Buzzati, “Il panettone non bastò”

Miguel Serrano vedeva nei monumenti megalitici la prova dell’esistenza di un qualcosa paragonabile ad una forma di agopuntura della terra, coerentemente applicata in quanto tale, volta a convogliare l’energia presente nelle profondità della terra in punti sensibili sulla sua superficie, che poteva essere recepito da ciò che si trovava sulla superficie: allora in grado di agire benevolmente sui popoli che hanno il diritto di abitare la terra, perché scelti dalla terra; ma di agire in modo tutt’altro che benevolo sui gruppi di cose e genti che non hanno il diritto di stare in quel punto della terra, perché quelle cose scorrono oppure occupano la terra – e allora non c’è altro da aspettare che vengano rimossi da lì.
Dino Buzzati: lo scrittore inutile.
Che è il caso di fare in modo che venga rimosso da lì.
È difficile definire l’utilità di uno scrittore in una formula sintetica, ma, di sicuro, la definizione di “scrittore inutile”, come formula descrittiva per uno scrittore, si addice perfettamente allo scrittore italiano Dino Buzzati, riflettendo, tale definizione, l’inutilità della letteratura italiana – considerato che, per quanto possa essere difficile stabilire l’utilità di una letteratura nell’insieme della Weltliteratur, la letteratura italiana si può definire solo grazie alla perfetta sua rumorosa et assoluta et spettrale singolarmente piena sua INUTILITÀ. (Che cosa vuole, c’è da chiedersi, questo meticcio di italiano, con la sua letteratura d’accatto?)
Fare lo scrittore come mestiere è la tentazione che riguarda colui che si trova ad avere il giusto gusto per le parole, quando il senso della lingua è andato perduto e scrittore è colui che si ritrova, ormai, sperduto ad avere senso per il gioco della lingua, tra le macerie delle parole – non avendo più senso alcuno il fatto di essere scrittore.
Lovecraft è stato lo scrittore che nelle sue opere ha rappresentato l’effetto delle vibrazioni della terra su coloro che, in dati tempi si trovavano ad abitare, oppure ad occupare, porzioni diverse della terra. Una cosa, oppure il suo opposto, vuole dire stare sovra una terra che ha comportato la presenza, in superficie, di tipi diversi di forme. La terra che è stata occupata dai nativi d’America trasmette vibrazioni sempre negative, che hanno effetti “positivi” sui degenerati, cioè sui meticci, perché ne sviluppa la potenza e porta quei meticci a completare, almeno in parte, i loro piani criminosi; mentre le stesse vibrazioni risultano disastrose per i sempre più dispersi individui di razza bianca – questo perché un meticcio non abita mai la terra, ma ha con essa soltanto un rapporto che non implica mai il fatto di “abitare la terra”, essendo il rapporto che un meticcio ha con la terra conseguente ad una occupazione. È il toponimo di origine indiana a rivelare la prima occupazione della terra, vale a dire ciò che costituisce la vibrazione originaria, sempre appena nascosta nel nome, a infondere forza al meticcio, ad attrarlo come calamita verso riti la cui finalità è nascosta all’individuo ma chiaro alla razza in quanto antirazza; ma a portare l’uomo che può scegliere a scegliere la parte sbagliata (è la sorte che spetta a Charles Dexter Ward tra le figure che gli fanno triste corona). Solo la razza bianca abita la terra, perché solo la razza bianca può arrivare a pensare, in termini di filosofia, ciò che significa abitare la terra. Un meticcio non abita mai la terra; un meticcio occupa la terra, come la occupa una pietra che si trova a stare in un punto preciso della terra, che occupa col suo peso quella parte di terra, se è difficile da spostare; oppure che scorre la terra, se basta un calcio soltanto per farla rotolare lontana da dove si trovava. La stessa Miskatonic Valley, al centro di tanti attacchi da parte del sovrannaturale, deve la sua vulnerabilità a causa del primo insediamento di nativi, che ne ha contaminato per sempre la geografia.
La domanda che dobbiamo porci davanti a un pezzo scritto da uno scrittore italiano, è una domanda da porci, che suona come domanda fantozziana posta nel tipo di una domanda che suona: “Che cosa vuole, questo bastardo di italiano?”. Domanda indispensabile per deterritorializzare il punto dal quale il pezzo è stato puntualmente – lì, in quel punto della terra – posto insieme, fantozzianamente. Questo perché, in Italia, solo un clown può giungere a interpretare come gag ciò che invece è seriamente da pensare: vale a dire il collegamento tra opera d’arte e “cagata pazzesca”, che ha la sua spiegazione nella razza, solo se si accetta la possibilità della ANTIRAZZA, che è appunto ciò che non deve essere pensato.
Dino Buzzati rappresenta la possibilità di una antiterra di cui scrivere, nel momento in cui, in quanto “scrittore”, con estremo candore ti scodella la possibilità di costruzione di case senza Natale, messe a punto da parte di un gruppo di architetti, che, per quanto decisi a mantenere il segreto di corporazione, relativo a non rivelare mai come costruire case senza Natale, comporta la realizzazione di case dove non arriva in nessun modo più lo spirito del Natale dalla terra – con il vantaggio di un prezzo di mercato irrisorio, indipendentemente dal punto dove costruire (La casa senza).
Sancire l’assenza di una festa come Natale in un paese cattolico come l’Italia comporta comprendere il Natale come assoluta e fastidiosa destrezza di gesti quanto esperienza di Vuoto assoluto. Che sono le due balle tra le quali l’Italia, con i suoi miti che non ha, si trova sballottata.
