Romanzo poliziesco (paradosso)

Abstract – Il romanzo poliziesco considera il delitto ma non pensa ciò che è il delitto in quanto cosa da condurre di peso al pensiero, perché il romanzo poliziesco pensa il delitto proprio come cosa che non è la cosa da pensare, sia in quanto cosa fatta d’impulso, sia in quanto cosa fatta a seguito di un processo ristretto di ragionamento; il romanzo poliziesco considera il delitto indirettamente come specie di esperimento mentale, a livello de l’esperimento mentale che è stato il gatto di Schrödinger chiuso ne la scatola; questo perché il romanzo poliziesco non considera la possibilità del delitto come arte del gioco, vale a dire come arte di compiere il delitto secondo lo schema del gioco del bambino; questo perché il romanzo poliziesco segue le regole di ciò che è bene e male in quanto gioco stabilito in assoluto in data società una, che comporta, sì, gioco ma solo come gioco degli adulti, che chiama in gioco gli esseri umani; gioco che non ha nulla a che fare con quanto ciò che comporta il concetto di “essere umano” – si è detto appunto; questo perché è il concetto di essere umano che deve essere allora determinato, in gioco quello, secondo la formula che, in caso quello, cancellerebbe il delitto, restituendolo nella sua piena innocenza di gioco di bambini – che è ciò cui la nuova impostazione della letteratura dovrebbe a noi condurre la domanda: “Si può parlare di delitto?”, posto, ribadiamo noi, si sia messo allora a dormire il vecchio concetto filosofico di “essere umano”, perché niente altro questo è, questa vecchia cosa tra tutte le vecchie cose, che però allora comporta la possibilità del delitto come gioco – che è appunto quello che il romanzo poliziesco sembra indirettamente profilare, di nascosto, come qualcosa di formula tipo: “Non è l’uccisione di un essere umano proprio la cosa che deve essere ormai cancellata in quanto forma di ciò che era il delitto da condannare?” che è ciò cui forse noi non siamo pronti a dare ancora risposta una, in quanto ciò con cui non siamo pronti a fare i conti – questo forse perché noi non pensiamo più il poeta come ciò che è signore delle parole, ma questo ci porta a ripensare i due omicidi dell’antichità che attendono ancora di essere giustificati nella modernità: l’omicidio del delinquente Socrate, l’omicidio del delinquente Gesù (che è quello che ci porta a inciampare nel pensiero di ciò che è questo bastardo di vecchio italiano che ci troviamo sempre tra i piedi come ciocco d’inciampo in Europa, dico in Europa in quanto terra della razza bianca, ciocco d’inciampo, lùbrica petra, a cui non si può foco, sembra, mai potersi dare). Il romanzo poliziesco è razionalizzazione di pratica che, di per sé, non richiede proprio razionalizzazione una mai nessuna – la cancellazione del nemico di razza – ma solo la certezza di una pratica che attualmente è considerata solo in quanto piccola minima svista; senza considerare ciò che deve essere considerato in quanto compito che attiene al futuro, cioè la soppressione della vita a causa di ciò che è l’essere in quanto ciò che è l’essere qui che è chiamato in questione tutta sua -la, che è ciò che pone le domande che il romanzo giallo mai quello appunto pone: che cosa è l’omicidio, che cos’è l’essere umano, che cosa è ciò che si compie quando si uccide quello che si ritiene essere un “essere umano”? queste sono pure le domande a cui un pidocchio di meticcio slavo aveva cercato di rispondere in suo lungo lungo tardo romanzetto balordo (che comunque credo non sia più ristampato attualmente, inutile tardarsi a cercarlo su Internet – online) – ma distrarre l’attenzione da queste domande è ciò che comporta la composizione del romanzo poliziesco in quanto regno acquisito da paraletteratura, che è ciò che ha costituito romanzo poliziesco (= romanzo giallo = romanzo nero = noir) -il. Questo perché il romanzo giallo è nato come astrazione, cioè come agire ipotetico degli umani nel momento in cui gli umani possono essere pensati indipendentemente dalla terra su cui hanno avuto sempre appoggio loro, cioè nel momento in cui la terra non è più oggetto di pensiero perché non è più la Terra del Sacro, e quindi luogo (loco) in cui l’omicidio può essere sganciato da ciò che è ciò che concerne il sacro. Il romanzo poliziesco è così l’opera di un meticcio prestidigitatore, che è ciò che è sganciato dalla terra, l’opera appunto di quel meticcio che è stato e di quel meticcio che sempre e ancora è Socrate, che guarda il mondo e ne trae le sue infallibili quanto razionali conclusioni, conclusioni che solo un altro di sua scuola meticcia, meticcio, può di volta in volta tornare a trarre tratto – così il romanzo poliziesco è l’opera dello spettro che si aggira nella letteratura, lo spettro della paraletteratura, in cui l’omicidio di Socrate e l’omicidio di Gesù non sono ancora avvenuti, nonostante siano invece già tutti e due già avvenuti, questo perché costituiscono ciò che non è ancora stato pensato – effettivamente, cioè l’omicidio. Si ha Incontro solo se si comprende che ciò che appartiene alla Terra del Sacro non può essere portato via, perché la cosa che lì si è incontrata è la Cosa, che deve essere lasciata lì – in quanto ciò che deve essere lasciato lì (cioè la Cosa) nel tempo in cui andare nella terra non è più andare nella Terra del Sacro. Chiedo: “Vedi il meticcio italiano nella cosa confusa che si fa avanti in Europa al galoppo su le due zampe sue di quattro che gli sono rimaste?” – che è ciò che comporta il dire mio agitato.

