Approssimazione a Innsmouth
Solo in una formula consiste la grandezza di HPL?, il meticcio italiano Dante (Dante di merda, familiarmente giunto giusto in app gratuite apposta sui nostri dispositivi di utenti di merda) era solo “il meticcio italiano Dante di merda”, del tipo “clicca e sputa sul muso del meticcio italiano Dante di merda che si affaccia qui punto in sputo e app a tappo per te”, come eravamo soliti identificarlo noi, quando noi tutti, infanti secolari, sapevamo che Dante di merda era solo il piccolo “Dante di merda”, l’italiano meticcio-semita-cristiano, che tutti noi avevamo imparato a riconoscere come cosa da scartare sui banchi magri d’incubi di scola nostra in Italia misera miserella meticcia pure poverella (Italia di caccherella, porta via culo ratto sfratto rotto tuo di qui), prima che arrivassero Asín Palacios, don Miguel, ok Henry pure Corbin också col loro sapere d’accademia a bollare Dante di merda (dico Dante di merda, “l’italiano di merda” per eccellenza) come nemico (indiretto secondo volontà sua, di italiano di merda) di razza (Dante, quindi = italiano di merda)? Dante di merda (italiano di merda) sona adesso jingle in giungla di jingle decomparsa fra gli italiani di merda che sono sempre tutti intorno a Jossa giusta giunta in frotta a fronte a frotte a noi? perché poesia è adesso diventato non più ponti da lanciare tra mondi tra specie fino a lì remote? l’ombra su la cittadina stesa sovra sona ora sì come maschera su cittadina nostra a vista immaginaria? si ha solo ombra quando ombra è appena maschera (look) lasciata sobra scorcio libre a traverso sforzo uno de la tradizione? vale anche per il meticcio italiano di trattoria Nelson Mandillo fatto a li scacchi? fino a che punto è lecito l’intervento contro il nemico di razza, come giustamente pone a pensare Peter Trawny? il problema che adesso si pone è il problema del meticciato, che è quello che si può pensare di seguire lungo tutto il raccontino qui sconsideratamente posto a trattare a tratti e strattonato, per cui si può ottenere stringa una di tipo in spiccio spiccato in base “s-” [“s” più trattino a giusto mezzo] “Meticciato = {¬ Razza Bianca}”; ma per il resto, mettetevelo bene in testa, per quello che io faccio, il mio personaggio, che dice: “‘Io’ vado a fica”: da dove arriva, allora, questo richiamo al meticciato – che è simile a ciò che chiama dalla musica di Bruckner? – (Tönle) quando torno al mio paese? Pierino è questione costante dell’annusare il meticcio italiano di merda, dico l’italiano di merda che mi infastidisce sempre di più, in quanto eroe di un terriccio, impropriamente chiamato “terra” in quanto “paese senza eroi” da Stefano & Jossa (esse punto poi vu punto P & Rino), quando torno al mio paese, così come il “negro” Negro Mandela è una questione del meticciato italiano, porco di un dio, – per cui o si ricordano qui dentro le parole dei nonni o si collegano i libri posti da loro forse mica no – per questo, dico io (me), si può vedere il richiamo tra la vita e l’opera di Bruckner (del Bruckner quello Anton) e la vita e l’opera di Nietzsche. Tema di Pierino: {andare a fica} traducibile in approssimazione dialettale con {anâ a móssa}, porco Dio. Qui dove sono, io Cittadino, mi fisso in un nido sconcio di parole. Tengo la posizione. Dico: si poteva risolvere con la polpetta avvelenata, no? Dico per l’appunto. La musica di Bruckner è un richiamo arcaico, un anacronismo, il germe di un enigma che giunge vispo pronto in sono da dove sono io da molto lontano; così come la narrativa di H.P. Lovecraft – per cui si può dire che la chiave di questo racconto di HPL consiste nel meticciato, fermo stando e restando che niente è più inconsistente quanto la possibilità di una “chiave”: perché le parole che, chi scrive, è dato stringere insieme sono solo parole che, chi scrive, può utilizzare in tempo (tempore) in quanto tempo (tempore) che è stato a lui in quel caso tempore concesso per quella operazione; ciononostante consideriamo la chiave fornita dalla parola “meticciato” come lo schema per affrontare il racconto di Lovecraft (HPL) in questione nostra (giusto quella), perché difendere la cosa non vera, che si sente vera, è ciò che porta al vero in quanto ciò che non dà scampo/scalpo, perché, come le parole, è la cosa che riguarda il tempo che ci è dato a disposizione, a noi così di colpo, per cui parlare del meticciato è parlare delle parole che mancano, come parlare delle cose del niente che, in quanto “niente”, stando in mezzo, benvoluto tra le parole, alle parole che ci sono, permette alle parole di diventare, allora, le parole che ci sono, perché la parola è la cosa che rimanda a ciò che l’insieme “parola” si pone allora come {insieme} di tante cose, per cui chi scrive deve vedersela con i landvættir del pensiero – ricordi gli italiani (italiani di merda) – quando quei bastardi di italiani s’incamminavano a zampe quattro in fila loro (fyra)? Reder, personaggio Immaginario di Thomas Bernhard, riconosceva nei tratti grossolani del volto di Heidegger ciò che costituivano il volto ordinario del filosofo Martin Heidegger in quanto ciò che non aveva diritto a costituire il volto del nuovo filosofo, ma solo tracciare spente rughe su cui non si ha più a che fare sul muso del puro meticciato del muso di Umberto Eco hanno i veri tratti ordinari del vero meticciato (spacciato homo-pesce in onda