Il secondo caso è quanto capita a Nora, la protagonista del racconto Il cane vuoto, che di colpo, una vigilia di Natale, ha l’epifania del vuoto in cui consiste da anni la sua vita trascinata all’interno della sua casa di bambola quando deve portare d’urgenza il suo cane da un medico per una visita. Il cane le era stato donato dall’uomo che poi l’ha lasciata ed ella si era abituata a vedere in quel cane l’ultimo legame con l’uomo per mantenere il legame che ormai non c’era più, ma che doveva essere portato avanti all’interno della sua casa di bambola, che pure doveva essere portata avanti, per dare senso alle cose del mondo. La diagnosi è favorevole, poiché il disturbo è passeggero e non implica danni irreversibili nell’animale, ma quando cane e padrona raggiungono un parcheggio di taxi, e il parcheggio si rivela vuoto, la signora, di colpo, ha il senso del vuoto, che, dal cane, finora docilmente portato da una parte all’altra, fisso ora in quel punto, si propaga a tutto il resto del mondo e la signora capisce che quella fonte, che in lei le permetteva di riempire le cose del mondo di un senso, ormai si è esaurita, per cui quel cane è soltanto il ricettacolo del vuoto assoluto, che tutto il resto dell’ambiente manifesta.
Questa raccolta di trentatré pezzi (tra articoli, racconti, poesie) qui riuniti con il titolo Il panettone non bastò, mostra come Dino Buzzati abbia sempre pensato il tema del Natale con una perfetta, propria interna coerenza che convoglia un perfetto gioco di interno/esterno in quanto decoerenza.
Un racconto di Natale è possibile soltanto nella forma del confronto col mito – visto come ciò che non c’è, ma che c’è in quanto esperienza di ciò che ama nascondersi. Un racconto di Natale non può stabilirsi nel rincorrere una festa come insieme di consuetudini vuote (per un popolo che non c’è, raccontato da uno scrittore bluff, come appunto è lo “scrittore” Buzzati del meticciato italiano), ma come domanda da porre riguardante il mito – che c’è. Così un racconto di Natale, indipendentemente da quello che sono stati i racconti di Natale a partire da quelli proposti dallo scrittore Charles Dickens, deve porsi la domanda relativa a che cosa è il mito indipendentemente dal Natale – per cui un racconto di Natale molto riuscito è senz’altro il brevissimo racconto dal titolo freddo di Natale, composto dallo scrittore Friedrich Dürrenmatt. Si cerca solo quello che, nella sua completa assenza, mostra da sempre di esserci stato, ma che in un punto, per caso, a un certo punto, è venuto a mancare, e che coinvolge il popolo che, pur abitando la terra, si trova a porre adesso la domanda relativa a ciò che è il mito, a proposito del Natale, perché la festa di Natale – festa cristiana che rimanda ad una festa precristiana preesistente – è ciò che contiene adesso il mito. Ma meno che mai tutto questo è ciò che ha a che fare con il meticcio italiano. Così il punto, da punto che era in uno spazio, acquisendo consapevolezza del proprio stare come punto in una serie continua di punti, diventa un punto nel tempo in cui fare i conti con il mito che è fare i conti con il meticciato italiano: infatti si trova solo nel presente – ciò che il futuro darà occasione di perdere.
La festa del Natale cristiano rimanda alla festa precristiana che aveva luogo più o meno nello stesso periodo di tempo; prima della cristianizzazione dell’attuale Europa. Tolkien usa la parola inglese Yuletide per indicare le feste del calendario hobbit che riguardavano il periodo in oggetto. La parola inglese “yuletide” definisce il Natale cristiano, ma la parola “yule” è collegata all’antico nordico “Jól”, parola che indicava il periodo di tempo festivo intorno al solstizio d’inverno prima della cristianizzazione. Pensare allora Natale attraverso la parola Jól significa pensare, nel periodo cristiano, il mito precristiano. Quindi pensare il mito consapevolmente all’interno del tempo in cui il mito è assente perché ciò che è stato spazzato via. Dino Buzzati situa invece la propria riflessione all’esterno del tempo cristiano, senza possibilità di raggiungere la sfera del mito autentico, situandosi così come punto, ma punto irrazionale, immaginario perché inconsistente punto di separazione tra due serie.
Questo bolla la letteratura italiana come “letteratura” di un “popolo” che non ha mai preso una terra, che non ha una storia, non ha un popolo, non ha una lingua, ma ha tutto ciò per cui questo popolo deve essere scacciato dalla terra a seguito di una pulizia etnica – il meticciato invadente aggressivo.
Un meticcio è ciò che non abita la terra, ciò a cui mai è giunto il Dono della (possibilità di abitare la) terra, perché un meticcio è colui che occupa la terra oppure scorre la terra; questo perché un meticcio è ciò che spoglia la terra, riducendola a terreno dove soddisfare i suoi bisogni naturali più urgenti, durante il suo occupare o scorrere la terra. È quello che mostra Dino Buzzati in questi scritti dedicati al Natale, quasi regolarmente tenuti, anno per anno, dal 1934 al 1971, con il suo “popolo” di mogli e donne isteriche, uomini in carriera che devono districarsi con impegni delle feste di Natale e di doppi provvidenziali stipendi – e redazioni di giornali come terreno (ma non terra), che danno così vita a un Natale piccolo piccolo, a un Natale che non pensa il mito, a un Natale del Dovere, sulla nave da guerra nel tempo di guerra, a un Natale qualunquista dopo la fine della guerra, a un Natale dell’alchimia fra trovata pubblicitaria e favola vera da consegnare a un bambino, a un Natale qualunque come tutti gli altri, a un Natale dei tempi moderni della ideologia progressista, a un Natale dell’ultimo vecchio rimasto al mondo, a un Natale anti-mito, a un Natale come difesa della piccola favola ancora rimasta – per quanto Natale non significhi nulla, a un Natale piccolo piccolo che va bene così, a un Natale da romanzo storico con l’evocazione di quando il panettone non bastò, a un Natale buonista, a un Natale come rimbrotto, a un Natale fatale, a un Natale da Commedia all’italiana, a un Natale straniato, a un Natale immaginato una volta tanto volutamente senza regali, a un Natale di rabbia, a un Natale come epifania joyciana, a un Natale come ricerca del vero Natale, a un Natale in cui un Gesù Bambino cresciuto gioca a fare il trickster dove il mito bambino non c’è, a un Natale che rifà il verso alla storia di Mr Scrooge, a un Natale pasoliniano basato sull’importanza dei mezzi di comunicazione.
