica l’andare per la terra.
Il libro introduce questa sfilata tramite una lista di persone del dramma che può richiamare il prologo della degenerata Lulu.
Come nella Lulu le trasformazioni e gli omicidi avvengono all’improvviso. Solo scheletri che vengono di colpo su dalla terra. Così si profila la figura di Jack lo squartatore, che chiude orizzontalmente il dramma; ma si profila la figura del domatore – che, aprendo il dramma, chiama a sfilare i personaggi.
È un peccato che l’edizione italiana del libro non riproduca le quattordici illustrazioni dell’originale, subito dopo la lista delle persone del dramma. Un “ostinato” che può richiamare quello che fornisce l’ingresso alla Filmmusik della Lulu. Notevole l’immagine di Adorno colto quasi di sorpresa di schiena davanti ai suoi vecchi mobili. Mobili passati dal vecchio al nuovo mondo.
Si tratta forse di un libro che potrebbe piacere al vecchio Umberto Eco, l’italo sporcaccione della letteratura d’avanzo?
Peter Kolosimo è il paradiso perduto dei Wu Ming, così come il romanzo sporcizia praticato da Umberto Eco e dai Wu Ming è, per l’uno e per gli altri, il paradiso perduto della letteratura. Ma la letteratura sporcizia chiama sempre alla resa dei conti con la sporcizia razziale.
Ma questo rimanda a una “letteratura” cresciuta sull’ipotesi del dopo-bomba. Letteratura di sporcizia, ma di una sporcizia lasciata dalla bomba. Quindi di una letteratura che si riconosce come “ricostruzione”.
Un libro irritante, appunto, in quanto libro che parla di filosofi senza mai porsi la spina della filosofia. Ma alla fine un libro che, tolta la spina, lascia una domanda d’antico taglio.
Quindi un libro che attende al varco il proprio lettore. Il varco che attende il lettore di un libro è sempre ciò che lo attende alla fine della lettura.
“Perché nella Germania dell’immediato secondo dopoguerra i sistemi teorici di Heidegger e di Carl Schmitt (cioè di alcuni dei filosofi favorevoli al nazionalsocialismo) hanno avuto più ascolto dei sistemi di Adorno, Kurt Huber, Benjamin (cioè di alcuni dei filosofi che hanno segnato la resistenza al nazionalsocialismo)?”
È questa la domanda che ci riguarda in quanto lettori. La storia insegue. Ma in quanto nella posizione di inseguiti, ci si può chiedere: “la storia di chi?”
Lunghi sono i tempi e lunghi sono ancora di più i discorsi.
Salti all’indietro, ritaglia la filosofia della Resistenza. Vive solo di questo. Quanta malinconia vi cade, appena chiara come neve. Tanto complicata quanto vecchiotta, un poco simile alla musica di Mahler, questa filosofia ha un poco il taglio sottile dell’arabesco di profumi, che incanta e attira – ma sempre meno convince.
Prima di tutto risveglia la mummia dell’umanesimo. Ma una diversa selezione del pensiero chiama a una selezione razziale per un pensiero diverso. Nietzsche insisteva sulla necessità di una casta di schiavi come elemento imprescindibile alla costituzione di qualunque civiltà. Solo una smorfia basta a Losurdo per fare a meno di considerare questa parte del pensiero di Nietzsche.
Ma la selezione che delinea il meticciato trascorre sempre lì.