meno che menù che Wu fu ming), perché solo il meticciato è ciò che esclude l’essere di razza in quanto a ciò che si pone come tendere a ciò che è di razza, secondo quando quanto annottato già da Nietzsche (Aurora, 272) – per cui Reder poteva anche parlare di maestro di Alta Austria Anton lo Bruckner e insisto qui, solamente, io: cinema è solo ciò che si rivolge a chi ha la posizione di chi può solo porsi a guardare, che è l’ombra calata in maschera una (look) di Innsmouth all’annotare quando più annotta, come torna a mostrare Ellroy, ombra scacciata del cacciatore. Il narratore è portato alla considerazione di Innsmouth nel tempo che ratto lo trasporta difilato (rapido, dritto tanto trotta quello) alla sua notte, per cui il tempo che lo porta al successivo soggettivo annotare è il tempo di ciò che è avvenuto nel tempo di un oggettivo annottare, come rapido fugge Mitchum a zampe quattro ferito languente squittente in cerca di nascondiglio. Quello che è certo è che la parola è la cosa più ambigua con la quale ci troviamo adesso più che mai ad avere a che fare, perché la parola è ciò che ha permesso al meticcio italiano Dante (Dante di merda) di farsi assumere come poeta. In ogni modo, costi quel che costi, bisogna porre fine al meticciato (var. meticcianesimo).
Un puro schema numerico di Innsmouth
Per cui, a noi qui si dice, che è possibile indicare uno schema per questo racconto, che ragione ha di valere in quanto schema per il racconto Innsmouth (La maschera di Innsmouth, L’Ombra su Innsmouth) quanto schema come di sinfonie di Bruckner basato sulla divisione in 3 secondo quanto affermato da Karl Grebe?
Il racconto L’ombra su Innsmouth / La maschera di Innsmouth comprende cinque capitoli, così raggruppabili secondo il possibile schema di cinque segmenti – ciascun segmento è come un’epica del meticciato in quanto ciò che avvicina il meticcio al suo meticciato di origine:
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Il primo segmento riguarda l’esistenza di Innsmouth, raggiungibile con la modica spesa del costo di un biglietto di autobus vecchio e tanto scassato. Forma Personaggio: il bigliettaio della stazione ferroviaria di Newburyport, poi la curatrice del museo.
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Il secondo segmento riguarda la forma stessa di Innsmouth, dove adesso il narratore si trova più o meno libero di girare. Forma Personaggio: il gestore della drogheria, che fornisce lo schizzo dettagliato della mappa della cittadina.
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Il terzo segmento riguarda il vecchio Zadok Allen. Il narratore è implicato nel fatto di conoscere la vera storia di Innsmouth. Forma Personaggio: il narratore Zadok Allen. Tenere presente: capitolo centrale; denuncia del meticciato. Il Centro del racconto coinvolge il Personaggio che può scodellare la Storia.
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Il quarto segmento riguarda il pericolo rappresentato dalla permanenza a Innsmouth durante la notte e la fuga da Innsmouth. Forma: il tuffo dalla finestra dell’albergo. L’esposizione del meticciato, prima tenuto nascosto.
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Il quinto segmento riguarda la genealogia. Che torna a coinvolgere il narratore nella forma in cui lo abbiamo conosciuto all’inizio, cioè all’inizio di una nuova età raggiunta. Forma: il tuffo irreversibile nella genealogia, cioè nel tempo in cui, non essendoci, già quello c’era – ma c’era in quanto archetipo del meticciato, a cui quella nuova forma vuole infine aderire.
Si vede che è possibile ridurre questa possibilità di schema ulteriormente:
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Desiderio oggettivo di conoscere le proprie origini;
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Racconto delle origini da parte di un elemento al di là di ciò che costituisce il polo Oggettivo/Soggettivo;
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Desiderio soggettivo della nuova origine intravista.
È questo uno schema ternario che può rimandare all’analisi di Grebe delle sinfonie di Bruckner?
Grebe riporta il giudizio secondo cui Bruckner non si sarebbe mai liberato della formula iniziale della Nona di Beethoven. Il primo tema dell’Ottava di Bruckner può richiamare il primo tema della Nona di Beethoven. Differenza: Beethoven crea un’opera basata sulla continuità, Bruckner crea un’opera basata sulla discontinuità – ipotesi che apre a ciò che è frammentarietà. La Nona di Beethoven ha nel primo tempo un carattere di fusione tematica, che, forse, può ritrovarsi nella Nona di Bruckner. La linea delle sinfonie di Bruckner ricorda la linea delle sinfonie di Beethoven, in quanto cammino verso l’astratto, in quanto ciò che può comprendere la parola, anche solo nella forma del Te Deum – da Bruckner previsto come movimento conclusivo della sua Nona sinfonia. Il quarto tempo della Nona di Beethoven è una scorciatoia; mentre tutta la sinfonia è un compromesso con il terzo stile. È certo che il culmine del genere sinfonico si ha con Anton Bruckner, che ha superato d’un colpo l’ultimo strafalcione di Beethoven – le sinfonie di Beethoven sono solo uno strafalcione che la Nona riesce a tenere fermo appena nei primi tre movimenti. La questione era la grande orchestra, infatti i capolavori del terzo stile di Beethoven non comprendono più l’orchestra.