Quello che rivela l’inutilità dello scrittore italiano Dino Buzzati, nella sua piena qualifica di inutilità dello scrittore italiano, è l’abbraccio con lo stereotipo, che è quanto solo un inutile scrittore italiano poteva rappresentare: la decameronizzazione. Non ripeterò mai abbastanza quanto il Decameron di Giovanni Boccaccio, mediocre meticcio italiano, scrittore, sia l’archetipo dei cinepanettoni delle feste di Natale, con i quali noi adesso abbiamo sempre a che fare nel periodo di Natale, tra un acquisto e l’altro. Quello che un meticcio della “letteratura” italiana può scrivere saranno sempre “pezzi” al limite fra giornalismo, pezzi di costume e fiction, ma cose che non costituiranno mai la storia, cioè la saga, che costituisce invece l’insieme della storia del popolo che ha preso la terra legandola alla continuità del suo dire, che è il dire della razza, cioè la saga, che è il dire del mito come ciò che deve essere sempre cercato da parte dello scrittore di razza bianca.
Questo per dire che, in questo caso, cioè ciò che comporta gli scritti di Dino Buzzati, è che non c’è mai stata terra, tantomeno popolo, meno che mai razza, essendo stato Dino Buzzati, se non sbaglio, niente altro che un inutile quanto disgustoso meticcio italiano, che, nell’insieme di quel disgustoso impiastro che è il meticciato italiano, ha scelto di fare lo scrittore, avendo scoperto di avere quella comoda dimestichezza con le parole che poteva tornargli utile per sbarcare il lunario vita natural durante; e così è stato, per lui – no?
E questo basta.
Questo perché quando ci troviamo ad avere a che fare con il meticcio italiano, dobbiamo chiederci “Che cosa vuole, il meticciato, in Europa?”, perché questa è la domanda che deve essere posta in presenza della ANTIRAZZA cui non si deve dare possibilità di essere – mai, in nessun modo. Le parole sono scale che devono portare alla eliminazione del meticciato nella terra della razza bianca.

Våre arveord

Meno che mai scrivere significa avere a che fare con un qualche mestiere – chiunque dica di un possibile “mestiere di scrivere” con cui avere a che fare a proposito dell’arte di scrivere è sempre qualcuno che usa le parole dell’arte di scrivere in malafede, allo scopo di ingannare, malafede come soltanto un meticcio può maneggiare con tale disinvoltura, cioè in quanto meccanismo che prevede qualcuno che dica la verità di ciò che è non verità, cioè che dice la verità della menzogna, perché il meticcio è ciò che mai scorge il mondo: ma per il quale scrivere è la sorte che tocca alle parole quando queste schioccano d’un sol colpo come eredità a chi mai avrebbe voluto avere a che fare con quelle cose in quanto parole della propria eredità (dunque cose di un mondo che sono sempre state odiate, e che poi sono giunte appioppate solo come eredità di parole – questo bisogna averlo chiaro), infatti lo scrittore odia la lingua quando l’alingua è, materialmente, la sua unica e povera eredità fatta di parole, ma lo scrittore vede, vede avverte e sente la lingua, mai le parole, perché lo scrittore vede la composizione delle parole e la decomposizione della lingua, nel momento in cui le parole lo intralciano, ma il vero scrittore vuole distruggere l’alingua – questo perché il vero scrittore è ciò che ha a che fare con l’alingua, non potendo egli giungere alla lingua, che è il tesoro della razza, alla quale più non v’è accesso e la sua eredità è l’alingua in quanto tesoro dell’antirazza, vale a dire quel tesoretto di parole limitato, che bastano ad annullarlo, mentre violentare la lingua, parola dopo parola, per giungere all’alingua, che è nido non voluto di parole del meccanismo della falsa eredità, è ciò che egli vede in quanto risarcimento del tempo di essere stato lasciato solo fra le parole, nel tempo del lutto delle parole, che è il tempo della terra in lutto, per questo scrivere non è in nessun modo mestiere alcuno, infatti lo scrittore è tanto colui che non può rinunciare alla propria eredità, perché l’eredità è ciò che gli tocca in quanto ciò che lo ha da sempre sfiorato, quanto colui cui sta la possibilità di far franare la lingua violentandola parola per parola, senza mai pretendere di fare di questo atto di violentare mestiere alcuno – questo perché, che io sappia, non esiste il mestiere del violentatore – cioè nel rispondere alla possibilità di usare le parole in un modo diverso, fino a fare suonare l’alingua, che è ciò che non esiste che tra capo e collo di quanto è capitato in eredità come insieme di parole – di cui deve sempre fare qualcosa per strozzare il collo di ciò che lo minaccia – fra le macerie delle parole.

Strade che portano. Dürrenmatt, “La promessa”

Lungo la strada della degenerazione, a volte la realtà è ciò che si presenta come quella piccola parte di un mondo a parte, di cui però si è chiamati a prendersi cura. Si scopre allora che prendersi cura di una piccola parte di mondo è stare sempre attenti a ciò che succede nel mondo e che le cose delle quali ci si fidava hanno invece subito cambiamenti profondi.
Se si fosse visto l’elemento allogeno comparso in quella piccola parte di terra, di cui ci si doveva prendere cura, allora il delitto che costituisce l’elemento scatenante del romanzo La promessa di Friedrich Dürrenmatt, probabilmente non sarebbe avvenuto.