• •

Ogni romanzo deve indirettamente rispondere alla domanda: “Perché la letteratura?”, domanda che il genere stesso di forma-romanzo si pone (ponesi), essendo esso, in quanto genere, diventato così importante nella letteratura – che è ciò che, qualunque sia il tipo di risposta data a la domanda, permette al romanzo di continuare a rispondere alla funzione – questo perché scrivere un romanzo è fare filosofia, come nel suo dire ha dimostrato Sotto il vulcano – quando quello che qui si vuole lanciare è appena nuovo modo di pensare le cose.

Forse è giusto, mi dico, sia cotesta definita zona di negri – perché questa è sempre stata nient’altro che zona di negri. Se, in qualche spregiudicato modo analizzato, romanzo giallo (narrativa poliziesca) potrebbe rivelare cose interessanti, assai, anche – a differenza di fantascienza, genere al quale è stato concesso limitato, se pure interessante, approccio filosofico, allora bisogna dire che la storia poliziesca è stata invece per lo più ignorata ad un esame di volta in volta vieppiù scientifico fino a diventare metodo di scrittura scientifica una (per cui bisogna documentarsi per scrivere libro nuovo uno), in quanto oggetto di studio attento – ma la differenza: la fantascienza tratta la persistenza del genere umano nel futuro, mentre il romanzo giallo tratta la soppressione di alcuni individui del genere umano del presente nel tempo presente, affinché giammai si riproducan, essi, evitando essi così di impasticciare – cosa? – il futuro.

È questo il circolo vizioso che la narrativa poliziesca non può permettersi – ma perché, è la domanda di adesso?

Azzardo qui propongo io abbozzo di definizione: il romanzo giallo ha la caratteristica di presentare come gioco ciò che – l’arietta accennata appena appena in soffio sgonfio – che per noi, tutto è fuorché gioco: diligenti scolari del cristianesimo, quali noi tutti siamo stretti qui qui in raccolta, in fila partiamo dall’idea che ogni vita sia sacra, mentre invece il romanzo giallo/nero sussurra che non tutto ciò che vive merita di vivere, perché esiste ciò che è “vita indegna di vivere”, nel periodo in cui non viene accettato il pensiero di ciò che è “vita indegna di vivere”, che, sbarazzino, è il pensiero che schizza addosso a questo e quello di suo (e che potrebbe schizzare infine addosso finanche al lettore – perché infatti non esiste romanzo giallo in cui l’assassino sia il lettore? – a giusto titolo chiedonsi appassionati di genere quello – perché il romanzo giallo non ha compiuto ancora sua piena completa giusta traiettoria, che deve portare quel demonietto, sgorbio bizzarro a saltare su spalla sua), – infatti la questione del romanzo giallo è tutto ciò che viene rimesso al lettore come ciò che sta – ogni tanto, e lo porta a compiere quell’omicidio – omicidio che spesso è motivato da meschinità degne di essere represse, omicidio che spetta al lettore di compiere anche se ciò che dà spazio a quella cosa è ciò che noi non possiamo più concepire: il gioco, cioè la possibilità di creare la nuova forma del mondo, che è la possibilità di dare forma al mondo tramite la decisione di ciò che è “vita indegna di vivere”, che è ciò che comporta il genocidio, che è la cosa, in fondo modesta, che la modernità rifiuta, appunto perché la modernità è la cosa che ha rifiutato il concetto di “vita indegna di vivere”, ma che è invece ciò che il romanzo giallo, in strenua sua formiciattola di sgorbio Gobbaccio maledetto in eterno assiso su spalla di letteratura una formiciattola spicciola sua (sponda appena spalla di paraletteratura) sembra invece sussurrare di striscio al lettore: “Non pensi che queste forme viventi…” – niente è più idiota, ormai possiamo dire, che condannare l’omicidio – quando non si abbia chiaro in chiaro il concetto di ciò che determina l’essere umano, appunto allora viene in aiuto a noi il concetto che noi abbiamo dimenticato di ciò che è “gioco”. Compiere quell’omicidio è ciò che mette al riparo di compiere l’omicidio, che è il passaggio dall’omicidio a quella nuova novella forma di gioco – che è il genocidio tra i bambini. Il romanzo giallo non collega concetto “vita indegna di vivere”, in quanto gioco, di tiro alla razza – ma vuoi vedere? – (che pure chiama il genocidio in quando gioco), limitandosi a giocarlo in quanto gioco a livello di tiro individuale. E nient’altro.