Le sinfonie di Bruckner come esempio di opere mondo: il ruolo delle sinfonie di Beethoven, che aveva intravisto il ruolo del contrappunto, in quello che sarebbe diventato il terzo periodo, non lo aveva inserito pienamente nella sinfonia; che finisce con Haydn – Mozart ha detto ben poco di buono poi, la vera innovazione Mozart l’ha comportata nel campo del teatro d’opera (controllate i finali).
Collegamento a Chapoutot: Bruckner pensava per installazione di rovine, nel senso che creava i suoi temi come rovine (vale a dire: frammentazione) che dovevano portare alla nuova musica (in quanto musica non più di frammenti. ma che nemmeno doveva avere a che fare con la variazione) – che è quello che si evince dalla costruzione complessiva della Quinta. Mozart creava a partire da un finale, che serviva a concludere per un pubblico che si doveva alzare dalle sedie. Infatti l’arte del frammento di Bruckner conduce all’arte del frammento di Novalis, che era l’arte della totalità dispersa in un cerchio che doveva sempre muoversi tenendo fisso il ritorno alla casa fissa nel centro del cerchio.
Il principio della variazione lascia lo passo a qualcosa come la composizione della frammentazione in quanto principio basilare dell’opera.
Bene, le sinfonie di Bruckner sembrano seguire uno schema di questo genere particolare:
Richiamo (Sinfonia 3, 4, 5). Prevalenza degli ottoni. Punto di vista: Oggettività; si chiama ciò che è altro.
Contro-Richiamo (Sinfonia 0, 1, 2, 7). Prevalenza degli archi. Punto di vista: Soggettività; ci si sente chiamati da ciò che è altro.
Post-Richiamo (Sinfonia 8, 9). Prevalenza degli ottoni. È ciò che chiama. Passaggio interno-esterno, soggettività-oggettività.
Il meticcio è ciò che si riconosce come un fastidio leggero a prima vista, come indica il resoconto in questione nel momento in cui si ha l’entrata in scena di Joe Sargent, momento che registra le impressioni del protagonista alla vista di quel meticcio desolante, ma è ciò che porta a riconoscere il narratore come un personaggio di famiglia – mentre il narratore che racconta è il meticcio che è stato accolto – da qui penso io il collegamento possibile con Wuthering Heights.
Ciò che qui si è determinato come “forma” è in realtà ciò che determina un personaggio secondario, che si appiglia, di volta in volta, alla forma della degenerazione di ciò che è un volto quando il volto è ciò che porta lontano da ciò che si ritiene essere volto e svolta e schiaffo infine – insomma bisogna abbandonare la forma umana.
Si vede che questo schema è nient’altro che il contro schema di uno schema che prevede l’Incontro, che può aver luogo solo nella Terra del Sacro, perché esiste il meticciato, che è ciò che inibisce la possibilità della razza pura, solo perché esiste la possibilità della razza in quanto razza che tende a diventare pura, mentre il protagonista di questo racconto è invitato ad andare, per consigli di persone diverse, nella zolla che è il terriccio del meticciato, là dove esiste invece, come alternativa, solo la possibilità di andare nella Terra del Sacro, in quanto “andare” nella terra – che è ciò che il nostro personaggio non aveva mai compreso. Andare nella Terra del Sacro comporta, inaspettato, lo schiaffo del paesaggio – quanto lo sguardo dell’Incontro e il protagonista del nostro racconto era interessato alle proprie radici profonde, ma quando si sposta per incontrare le proprie radici, incontra solo lo sfuggire del meticciato – e nel meticciato, alla fine del racconto, egli è portato a sprofondare irrimediabilmente, riconoscendo in esso le proprie future radici remote, perché Lovecraft ha posto sempre attenzione alla terra come luogo dove si propagano le vibrazioni negative di ciò che ha occupato quel tratto di lingua lecca-lecca di terra in un primo tempo, che in America ha la forma dei nativi americani, e che schiera, tramite il meticciato, ciò che si pone a sostegno del ritorno della mostruosità degli Antichi, perché in questo è la questione di ciò che è stato lasciato solo quando la terra, lasciata sola, è tutt’uno con le parole di chi è stato lasciato solo tra tutte le parole del mondo – da qui considerare le teorie di Miguel Serrano sulla terra e le sue vibrazioni: vibrazioni negative per ciò che è antirazza che occupa la terra, vibrazioni positive per ciò che è razza che abita la terra.
L’intervento da parte del Governo mette d’accordo gli spostamenti in orizzontale e poi lo spostamento in verticale nella forma di bombe calate in profondità? Vediamo che il tema della diversità è affrontato diverse volte, ma mai risolto – ed è questo che consegna il protagonista al suo tutt’altro che destino bislacco, che non è quello di calarsi nella profondità verticale rappresentato dal meticciato.
Il museo che il narratore del racconto frequenta oltre l’orario di chiusura rappresenta l’atteggiamento da tenere nei confronti del meticciato in quanto degenerazione della razza: rappresentazione dell’alto livello culturale raggiunto, che non pregiudica la rimozione della forma che quella cultura ha infine prodotto.