Da qui scatta il meccanismo della promessa, che è la premessa relativa a tutto ciò che riguarda il prendersi cura di una parte della terra.
La promessa si basa sull’imbottigliamento dell’interpretazione. Che non prevede mai l’imbottigliamento come bottiglie da alzare sempre in un brindisi alla salute di un felice Klein. L’interpretazione è allora la traccia che richiede piena corrispondenza ad una realtà. Riusciamo, in questo caso, a vedere quale possa essere?
Il processo di verifica dell’adeguamento si interrompe, come si vede nel romanzo, per un piccolo caso assolutamente arbitrario.
Anche i viaggi sciamanici sono sempre ciò che sono chiamati a preservare dalla morte. Lo sciamano è colui che sta attento alla integrità dei percorsi. Il tema del “Tamburo sciamanico” prevede quello del “Viaggio sciamanico”, senza il quale il tamburo non avrebbe più senso. Ma comunque un viaggio prevede sempre la possibilità della sua interruzione, che il viaggio venga interrotto durante l’itinerario per un caso – ad esempio lo smarrimento del bagaglio o la morte della persona che stava effettuando il viaggio.
Appunto un caso particolare, tra le possibilità ricordate, la morte della persona che effettuava il viaggio, è quella che viene presentata nel romanzo in questione.
È il caso di parlare di ordine (in quanto messa al bando del caos) e di disordine (anche nel caso di controllo del caos).
Il personaggio che in questo romanzo viene identificato come “il comandante”, cioè colui che ha in mano tutta la questione di ciò che costituirà la struttura del romanzo La promessa, crea la sua stanza del disordine per porre in equilibrio il senso dell’ordine dello stato svizzero, di cui egli è comunque parte costituente, così come nel romanzo è personaggio fondamentale per quanto non dotato di un nome. Ma porre in equilibrio è allora trovare un punto d’incontro tra un ordine, che si avverte come parte integrante della propria personalità, e un disordine, che si avverte appena appena poco lontano, come nel caso del commissario, cioè del sottoposto di cui si sono sempre riconosciute le grandi capacità professionali.
È infatti al di fuori di questa possibilità che l’assassino crea la sua macchia di disordine nel mondo riconosciuto come fin troppo ordinato.
Vediamo che il disordine nasce dalle strade che portano. Vale a dire dalla degenerazione delle strade. Il comandante ha il suo modo di creare il suo proprio disordine, Matthäi pratica un altro modo di creazione di un suo proprio piccolo disordine. Tanto Matthäi quanto il comandante si muovono in un romanzo che pone in equilibrio arte della creazione del disordine e adeguazione ad un ordine. Infatti tutto questo romanzo si basa sul tipo di disordine da mettere in gioco per riconquistare un ordine. Che suona come ordine della collettività ma che è anche solo ordine del testo in questione.
Da qui prende il via la possibilità del personaggio del commissario Matthäi come personaggio destinato a perdere l’equilibrio in quella messa in ordine di testo. Possibilità che si determina solo in quanto promessa.
È chiaro quindi che abbiamo un disordine centripeto, creato dal comandante/narratore senza nome; e poi un disordine centrifugo, creato dall’assassino (che non ha nome, tanto meno parvenza di personaggio in quel testo). Il disordine centripeto mira ad un raccoglimento di idee: «Mi ritirai nella “boutique” [dice il comandante] – così chiamavo una stanzetta fumosa adiacente al mio ufficio. […] In quella stanza regnava sempre un disordine spaventoso, lo ammetto, libri e faldoni erano ammucchiati alla rinfusa, ma si trattava di una questione di principio: ritengo infatti che in questo Stato così ordinato è dovere di ciascuno creare una piccola isola di disordine, anche se in segreto.» (cap. 9, p. 37).
Il disordine centrifugo mira al confronto con una molteplicità di interpretazioni. Che è quello che rovina alla fine Matthäi.
La logica del comandante è quella di costituire una teoria del caos, cioè di trovare il modo di trovare la regolarità in ciò che sembra rifuggire ad ogni regola. Nella stanzetta chiamata la “boutique” egli fa in modo di inserire dei parametri di controllo, cioè di regolare il flusso del caos. La citazione sopra riportata comprende infatti questo passo, che allora è stato omesso: «Ordinai una bottiglia di Châteauneuf-du-Pape da un ristorante vicino al ponte sulla Sihl, bevvi un paio di bicchieri.» (cap. 9, p. 37). Il caos viene ridimensionato secondo segmenti discreti.
Il disordine centrifugo è il disordine che viene dall’esterno e che tende all’esterno perché sostiene l’esterno. Contro di esso vale la promessa. La promessa permette infatti di adeguare una sola traccia del pensiero a un avvenimento rilevato nella massa della realtà come traccia di un massimo di disordine che può essere ricondotta a un minimo di ordine.