Che cosa c’è, in ciò che si chiama “letteratura”, che ci attira così tanto, per dare possibilità poi ad ogni romanzo di rispondere alla domanda: “Che cosa è letteratura?”, fino a compostare domanda che ciuccia ciccia e dice: “che cosa sarebbe il mondo moderno senza il romanzo?”

Noi conosciamo il romanzo che ha sdoganato l’omicidio individuale, romanzetto/operetta di quel meticcio tanto più d’Oriente, dico io, quanto più d’Europa, il cui titolo continuo a non ricordare io (non cercatelo nemmeno su Internet, non ne vale la pena, era un pidocchio del romanzo), ma non abbiamo ancora il romanzo che sdogana il genocidio, cioè l’omicidio non più del pidocchio singolo, ma della specie “pidocchio” – che è ciò che porta noi a rispondere a domanda -la: “Che cosa è letteratura?” – vale a dire di che cosa deve parlare la letteratura: di individui o di specie, vale a dire di “razza”? che è ciò che a domanda risponde.

Vedo che dobbiamo passare attraverso quello stupido romanzetto che accostava omicidio a barriera di tanto altro, il cui titolo da tempo non ricordo e non voglio ricordare – perché inutile.

Mi concedo piccola pausa; piccola pausa qui mi concedo (abstract); respiro. Quello che io dico: non date scampo al meticcio italiano, dovunque lo troviate.

Quello che mi dà fastidio negli italiani, è quella loro insistenza a camminare su due zampe che hanno loro dietro (zampe posteriori), come se qualcuno glielo imponesse: se camminassero a quattro zampe, come li avevo visti ancora fare quando ero bambino io, in fondo, li troverei un poco meno antipatici, oltre che più conformi a propria intima natura loro di merda, anche se continuerebbero a farmi schifo, debbo di conseguenza fare presente, quando parlo di questi bastardi di italiani del cazzo. Cazzo, per dirla tutta, perché dobbiamo accettare questi bastardi di italiani del cazzo in Europa?

Falsamente noi pensiamo di fare storie attraverso parole, tante le parole – dimenticando che, proprio le parole fanno le parole perché sono le storie – questo perché noi non crediamo più alla Terra del Sacro – Saga, la dèa di cui non si sa niente, è pure la parola attraverso cui il racconto si fa storia, cioè dell’arte di raccontare in quanto dire ciò che è “storia”, che è quello che il sostantivo della lingua islandese “saga”, sottraendo, a noi questo dice. Qui devo precisare: l’altra cosa che degli italiani mi ha dato fastidio è quel ticchettio, quel loro modo di parlare così come il modo loro continuo di muovere le antenne degli scarafaggi. Tutte queste cose, devo dire (degli italiani e degli scarafaggi) mi hanno sempre fatto schifo.

Bene. Non ho ancora terminato.