Per leggere simmetricamente questo racconto, bisogna, per così dire, capovolgere, uno per uno, tutti i temi di questo racconto, infatti ciò che è di razza tende, per sua natura, ad essere vicino a ciò che è del meticciato, che è quello che HPL sembra dirci qui – questo è infatti il tema della Vicinanza, che il nostro personaggio scopre con la possibilità dell’acquisto di un semplice biglietto di autobus che anche uno spiantato come lui può permettersi per vedere quello che è il meticciato; a guidarlo in questo tour del meticciato sono figure qualunque, che rimandano a ciò che è la figura unica, in quanto figure che guidano lungo tratti di percorso (il bigliettaio della stazione che per primo indica la fermata lungo il tragitto, la custode del museo che si ferma oltre l’orario di chiusura per mostrare a lui il gioiello della collezione, il gestore del negozio di Innsmouth che disegna per lui la mappa della cittadina – queste tre figure (bigliettaio, custode, gestore) rimandano ad uno schema comune: 1) spingono il protagonista lungo un percorso orizzontale, 2) lo incantano col gioiello del museo, 3) lo fermano con il racconto che spiega ciò che il gioiello del museo presentava come puro enigma, 4) lo sprofondano nella genealogia abissale della propria razza, che si dimostra essere solo antirazza; ma quelle tre figure-guida (Bigliettaio, Custode, Gestore) non avrebbero assolto il compito loro se non avessero accennato ad una figura fondamentale: quella del “Narratore”, a cui tutte queste figure sparse avevano fatto riferimento in modo diverso, a seconda della posizione occupata nel racconto (chiacchiere, miti, farfuglio, sproloqui di alcolizzato): il bigliettaio indica l’esistenza di una località; la custode del museo locale, indica l’esistenza di una stratificazione di racconti, che ella, a partire da un reperto presenta nel suo museo, ella per prima non è capace di interpretare; il ragazzo indica una fonte vivente dei racconti ancora reperibile in un certo punto della topografia di Innsmouth, di cui egli schizza la mappa: il vecchio Zadok Allen, che, chiunque si muova lungo lo spazio squinzio di Innsmouth, può facilmente incontrare e riconoscere. Il protagonista viene a questo punto avvertito dell’esistenza di una storia organica che riguarda la cittadina; l’ultimo capitolo lo informa che questa storia è la storia che lo riguarda. Solo Pierino paga scotto d’essere stato posto al mondo, per così dire (quello di cui non quello sa niente) – ma come possiamo pensare, noi qui chiamati a leggere questo racconto di Lovecraft H.P., di incontrare Pierino, quel bastardo puro imprigionato in ossimoro del meticcianesimo italiano, quel bastardo di italiano?
In Delitto e castigo il meticcio slavo Dostoevskij non lancia idee, ma snocciola personaggi che sbandierano idee dal canto limitato loro a seconda di come spira aria del vento; se il meticcio slavo Dostoevskij avesse lanciato idee, non avremmo il pesante romanzo Delitto e castigo, a ben guardare mediocre molto, brutto romanzo, ma un genere nuovo e alternativo di epica nella narrativa, che avrebbe presentato non più personaggi ma razze infine; ma questa è l’impresa preclusa ad ogni meticcio, cioè l’impresa di “pensare per razza”, anziché per stereotipi farlocchi; voi, probabilmente, conoscerete L’uomo senza qualità e conoscerete anche Fratelli d’Italia, esempi di romanzo saggio che vi dovrebbe, su ciò, ammaestrare; intendo “ammaestrare” su ciò che vado io qui disdicendo.
Il non lanciare/lasciare idee da parte del meticcio slavo Dostoevskij con prensili diti slavi di Gergiev “alla maniera ”, come il ticchettio di una musica da parte del disgustoso meticcio italiano Rossini Valerino, che sa di sugo, questo è inconfondibilmente ciò che sa di “meticciato”, anche se, scientificamente, non possiamo stabilire ancora che cosa sia “meticciato” – mi sembra di capire a questo punto giunto.
La possibilità di una vocazione verso qualcosa di elevato (sia in senso spirituale sia in senso artistico), deve prevedere anche la “vocazione” verso qualcosa di sottostante – come ad es. la vocazione verso l’ignoranza più assoluta, cioè l’ignoranza, cosa che adesso non è più presa in considerazione per ciò che costituisce la vocazione. – Esiste tutta tipologia una di persone che testimoniano a favore di questo tipo di vocazione: il caso di EC, che entra in Glámstíð nostra come indossando panni del personaggio “il Professore”.
Esiste la storia del meticcio perché non vediamo ciò che fa la storia del meticciato; ma non esiste la storia del meticcio perché esiste la storia della razza che è ciò che è antirazza, perché, come potrebbe anche dimostrare la Quinta sinfonia di Bruckner, – per quanto riguarda la razza, potremmo anche essere solo frammenti dispersi, perché esiste il meticciato perché, in fondo, esiste solo la razza, che fa sì che sia un onore essere salutati con il saluto delle vette, cioè di chi, frammento isolato di un insieme di razza complessa distrutta, si è elevato alle vette del pensiero, in quanto pensiero unico, che non è il pensiero unico che siamo costretti a riconoscere in quanto cosa a cui compiere sottomissione, ma il nuovo pensiero che sarà di nuovo, allora, il saluto della razza bianca giunto su in vetta (var. alle vette).