Matthäi indica quella che potrebbe essere la prima regola: “se foste stati attenti (al mondo), questo disordine (cioè l’assassinio della bambina) non si sarebbe verificato”: «“Cinquanta metri più in là una famiglia di contadini lavorava nei campi. Se loro avessero prestato attenzione, questa tragedia non sarebbe successa. Ma erano ignari, non pensavano neanche lontanamente alla possibilità di un delitto simile. Non si erano accorti della bambina, né degli altri che sono passati di lì.”» (cap. 7, pp. 31-32). Stare attenti significa prendersi cura del mondo. Ma che cosa significava, in quel momento, prendersi cura del mondo? Sembra che, in quel momento, prendersi cura del mondo volesse dire reagire ai piccoli segnali che mostravano il venir meno di ciò che aveva sino ad allora costituito la serenità dell’essere nel mondo quando ancora non era necessario prendersi cura del mondo. Che cosa costituiva la serenità del mondo? L’andare per il mondo da parte di coloro che utilizzavano quelle strade del mondo. Prendersi cura del mondo è sorvegliare le tracce che costituiscono lo scorrere da parte di tutti lungo la superficie del mondo, allo scopo di isolare colui che non ha diritto di scorrere quella pare di mondo? In modo più stringente si potrebbe dire: fare attenzione a che le strade costruite per collegare un punto del mondo ad un altro non diventino “strade che portano”. L’assassino si sposta infatti in quel segmento di mondo. L’assassino è quella cosa che sfrutta le tracce, cioè le piste che in quel tratto di mondo permettono di passare da un punto ad un altro. Ma questo è proprio ciò che gli permette di non essere identificato come assassino. Per quale motivo? Se le persone che abitavano in quel tratto di mondo si fossero prese cura del mondo, allora l’assassinio non sarebbe avvenuto. Perché? Perché l’assassino non utilizzava più quelle strade per andare da una parte ad un’altra, ma era colui che, da quelle strade, veniva trasportato. Questo perché le strade erano degenerate da strade che permettevano lo spostamento di persone da una parte ad un’altra del mondo, a strade che portano. Quando è avvenuto, questo ribaltamento? Quando quelle strade, da strade che congiungevano luoghi, erano diventate strade che non potevano che portare. L’assassino si faceva portare da quelle strade perché sentiva le voci dal cielo che gli dicevano che era giunto il momento giusto per uccidere. Egli non voleva compiere quell’atto (uccidere), ma lo compiva perché una voce, dal cielo, glielo aveva richiesto; così egli non voleva compiere quel tragitto per incontrare la bambina, ma era la strada a portarlo. Egli doveva solo lasciarsi trasportare da quelle strade, che non erano più strade costruite per congiungere luoghi, ma erano strade degenerate. Infatti la storia intrecciata su quelle strade comporterà la possibilità di un romanzo consegnato a colui che può farne quello che vuole. La degenerazione è qualcosa che non riguarda solo l’assassino, ma anche le strade che da una funzione legittima nei confronti della comunità – congiungere luoghi, ne svolgono adesso una estremamente deleteria nei confronti della medesima comunità – portare chi non è più in grado di scegliere di agire conformemente al bene della comunità. Questo perché la degenerazione è comunque ciò che deve essere fatta fuori in una comunità.
L’assassino è infatti non un elemento allogeno, ma l’elemento allogeno (che potrebbe allora essere identificato). «“Matthäi,” disse infine Locher a conclusione dell’incontro, e la sua voce suonava stanca e amareggiata “lei tenta qualcosa di impossibile. Non voglio usare toni patetici. Ciascuno di noi ha la propria volontà, la propria ambizione, la propria fierezza, non ci si dà volentieri per vinti. La capisco, anch’io sono fatto così. Ma se lei insiste a cercare un assassino che con ogni probabilità non esiste, e che lei non troverebbe nemmeno se esistesse, perché ce ne sono troppi come lui che solo per caso non compiono delitti [perché non si trovano a imboccare le “strade che portano”]: se le cose stanno così, allora la situazione è grave. Può apparire coraggioso scegliere la follia come metodo, lo ammetto, oggigiorno le prese di posizione estreme fanno grande impressione, però se questo metodo non raggiunge il suo scopo temo che a lei non resterà nient’altro che la follia”.» (cap. 22, p. 79). Lo psichiatra Locher afferma che una tale persona non può mai essere identificata, proprio perché non è radicata a un segmento di terra preciso, ma, semplicemente, è qualcuno che scorre la terra. Eppure egli stesso, in quanto psichiatra, lo aveva identificato in quanto puro elemento allogeno. Lo psichiatra lo identifica in quanto fisionomia, ma fallisce nel tentativo di dimostrarlo nella traccia di un falso movimento, cioè nel suo movimento di degenerato, che invece è quello che riesce a fare Matthäi. La trappola di Matthäi consiste nel mettere in gioco una “strada che porta” al posto delle strade che possono essere a loro volta percorse. Lo psichiatra indica la possibilità alla quale egli come psichiatra può pensare, cioè dell’assassino che non può essere definito, per così dire, anagraficamente; Matthäi pensa invece all’assassino che può essere messo in trappola attraverso la costituzione di una falsa “strada che porta”. Costruire una “strada che porta”, cioè la degenerazione della degenerazione di una strada, è confermarsi come elemento degenerato. Matthäi deve infatti garantirsi, indirettamente, l’aiuto di una ex prostituta e della figlia di lei per far funzionare una di quelle “strade che portano”, che è la parte portante del suo piano.
Matthäi presenta così i parametri per identificare questo elemento allogeno. A differenza dello psichiatra, Matthäi identifica l’elemento allogeno come colui che è vincolato a un percorso preciso. L’elemento allogeno non è solo ciò che si ferma in un punto. Ma è ciò che si sente chiamato a dover percorrere strade. In un punto di questo percorso, Matthäi tende la sua trappola veloce destinata solo a lui.
L’assassino cade nella trappola. Ma chi è l’assassino? È qualcuno che non abbiamo mai incontrato lungo tutto il romanzo.
Sappiamo infatti che questo romanzo, tramite il sottotitolo, si presenta come “un requiem per il romanzo giallo”.
La trappola di Matthäi è un percorso, che prevede: 1) che l’assassino noti l’esca; 2) che l’assassino instauri un rapporto di fiducia con l’esca; 3) che l’assassino infine decida di porre fine agli incontri uccidendo la bambina. L’assassino ha ucciso le bambine con le quali fino ad allora aveva instaurato con loro un rapporto di fiducia solo dopo che aveva udito una voce dal cielo che gli imponeva di andare, incontrare e uccidere. A quell’ordine egli non poteva disobbedire. Quando egli sente l’ordine del cielo che gli impone di uccidere Gretli (la bambina sulla cui uccisione si basa la promessa che è al centro del romanzo La promessa), egli parte con l’intenzione di uccidere quella bambina. Si consegna così, senza saperlo, alla trappola che Matthäi ha preparato per lui, che prevedeva appunto il transito lungo quel tragitto e quell’incontro. Durante quel tragitto, la macchina sulla quale l’assassino viaggia ha un incidente, e l’assassino muore. Egli non può così arrivare all’appuntamento con la bambina, né tantomeno cadere in trappola.