Il nazionalsocialismo ha reso possibile un taglio nel nodo di pensare tradizionale. Un risultato del nazionalsocialismo è stato l’impulso alla lotta tra civiltà germanica e civiltà latina. Il tema della fine dell’epoca della metafisica di Heidegger vi si allinea così in modo naturale. Va a Heinrich Himmler il merito di aver affrontato questo tema nel progetto dell’Ahnenerbe. Ma è un tema che taglia da lontano. Già Fichte lo aveva configurato nei Discorsi alla nazione tedesca. Esso è contemporaneo alle prime formulazioni di quella scienza che poi sarà nota come “indoeuropeistica”. La comparsa dell’indoeuropeistica ha chiamato a rendere conto della domanda: “Che cosa fare dello straniero che ha imparato a mescolarsi così bene tra noi?”. Lo straniero che aveva imparato a mescolarsi così bene tra noi, all’epoca delle prime formulazioni dell’indoeuropeistica, era solo l’ebreo. Ma prima ancora, lo straniero che aveva imparato a mescolarsi in Europa era il portatore del cristianesimo. È tramite l’indoeuropeistica che l’Europa scopre lo straniero sul proprio territorio e, sempre tramite l’indoeuropeistica, l’Europa può identificarlo come straniero di razza semita. Identificarlo sempre come razza semita. Ma parlare di razza è qualcosa che va ben oltre la ricerca della verità, perché questo nuovo parlare non implica solo il richiamo alla verità. Questo parlare chiama prima di tutto il disprezzo come taglio di giudizio. La ricerca del giusto disprezzo viene prima della ricerca della verità. È una ricerca che impegna nel profondo. Posto che ciò che si cerca non sia la verità, ma il disprezzo.
Qual è allora la funzione della filosofia? La filosofia è qualcosa che può suonare quindi come scienza pilota. In quanto scienza pilota, la filosofia ha il compito di pensare il concetto di essere umano. Ma il concetto di essere umano, da noi ricevuto in eredità da una vecchia filosofia, è un vecchio concetto pilotato da una vecchia filosofia, che è ormai tempo di mettere a tacere.
Faye mostra tutta la difficoltà nel riconoscere ciò che ha il tipo di un nuovo taglio di pensiero.
Che è quello che, con la sua semplicità, nemmeno fa I filosofi di Hitler di Yvonne Sharrett. Il nazionalsocialismo è quanto la modernità vuole tagliare da sé. Quello con cui non vuole più avere niente a che fare. Ma forme di questo pensiero, stagliandosi come la filosofia di Heidegger, continuano a distrarre con l’insistenza di fuochi fatui. E si stagliano su un orizzonte da cui incutono timore – come nuvole in un cielo che, colto come ospiti di passaggio, ci si ostina a riconoscere straniero. Come la filosofia di Nietzsche. Questo perché riguardano ciò verso cui l’uomo è destinato, cioè verso il nuovo modo di pensare – nel quale però l’uomo si sente estraneo. Cioè tagliato fuori. Ma l’Europa ha rinunciato alla determinazione della propria figura quando, tagliandolo da sé, ha rinunciato al proprio cuore. Antisemitismo: cuore d’Europa.
Quello che attrae in Heidegger è la svolta verso il nuovo inizio. Ma questo “nuovo” non viene per noi da qualcosa imprecisato.
Di spalle Adorno può solo intagliare pensieri come mobiletti dentro il vecchiume della filosofia, quando questo vecchiume è proprio quello con cui è venuto il tempo di disfare i conti. Cioè di disfarsene. La terra non è mai terra dove andare. Ma avere terra dove andare è ciò che ha caratterizzato i filosofi della Resistenza, che, trovando davanti a sé solo terra dove andare, ha permesso loro di racimolare stracci di pensiero. Questo perché non c’è terra dove andare, se non c’è Terra del Sacro. Perché questo è ciò che costituisce il taglio.
Il più grande pericolo
Il più grande pericolo per l’Europa è attualmente rappresentato dall’islamismo, che cerca in tutti i modi di distruggere la natura dell’Europa. Ma questo pericolo, che attualmente è il più grande pericolo per l’Europa, ha una origine ben precisa. Esso nasce all’interno della razza semita, perché l’islamismo, come l’ebraismo e il cristianesimo, è una forma religiosa che ha la sua origine all’interno della razza semita. Per cui il più grande pericolo per l’Europa è attualmente rappresentato dalla razza semita e l’unica difesa cui l’Europa possa ricorrere è un autentico antisemitismo. L’antisemitismo è il valore che l’Europa non deve dimenticare. Questo è quello che l’Europa deve finalmente comprendere.