Il racconto L’Ombra su Innsmouth di Lovecraft si basa sulla presa di coscienza di un giovane nei confronti della propria stirpe/razza: la presa di coscienza autentica avviene tramite il racconto di Zadok Allen, perché solo quel racconto è ciò che lo fa sprofondare nei terreni sotterranei della genealogia, mentre prima si trattava solo di scorrere in orizzontale la superficie che si aveva a disposizione di un paese al quale egli pensava di appartenere. Il protagonista del racconto che incontriamo all’inizio è fiero delle proprie origini e desideroso di saperne di più. È per questa ragione che progetta il viaggio ad Arkham, da dove a lui giunge la famiglia materna. Quello che viene a sapere dal racconto lo atterrisce, in un primo tempo, tanto è vero che pensa al suicidio; ma poi cambia prospettiva, riconoscendo la bellezza di ciò che in un primo tempo gli era parsa solo essere una aberrazione.
Volendo rimuovere il meticciato (bastardume), “meticcianesimo” è la parola che deve essere colta come parola che non rimanda ad alcuna storia, mentre questo racconto presenta la storia come l’ombra che si stende sopra Innsmouth, cioè la storia del meticciato.
Ma l’ombra che si stende su Innsmouth è l’opposto della luce che deve stendersi su ciò che mai deve essere qualcosa, d’ora in poi, come Innsmouth, cioè la convivenza di un terriccio con il meticciato; la volontà di vivere, che riguarda ciò che è degenerato, è l’opposto di ciò che è la volontà di non lasciare scampo a ciò che è vita indegna di vivere da parte di ciò che è di razza – che è ciò che comprende l’auto-annullamento, in quanto riconoscimento di contaminazione fatta una. Lovecraft ha scritto un grande racconto che spiana la strada al nuovo scrittore, che noi non possiamo ancora immaginare, che scriverà ciò che non sarà più l’ombra che si stende su, ma la luce che si apre a partire da.
Una miccia di odio e repulsione verso un tipo, seguita da una trafila di amore e desiderio verso loco spiccio, in quanto raggiungibile solo attraverso spiccioli esigui, è quello che vediamo delinearsi adesso in questo racconto, perché non possiamo più puntare su al Polo Nord, come aveva ancora potuto fare Heinrich Himmler scegliendo Wewelsburg, modesta costruzione dei meticci, su modello delle costruzioni dei meticci italiani, ma freccia fatale puntata verso il Polo Nord in quanto simbolo del Sacro Nord in cui poteva ritrovarsi il pensiero che è il pensiero della razza, cioè della razza bianca, che è allora il pensiero che torna ad essere il pensiero della razza bianca.
L’Ombra su Innsmouth si basa sulla presa di coscienza di un giovane nei confronti della propria “stirpe”. Un libro si può comprendere solo prescindendo da ciò che quel libro dice. La presa di coscienza avviene tramite il racconto di Zadok Allen, vecchio balordo alcolista. Il protagonista è un giovane fiero delle proprie origini e desideroso di saperne di più, è per questa ragione che progetta il viaggio ad Arkham, da dove proviene la sua famiglia materna. Quello che viene a sapere lo atterrisce in un primo canto, tanto è vero che pensa al suicidio, ma poi cambia prospettiva, vedendo la bellezza di ciò che in un primo tempo gli era parsa come aberrazione: la convivenza con il meticciato è ciò che rivela la bellezza del meticciato.
L’ombra che si stende su Innsmouth è l’opposto della luce che deve stendersi su ciò che mai deve essere Innsmouth. La volontà di vivere che riguarda ciò che è degenerato è l’opposto di ciò che è la volontà di non lasciare scampo alla vita indegna di vivere compreso l’auto-annullamento, in quanto riconoscimento di una contaminazione.
Il racconto L’ombra su Innsmouth di Lovecraft insegna a riconoscere l’estraneo all’interno di noi, così come la musica di Bruckner comporta il riconoscimento di ciò che è estraneo nella nostra musica, ma questa musica è ciò che conduce verso ciò che è di casa, Il volto di HPL, secondo quanto riportato in una nota dell’edizione H.P. Lovecraft. Edizione annotata, ricorda molto la fisionomia delle statue dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui).
Sì, ma noi tutti qui posti in sosta conosciamo Dante di merda e Boccaccio di merda, che sono solo meticci di merda, che niente hanno a che fare con la razza bianca. Come la mettiamo?
La prima volta che il protagonista vede un meticcio, nella forma distesa del meticcio di Innsmouth di nome Joe Sargent, che guida la corriera scassata lungo il tratto “Newburyport-Arkham”, è di repulsione; egli non sa niente del meticciato, ma la vista di quel meticcio gli imprime una repulsione più che naturale, perché sa che quel meticcio non è il prodotto di una semplice contaminazione razziale – perché sa che i tratti di quel meticcio sono ciò che comprende la sua propria storia (cioè la storia del narratore, sempre restato anonimo). Il fatto è che il racconto The Shadow over Innsmouth è il resoconto dell’andata in ciò che è l’ambiente del meticciato, per cui il protagonista scopre di essere parte di quel meticciato; cosa ben diversa se il protagonista fosse stato mosso ad andare nella Terra del Sacro, scoprendosi egli, alla fine, parte della Terra del Sacro. È da qui che deve partire l’indagine. Cioè di ciò che non ha più terra, ma solo terra dove andare.