La promessa di Matthäi cade allora nel vuoto.
A questo punto il comandante è colui che racconta la storia allo scrittore, cioè colui che sceglie, mettendo in ordine un materiale che, senza quell’intervento, non potrebbe far altro che restare senza ordine alcuno.
Se l’assassino è un personaggio che non ha nulla che fare con il testo, c’è da chiedersi che cosa debba comprendere il testo nel suo costituire un insieme. In Cosmo di Gombrowicz c’è il richiamo costante alla possibilità e il richiamo al legame che questa possibilità crea costantemente con il mondo. In Cosmo il legame sarà distruttivo, perché si arriverà, dopo l’impiccagione, al di qua del testo, del passero, e alla sospensione dello stecco in quanto rimando alla pratica dell’impiccagione, all’impiccagione del gatto e poi finalmente al suicidio di un essere umano tramite impiccagione. La lista delle nefandezze potrebbe allora non avere più fine. Ma Gombrowicz chiude la possibilità del senso con la perfetta frase finale: «E oggi a pranzo, pollo lesso.» La promessa chiude il testo limitandosi al rifiuto delle praline, che al comandante ricordano i porcospini, cioè le praline usate dall’assassino per ingraziarsi le sue vittime, perché lì l’interpretazione è univoca (per quanto si sia poi ingolfata nel modo che si è visto): i delitti hanno un ben preciso colpevole, a differenza di quanto accade invece in Cosmo. L’ultima frase della Promessa è la richiesta del conto da parte del comandante, cioè di ciò che riguarda quella interpretazione univoca – che va comunque messa in conto, e quindi pagata: «E ora, caro signore, di questa storia può fare ciò che vuole. Emma, il conto.» (cap. 30, p. 127). È così il comandante a mantenere la promessa fatta da Matthäi, registrando la degenerazione delle strade, riconoscendo lo sfruttamento delle false “strade che portano” e la vera caduta in trappola dell’assassino e consegnando il testo completo (il palinsesto) a colui che, in quanto scrittore, avrebbe potuto divulgarlo.
È certo che La promessa non chiude un testo, perché lascia aperta la prospettiva. A differenza di quanto ha invece fatto Cosmo, con la sua perfetta formula di chiusura.
Cosmo non si basa su una promessa, a differenza della Promessa, dove colui che non riesce a dimostrare la promessa da lui fatta, trovare il senso, cioè assicurare alla giustizia il colpevole del crimine, si distrugge. Cosmo è raccontato in prima persona dal personaggio coinvolto nella interpretazione degli indizi del mondo; La promessa è raccontata in prima persona da un anonimo scrittore, che non è coinvolto nell’azione e che riceve la storia da una persona che a sua volta è stata indirettamente coinvolta, a differenza di Matthäi, che è il diretto interessato alla interpretazione degli indizi, cioè colui che ha fatto la promessa di interpretarli nel modo corretto, perché gli indizi hanno un significato univoco, e che nel momento in cui si accorge che non è così, si schianta. Per questo l’ultima frase del romanzo è la richiesta del conto – che pone il comandante a rendere conto.
A questo punto è lecito chiedersi: “Che cosa pone fine al gioco infinito delle interpretazioni?” Il lettore della Promessa è gratificato da due elementi: 1) la punizione del colpevole (l’assassino infatti muore – anche se non per mano di una legge terrena); 2) il riconoscimento della interpretazione di Matthäi (anche se il testo della Promessa non conferirà nessun riconoscimento pubblico a Matthäi, che, anzi, lo vedremo scivolare nel più totale rimbecillimento).
A chi viene consegnato questo palinsesto?
Il comandante, alla fine del suo racconto, dice allo scrittore: “Questa è la storia, ne faccia quello che vuole.” Da qui comincia il palinsesto, cioè la sovrapposizione, la riscrittura di un testo nuovo sopra un testo precedente. Che è quello che noi leggiamo nel romanzo La promessa, testo composto dallo scrittore Friedrich Dürrenmatt come testo presentato nella forma di un soggetto (nel senso di una trama) di cui egli può fare quello che vuole, perché quella storia può essere a lui assoggettata.


Nota 1. Cosmo e La promessa hanno la stessa strana struttura: 1) narrazione dell’elemento fondamentale, che richiede una attenta, costante interpretazione degli elementi presentati nel testo; 2) digressione su un elemento marginale nel testo (la storia dell’assassino nella Promessa, la digressione su Leon in Cosmo); 3) Finale – che a questo punto deve chiudere in un modo inequivocabile. Cioè come? Come si esce dalla possibilità di un testo? La parola iniziale apre ad un insieme di parole, che costituiscono un cosmo. Ma come poi chiudere?
Nota 2. Per le “strade che portano”, strade-soggetto, strade che agiscono, portando i personaggi dove esse vogliono, vedere Hans Ulrich Gumbrecht, La strada, in Il romanzo. Volume IV. Temi, luoghi, eroi, Einaudi, Torino 2003, pp. 465-493.

La parata della civetta

a) Il titolo
Risalendo all’originale della frase di Shakespeare, posta da Leonardo Sciascia come epigrafe al Giorno della civetta, si ha l’impressione che il testo descriva gli scherni che la civetta si attira addosso dagli uomini quando compare di giorno.