Nello stile di questo racconto, fino ad ora moderatamente aulico, di Lovecraft, fa la sua comparsa il dialetto; il dialetto compare nella favola, nella saga, nell’uso del linguaggio che volutamente rifugge dall’essere linguaggio come essere strumento di comunicazione, che è il modo di parlare confuso usato dal vecchio Zadok Allen, che non parla con la gente, perché per convincerlo a parlare bisogna prima di tutto farlo ubriacare – e la sua tolleranza all’alcol ha dell’incredibile, secondo quanto nota il protagonista, perché è la lingua che s’inciampa attraverso di lui, ma quando ha bevuto racconta quello di cui è stato testimone come il racconto unitario di ciò che è antirazza e la degenerazione della razza e presenta ciò a cui, chi ha ascoltato il racconto (il “destinatario” del messaggio), scoprirà essere il destino che lo coinvolge; il destino a cui, chi ha ascoltato il racconto, comprende di essere parte come di ciò che è parte del meticciato, cioè il riconoscersi in quanto meticciato, in un primo tempo come fonte di orrore, ma poi come fonte di gioia per essere parte integrante del meticciato – ma tutto questo perché il racconto di Zadok Allen non è in grado di andare oltre la materia che costituisce ciò che permette il suo racconto, cioè ciò che si presenta come racconto rozzo, racconto storiografico, perché non è storia in quanto storia della razza, ma solo resoconto della degenerazione della razza. L’accettazione di convivere con il meticciato avviene tramite l’arte in quanto “arte” che è arte solo in quanto arte che vede l’arte in quanto ciò che è possibilità di “arte degenerata”.
La questione è che Zadok Allen conduce al tema della scrittore, perché “arte dello scrivere” è ciò che violenta la lingua, che pure, in quella utilizzazione, abbiamo visto essere utilizzata in quanto “scrivente” da parte di chi redige il racconto, perché dà via libera a ciò che distrugge la lingua, cioè in quanto ciò che chi scrive non fa; perché chi scrive è allora ciò che violenta la lingua, quando ormai l’arte di scrivere non consiste più nella costruzione di un placido bolso bleso bozzetto balletto, perché bolla in balla il protagonista come colui che non ha i propri morti lì imbozzolati. Il punto in cui il racconto viene passato a Zadok Allen è la questione dove il racconto s’ingrippa e s’inciampa. Zadok Allen è così l’esatto opposto di Joe Sargent: Joe Sargent è un giovane meticcio di Innsmouth dell’apparente età di trentacinque anni che non tira mai fuori una parola, cioè che non parla, perché non ha nulla da raccontare; Zadok Allen è un vecchio di novantasei anni di razza bianca, antecedente per età all’origine di questo meticciato, che parla e conta la storia del meticciato, cioè racconta la storia della degenerazione della razza di cui è stato testimone dalla sua finestra, posto che si sappia come tirargli fuori le parole.
Dio mio, l’ho fatto presente, in questa occasione, che, io, alle Fosse Ardeatine, ci cago sopra? Porco Dio, sai che proprio non me lo ricordo, meno che proprio no? a scanso di equivoci, io lo dico qui, adesso e ci torno – e nel caso lo avessi già detto, qui adesso io lo ribadisco ufficialmente (che cosa?): “Alle Fosse Ardeatine io ci cago sopra”. Anzi, mi è venuta idea pure codesta di ripetere 335 volte, cazzo. (Questo gioco del giorno mette i trifidi). Il narratore che racconta è il meticcio che è stato accolto – ma perché Lovecraft e Bruckner? – quello che è certo è che i principi della sinfonia di Bruckner si trovano applicati in questo racconto di Lovecraft.
Siamo cose strette intorno a stretti spazi che misurazione una vuoi quantistica può pure indicare in quanto ciò che segue percorso uno senza indicare chi segue che cosa: fine del soggetto in quanto soggetto come illusione (Nietzsche) e soggetto in quanto punto in una serie (Lacan). Tempi soggetti ad altro tempo uno minimo pure in punta di uno spillo che ti spillo:
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Oltre lo “Schermo di Innsmouth”
Rivisitando Claudio Vergnani, Lovecraft’s Innsmouth, parco giochi di un immaginario reso raso parco ambiente steso su stola di solo puro parco paro – paro-paro a solo solo suo -, presenta la possibilità di un uso diverso de la linguaccia, che si rifà al modo di dire di ciò che è meticciato (Pierino del parco dio come l’eroe nazionale de l’Italia del porco poco e porco dio di un paese che si scopre senza eroi in loco proprio suo cagato) in quanto provenienza da parte del disgustoso meticcio italiano Boccaccio (Giuan Boccaccio, meticcio, sempre pronto a mostrare culore suo, se si parlava di letteratura, badate bene – vedi che dice il personaggio suo maldestro Calandrino di tutta infamia la); là dove Lovecraft distingueva ciò che era il meticciato, meticciato «italo-mongolo-semita», la questione è che possiamo conoscere il modo di dire del disgustoso meticcio italiano Dante (Dante di merda), il modo di dire del disgustoso meticcio italiano Boccaccio (Boccaccio di merda in quanto il meticcio fumante in merda sua tutto sbracato quanto imbriacato), il modo di dire del disgustoso meticcio italiano d’Annunzio (il meticcio che non esiste), il modo di dire del disgustoso meticcio italiano, tutto santo dopo un poco parco porco, Pasolini (Pier Paolo, il finocchietto, il meticcio che sculetta sonoramente di sano sono suo in le periferie d’Itala patria sbronza che si fa strada là modestamente), ma noi non possiamo conoscer differenza alcuna che balza tra ciò che è poesia (Dio stramaledica l’Italia), che è ciò che riguarda la razza bianca (Dio stramaledica l’Italia), in quanto ciò che la distingue a colpo d’ocio uno guercio fatto dal meticciato (Dio stramaledica l’Italia) – che è ciò che riguarda la razza bianca (Dio stramaledica l’Italia) in quanto determinazione che la distingue da ciò ciò che è vita indegna di vivere (Dio stramaledica l’Italia) – che è ciò che alla fine deve essere ciò che deve essere pensato (Dio stramaledica l’Italia). Pier cui, quello che posso dire (Dio stramaledica l’Italia), è che, alle Fosse Ardeatine, io ci cago sopra – che è la risposta che qui cago fora a tutti innanzi voi, che giusto sarebbe allora subito stato chiamare Innsmouth’s Lovecraft, porco di un dio semita, meticcio e pure anche italiano, come direbbe il meticcio italiano Pier no, Paolo sì del Villaggio (Village, Paul/People del pollaggio Paolo Polo desto pollo pallo posto in pasto in posta in pizzo al palo che lì t’impicco), lì confinato, mi sembra, lui, quel meticcio da sempre, io qui stante, porco dio – questo per tacere di Matt Ruff, Lovecraft Country, dove la questione del meticciato non viene assolutamente come mai clamata, perché la terra non ha lì voce alcuna.
Meno che mai questo è un copione per serie T&V, sostengo, tengo io stesso a precisare. Il progetto nazista era cominciato con lo spostamento di zingari ed ebrei (antirazza), ma doveva continuare, perché l’obiettivo del progetto era lo spostamento di tutto ciò che riguardava il meticciato (antirazza), cioè della degenerazione razziale (antirazza), che spandeva tentacoli suoi ne le profondità della cosa che doveva essere spostata per condurre infine alla autoeliminazione (autoestinzione) che riguardava ciò che si proponeva come razza (che era la cosa che riguardava il pensiero della razza), che avrebbe aperto alla possibilità della nuova razza (che riguardava il pensiero della razza).
Se l’autoestinzione è la conclusione che attende chi ha accettato la soppressione del meticciato, l’immortalità è la ricompensa che attende chi ha accettato il meticciato, ed è ciò che attende il protagonista una volta che abbia accettato la sorte che lo attende – che è la sorte non del mito, ma di ciò che al mito si oppone.
In fondo, anche questa cosa, faccio pur presente, potrebbe essere l’esempio garbato che manca per quanto è ciò che determina l’approssimazione a ciò che è ciò che ho determinato come definizione di “installazione di parole” – possibile?
Vediamo che il protagonista passa da una forma di repulsione naturale verso il meticciato di Innsmouth (da una forma superficiale di registrazione di ciò che è «Innsmouth look», avvertita dapprima nella figura di Joe Sargent, quando ancora non era entrato in Innsmouth) ad una forma di attiva opposizione ad esso (quando allerta il governo in modo che si attui un vero e proprio attacco contro ciò che lì si nasconde a Innsmouth e quindi nelle profondità marine intorno allo Scoglio del Diavolo, dopo che è riuscito a fuggire da Innsmouth, con serio pericolo di vita sua); al termine, due sono le possibilità allora che si aprono in fronte a lui: accettare l’autoestinzione come conclusione dell’estinzione del meticciato, a cui egli aveva in parte pure contribuito, cioè della inevitabile estinzione di quella parte sana che pure è stata contaminata dal meticciato (il meticcio è pericoloso non per quello che fa, ma per quello che è), oppure accettare il meticciato, riconoscendo la presenza del meticciato in quanto bellezza vitale del meticciato; essendo, questo racconto, il resoconto dell’ombra che si stende sopra Innsmouth, e non il resoconto della luce che illumina ciò che si stende tutto al di fuori di Innsmouth, il protagonista coerentemente sceglie il meticciato.
Tutto il racconto è un tuffo nel meticciato che può esser compreso appieno solo realizzando il tuffo nel meticciato da parte di chi legge messaggio lo codesto.
Il teatro è ciò che giunge da fuori in porta lunga larga, anche la sistemazione della camera del narratore è “teatro”: “saga”, vale il dire la parola che dice il dire della razza; il teatro è ciò che si insinua nel dire della razza per dire ciò che viene da fuori, cioè il teatro – il sostantivo (antico islandese) saga comporta lo spostamento verso il nome proprio (antico islandese) Sága, che è ciò che qui non è mai avvenuto, volendo dire che la storia del dire della razza deve diventare il dire della dèa della razza.
Questo richiama alla fonte le misurazioni quantistiche, almeno secondo la teoria che se ne può ricavare: lo scrittore come ombra lanciata sulla lingua della notte; lo scrittore come ombra sul margine di ciò che è ombra sulla lingua: lo scrittore in quanto margine fermato sull’ombra dell’alingua. La paura può essere evocata tanto da ciò che è repellente quanto da una estrema incantevole bellezza.