Il titolo mostra però un’attenzione particolare nella sua articolazione: IL GIORNO della civetta, cioè il giorno in cui la civetta ha tutto il diritto di comparire di giorno. Nella battuta di Shakespeare non c’è il minimo accenno ad un simile periodo. La precisazione del titolo, se giustamente interpretata, può fornire allora una giusta indicazione per la comprensione del romanzo.
Considerando il titolo Il giorno della civetta nella forma IL GIORNO della civetta, è allora lecito fare delle considerazioni sull’apparire della civetta nel suo giorno.

b) La parata
Quello che Il giorno della civetta descrive, se così interpretato, è ciò che succede nel periodo di tempo in cui la civetta non può fare a meno di non mostrarsi di giorno. Quindi tutto il testo non è altro che la rappresentazione letteraria, o il travestimento letterario, dei movimenti della civetta che si muove nel suo giusto giorno.
È quindi ovvio, per affrontare il romanzo, prestare attenzione a ciò che la civetta mostra nel suo giorno, cioè nel giorno in cui essa può muoversi in modo particolare.
Il giorno della civetta è un romanzo breve, o un racconto lungo, caratterizzato da una più che lodevole economia di mezzi e da una grande accuratezza nella descrizione dei tipi e delle situazioni. Non è quindi difficile fare uno schema della vicenda capitolo per capitolo (anche se il testo non presenta nessuna numerazione, e procede quasi allineando dei frammenti):
1) L’uccisione di Salvatore Colasberna, titolare di una piccola ditta di costruzioni edili.
2) L’interrogatorio dei soci di Colasberna da parte del capitano dei carabinieri Bellodi.
– 3) A Roma il capitano Bellodi sembra dare fastidio a causa di quell’inchiesta.
4) Il capitano Bellodi ottiene delle informazioni utili da un suo Informatore.
– 5) A Roma il capitano Bellodi continua a dare fastidio sempre per quell’inchiesta.
6) Si scopre che c’è un Testimone oculare del delitto, scomparso subito dopo l’omicidio.
– 7) Bellodi continua a dare fastidio.
8) L’Informatore viene ucciso. Ma prima di morire fa il nome di un capo mafia locale: don Mariano Ariena.
9) Il capo mafia viene prelevato dai carabinieri.
10) L’assassino di Colasberna confessa.
– 11) A Roma, questa volta Bellodi è diventato un bersaglio serio.
12) Il cadavere del Testimone viene ritrovato in una pietraia.
– 13) La pista imboccata da Bellodi è avvertita come qualcosa che crea una catena: dall’assassino di Colasberna, anello dopo anello, fino a certi ministri che stanno a Roma.
14) Bellodi interroga don Mariano Arena.
– 15) In Parlamento si discute animatamente dei fatti che, partiti da un piccolo paese siciliano, sembrano finire per coinvolgere esponenti del governo.
16) Il capitano Bellodi è in vacanza a Parma, sua città natale. Viene a sapere dai giornali che l’indagine da lui portata avanti è stata completamente smantellata e che don Mariano Arena è stato rilasciato.
Lo schema evidenzia un duplice andamento: la vicenda vera e propria seguita all’assassinio e i commenti, generalmente dislocati a Roma, che si fanno sulla vicenda. In questo schema è da rintracciare la particolare andatura della civetta che si muove di giorno, l’oscillare tra la Sicilia e Roma indica l’andatura goffa della civetta.
Due sono comunque gli elementi della narrazione: il primo, fondamentale, apertamente narrativo, che porta avanti l’azione; l’altro, secondario, con caratteristiche di commento dell’azione vera e propria, spesso limitata a semplici dialoghi. Il primo tipo di narrazione fa progredire l’azione di capitolo in capitolo; il secondo non è solo un commento, ma è anche il tentativo di far inciampare la vicenda, con il fine di bloccarne la progressione.
Seguendo la prima linea narrativa, si vede che il punto culminante è dato dal capitolo 14, l’interrogatorio del capo mafia don Mariano Arena da parte del capitano Bellodi. I successivi due capitoli funzionano infatti da finale: finale 1, un momento di una seduta alla Camera che discute sui fatti succeduti all’assassinio di Colasberna; finale 2, l’eco che giunge a Parma al capitano Bellodi, poco prima di una nevicata, dello smantellamento dell’inchiesta.
Sono queste due linee a costituire il movimento goffo della civetta alla luce del sole. È un andare buffo, sgraziato, non fatto per quell’ora, ma è un andare che tiene in equilibrio molte cose.

c) Un confronto
È quindi la scena presentata nel capitolo 14 a contenere il culmine della vicenda; senza di essa, l’insieme si sgretolerebbe.
Qual è allora l’elemento caratterizzante di questa scena? È contenuto in niente più che una mezza frase. Prima di richiamarla, sentiamo cosa dice don Arena verso la fine dell’interrogatorio: «“Io” proseguì poi don Mariano “ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”» (p. 65).
La frase che contiene tutto il senso del romanzo è una mezza frase che scatta a questo punto, come risposta del capitano alla classificazione di don Arena sopra riportata: «“Anche lei” disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, […]» (p. 65). A questo punto la citazione si può fermare: il capo mafia prova stima per quel nemico e lo dimostra riconoscendogli il titolo di “uomo”, che per lui è il massimo riconoscimento attribuibile a un componente dell’umanità. Ma è fondamentale la reazione del capitano e questa reazione viene articolata in due momenti significativi:
1) Il capitano «con una certa emozione» riconosce in don Arena un “uomo”, risponde infatti: «Anche lei»;
2) Ma il capitano si sente subito a disagio, perché comprende di avere scambiato un saluto delle armi con un capo mafia.
È probabile che il capitano Bellodi non condivida la classificazione di don Arena, ma anche per lui il termine “uomo” è qualcosa di inequivocabile. Entrambi i personaggi, dai due lati della rispettiva linea di fuoco, si riconoscono in quel termine che diventa una specie di patrimonio comune. Si può praticare il “pizzo”, ordinare l’assassinio di diverse persone perché non si sono piegate a quanto richiesto, oppure destreggiarsi con piccoli informatori, non indietreggiare quando salta fuori il nome di un personaggio influente o addirittura di un ministro, ma, in tutti i casi, è sempre possibile comportarsi da “uomo”, e qualunque persona, se ne ha l’occasione, prova piacere a riconoscere nel nemico un “uomo”.
Arcipelago Gulag di A.I. Solženicyn presenta in un modo diverso le persone che si fronteggiano durante un interrogatorio. I casi presentati da Solženicyn sono completamente diversi da quello del Giorno della civetta, essendo persone sottoposte a interrogatori per attività antisovietiche, ma un qualcosa della situazione è comune. Soprattutto, Solženicyn non racconta la vicenda dal punto della legge, ma dal punto di vista di colui che ha infranto la legge. Ad essere osservato non è quindi colui che viene interrogato per un crimine che ha commesso, ma colui che interroga. La considerazione è la seguente: «Erano ancora dei russi ed erano più o meno in grado di capire le più semplici frasi russe come “è permesso?”, “permettetemi una parola!”. Ma quando stavano seduti come ora, fianco a fianco, dietro un lungo tavolo, e ci mostravano le loro facce bianche tutte uguali, pasciute, felici, prive d’ogni pensiero, era chiaro che erano tutti degenerati da tempo in un tipo biologico a sé stante, e che l’ultimo legame fra di noi era stato definitivamente troncato – non rimanevano che le pallottole.» (A.I. Solženicyn, Arcipelago Gulag, 2 voll., I Meridiani Mondadori, Milano 2001, tomo II, p. 343). Solženicyn non riconosce nei nemici che ha di fronte degli “uomini”, e nemmeno il minimo barlume di umanità in loro, ma li classifica come esempi di degenerazione, come un tipo biologico a parte.
Perché il capitano Bellodi – in quel momento culminante dell’azione – vede in don Arena un “uomo” anziché un esempio di degenerazione razziale, come fa invece Solženicyn in una situazione simile, anche se con le parti capovolte?
Perché nel Giorno della civetta due personaggi contrapposti, il capitano dei carabinieri Bellodi e il capo mafia don Mariano Arena si trovano a condividere uno stesso tipo, mentre in Arcipelago Gulag, una situazione simile, anche se di segno opposto, porta alla definizione di due tipi diversi, tanto che tra i due tipi possono esserci solo le pallottole, vale a dire la selezione razziale?
Nel Giorno della civetta due personaggi contrapposti si riconoscono come appartenenti allo stesso tipo; in Solženicyn personaggi analogamente contrapposti si riconoscono come due tipi razziali diversi – o per meglio dire, come un tipo ancora conforme a un tipo stabilito di razza e come un tipo nuovo, originato in seguito a una complessa degenerazione razziale.

d) Considerazioni
È adesso possibile trarre delle considerazioni su quello che la civetta dà a pensare con la sua parata. Vale a dire, trarre considerazioni sulla parata della civetta nel suo giorno.
Le due modalità si oppongono in seno alla parata nello stesso modo in cui ne costituiscono l’incerto procedere: parata vera e propria, di tipo seriale e di segno nominale (la “parata” in quanto sostantivo); di tipo puntale e di segno verbale (“parata” in quanto participio passato del verbo “parare”). Progressione e inciampo costituiscono indissolubilmente questa parata. La parte progressiva tende alla scena madre, il confronto tra il capitano Bellodi e il vecchio capo mafia; l’inciampo tende all’arresto del suo movimento unidirezionale, non nella forma di una interruzione definitiva, ma nella forma di un rimescolamento procedente a doppia via. È quanto si vede nel processo di “sicilianizzazione” dell’Italia intera accennato nel capitolo finale: «“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…”» (p. 74).
Ciò che costituisce “l’Italia tutta che va diventando Sicilia” è ciò che fa sì che un giovane e onesto capitano dei carabinieri e un vecchio capo mafia si riconoscano nel rispetto da attribuire al vero uomo e che possano provare, ciascuno per proprio conto, autentico rispetto reciproco.
C’è un momento in cui il testo sembra comprendere questa importanza del termine “uomo”, e accennare una riflessione: «A un giornalista, che gli aveva chiesto del capitano Bellodi, don Mariano aveva detto “è un uomo” e insistendo il giornalista per sapere se intendeva dire che, come uomo, era soggetto ad errore, o se invece non mancasse un aggettivo a completare il giudizio, don Mariano aveva detto “che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo; e se dico che il capitano è un uomo, è un uomo: e basta” risposta che il giornalista giudicò sibillina, e dettata sicuramente da irascibilità, probabilmente da malanimo. Ma don Mariano aveva voluto esprimere, come un generale vittorioso nei confronti dell’avversario sconfitto, un sereno giudizio, un elogio: e così veniva ad aggiungere un tocco di ambiguità, piacere e insieme irritazione, ai sentimenti che si agitavano tempestosi nell’animo del capitano.» (p. 73).
Il testo sembra soltanto accennare ad una riflessione, ma poi si ferma lì. È invece in quel punto che si dovrebbe fare una riflessione, in questo sentimento di fratellanza, in questo non poter fare a meno di scorgere l’uomo là dove non ci si sarebbe mai aspettato di trovarlo, in questo senso di commozione che ci invade quando, all’improvviso, ciò che prima si teneva lontano come “altro”, appare invece essere come ciò che è di casa intorno a noi, perché è tutto questo che, fra l’altro, fa sì che si possa accettare come “di casa” cose invece ignominiose come la mafia (e l’Italia).

 

Leonaro Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2015.