La musica di Bruckner presenta dei tratti musicali del tutto non di casa propria, una linea sinuosa oriental-odalischeggiante (ci si riferisce al primo tema della Sesta – ma in quale misura l’ondeggiare indica ciò che non è di casa?), linea che sembra anticipare le linee d’onda del meticcio slavo Rimskij-Korsakov nello stupore del suo stupido stralcio strafalcione d’ombra sinfonico (del 1888, se non sbaglio); per cui le undici sinfonie di AB presentano l’andare nella Terra del Sacro come andare nella terra che è la terra dove andare, mentre il racconto L’ombra su Innsmouth di HPL presenta l’andare nella terra dell’anti-sacro come andare nella terra che è la Terra del Sacro, cioè la terra dove non si deve andare in quanto terra che è terra solo come terra dove andare; questo perché entrambi questi due artisti massimi di razza bianca pensano sempre la terra dove andare come andare nella terra, che è ciò che rimane della terra quando ciò che è andare nella terra, per ciò che è razza bianca, è solo andare nella terra in quanto andare nella Terra del Sacro.
Esiste il meticciato perché esiste ciò che tende alla purezza della razza: Lovecraft ha presentato “il richiamo di Cthulhu” come richiamo dell’antirazza da parte di ciò che si è giustamente schierato a fianco dell’antirazza (cioè il meticciato italo-mongolo-semita), che è ciò che costituisce l’antirazza che ha invaso il mondo; ma questo richiamo da parte dell’antirazza al meticciato che ha invaso il mondo (cioè al meticciato italo-mongolo-semita), cioè il richiamo dell’antirazza, esiste solo perché esiste il richiamo alla purezza della razza da parte di ciò che è la razza bianca, cioè il richiamo di ciò che è di razza rivolto a ciò che è di razza, che vuole il ritorno degli dèi della razza bianca nella terra che è la terra della razza bianca.
Porco dio, dottore, se mi permette estromissione codesta et modestamente da parte tutta la mia, noi qui ci abbiamo, attualmente, carcasse in numero di trecentotrentacinque ben italiani di merda accumulate da rimovere et, susseguentemente, smaltire in totale assoluta rapidevolezza, in quanto rifiuti non riciclabili, faccio presente, dico qui giù a Fosse dove, modestamente, in Ardeatine, calato me qui grazie a “bretelle” apposite stato sono and ora posto – ufficiosamente posto (e porco dio, se posto) – in quanto me qui posto in sosta da travaglio lurgente mio/mieo/meo, et in quanto sono io, modestamente, messaggio codesto… Con rispetto, dottore, che fa, paghi lei?
Estensioni:
H.P. Lovecraft, L’ombra su Innsmouth, a cura di Stella Sacchini, traduzione di Federico Biolchi ed Elisa Pantaleo, illustrazioni di Nathalie Cohen, Oscar Mondadori, Milano 2024
H.P. Lovecraft, La maschera di Innsmouth, in Id., Edizione annotata. H.P. Lovecraft, prefazione e note di Leslie S. Klinger, edizione italiana a cura di Massimo Scorsone, traduzione di Claudio De Nardi, Mondadori, Milano 2022.
Karl Grebe, Anton Bruckner (1972), traduzione di Maurizio Giani, Discanto edizioni, Fiesole 1983
Peter Trawny, Heidegger e il mito della cospirazione ebraica (2014 e 2015), traduzione di Chiara Caradonna, Bompiani, Milano 2015
Maisha L. Wester, The Gothic and the Politics of Race, in Jerrold E. Hogle (ed.), The Cambridge Companion to the Modern Gothic, Cambridge University Press 2014, pp. 157-173 [Questo è più che un interessante articolo scritto da un negro sui toponimi di origine indiana nella narrativa di H.P. Lovecraft – vale la pena leggerlo, – e porco di un Dio, se vale la pena leggerlo, anche se poi, quel negro, non ha potuto trarne tutte le conclusioni, questo perché, a tutti gli effetti, conclusioni non più sue di razza maledetta sua, in quanto conclusioni che avrebbero dovuto rimandare almeno a Miguel Serrano. Quello che si può dire nei confronti di un negro, quando di colpo ce lo si trova davanti, è la stessa cosa che si può dire nei confronti di un meticcio italiano, quando di colpo ce lo si trova davanti, in tutta la sua strafottenza: “Che cosa vuole, questo bastardo di italiano/questo bastardo di negro, nella terra che è la terra della razza bianca?”. Non consiglio mai di leggere cose scritte da negri – fermo restando che il vero negro non scrive manco una sillaba, per conto suo, il negro che scrive è un negro addomesticato, in un modo o nell’altro.]
Claudio Vergnani, Lovecraft’s Innsmouth, Dunwich Edizioni, Roma 2015
Renzo Giorgetti, Il dizionario di Miguel Serrano, Passaggio al Bosco, s.l., 2019
Roberto Esposito, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica, Einaudi, Torino 2025
Michel Houellebecq, H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, prefazione di Marco Missiroli, postfazione di Stephen King, traduzione di Sergio Claudio Perroni, La nave di Teseo, Milano 2024 – per quanto in Lovecraft riguarda il meticciato “italo-mongolo-semita”.