Quando, da ragazzino, ho dovuto mandare a memoria qualcuna delle tante scombinate terzine di quel Dante là loro di merda schietta (dico giusto Dante di merda), pure affrettandomi a mandarla a memoria, mi sono sempre detto: “Questo puzza d’Islām, ma getta butta giù; questo puzza d’Islām, ma getta butta giù; questo puzza d’Islām, ma getta butta giù”, per tre volte, per poi vomitare meglio – 335 carcasse di merda, 335 vomitate – dall’alto addosso alla testa di quell’italiano di merda del cazzo, uno, dico dell’italiano di merda uno del cazzo che mi aveva imposto e mi imponeva di imparare a memoria le scombinate terzine dell’italiano di merda del cazzo che era stato in quel tempo l’italiano di merda del cazzo Dante di merda al-Islām, dico, a Dante di merda, la sua consistenza di paroliere di merda degli italiani di merda, che è l’inconsistenza dell’antirazza e la maledetta antirazza sua, dico di Dante di merda, e quanti italiani di merda mi hanno imposto, da ragazzino, di imparare a memoria le terzine di merda di quel meticcio di italiano di merda che era, ed è, Dante di merda al-Islām (dico che gli italiani, italiani di merda, devono tornarsene in Africa, da dove tutti quanti quelli giungono, quegli italiani di merda del cazzo, popolo di merda che non è popolo, merda che è merda, italiani del cazzo, col loro Dante di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro Boccaccio di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro d’Annunzio di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro Pasolini di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, tutti su barchini loro di pasdaran allora tutti, italiani di merda del cazzo), quegli italiani del di merda del cazzo; e quando, da adulto, ho poi letto nomato tomo L’escatologia islamica nella Divina commedia allora, porco dio, mi sono detto in puro fiorentino eloquio: ‘Porco dio, ma allora avevo proprio più che ragione’, ma quello che non avevo capito, allora, da ragazzino, è quello che vedevo, adesso, che è proprio quello che dice Thomas Bernhard (Tommaso Bernardo) quando parla dei mutandoni di Heidegger, senza pensare però a ciò che stende, là, differenza (-la) che è la differenza che passa tra la razza bianca (il pensiero di Heidegger) e il meticciato (il bastardo italiano di merda Dante al-Islām Aligherì Aligherà zumpappà, con tutti gli italiani di merda del cazzo che venuti tutti sono dritti dritti appo lui), che è quello che butta all’aria tempore e tempo, che io non avrei mai detto, giusto adesso, perché noi non pensiamo più la razza in quanto ciò che tende la razza come ciò che è la cosa da pensare, che è in quanto ciò che è ciò che porta noi, adesso, a considerare il romanzo poliziesco giusto da cosetta da non pensare a quanto cosa cosetta invece che è la cosa da pensare: vi parlo di Dante di merda heavy metal Malebolge: cazzo, vi dico, non è questo tempo (lo) di buttare via dall’Europa questo mal scarafaggio africano (scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio italiano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio italiano = italiano) di Dante di merda con tutti gli italiani del cazzo al seguito suo triste suo? Dio stramaledica l’Italia! Un italiano di merda, da che tempo è tempo, è sempre stato – e sempre sarà – un italiano di merda, cioè un islamista. E Dio stramaledica l’Italia!

Mi rendo pure 23conto che quello che manca in Simenon è l’idea di selezione – ma Simenon non scriveva frasi fatte fritte, cose, per chiamare il pensiero, semmai tutt’altro.

Sia chiaro: io non penso che questi bastardi di italiani di merda del cazzo abbiano impestato tutto il mondo, e sono del tutto contrario a quanti affermano, e pensano, che questi bastardi di italiani di merda del cazzo abbiano impestato tutto il mondo, ma so benissimo che questi bastardi di italiani di merda del cazzo non possono fare altro che impestare tutto il mondo perché sono italiani di merda del cazzo col loro seguito di bastardume di italiani di merda del cazzo, e che questi bastardi di italiani di merda del cazzo hanno imp33estato tutto il mondo, anche quando questi bastardi di italiani di merda del cazzo sono solo bastardi di italiani di merda del cazzo che non hanno impestato tutto il mondo, perché un bastardo italiano di merda del cazzo non deve essere fermato in Europa per quello che fa, cioè in quanto bastardo italiano di merda del cazzo, ma per quello che è, cioè in quanto bastardo di italiano di merda del cazzo.

Quello che manca in Simenon è appunto la selezione – stavo appunto dicendo.

State attenti al meticcio italiano, dico io, qui, in silenzio assoluto a voi: state attenti al meticcio italiano, il meticcio, tra tutti i meticci d’Europa, quello più viscido, quello più schifoso, che in questa Europa vecchia ormai ci caracolla moscio davanti (povero italiano dal Farolito suo), quello più pericoloso; lo ripeto: state attenti al meticcio italiano: bene io lo conosco: state attenti al meticcio italiano, vi dico, quello più pronto a lanciare sue antenne di merda del cazzo di italiano di merda del cazzo (-le).

Non so perché, non so percome, ma non ho mai sopportato questi bastardi di italiani di merda del cazzo. Voi no?

Dante era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), Boccaccio era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), d’Annunzio era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), Pasolini era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo); tutte quelle cose viventi, bastardi italiani di merda del cazzo, erano ciò che determina il meticcio italiano di merda del cazzo, che è ciò che non deve mai avere diritto di stare in Europa – parlo del meticcio italiano di merda del cazzo, vita indegna di vivere. Il meticcio italiano è la cosa più disgustosa che si possa riconoscere come cosa che sta nel mondo.

Non ci sarebbe pericolo di islamizzazione in Europa se non ci fosse stato Dante di merda (porco dio, quel bastardo di italiano di merda del cazzo), e gli italiani di merda (porco dio), e ciò che in Europa ha fatto entrare gli italiani di merda del cazzo col loro (porco Dio) Dante di merda (porco Dio) stretto sotto braccio focomelico suo/loro (porco Dio, Dante di merda) come serrafila (porco Dio) di quella razza bastarda che costituisce gli italiani di merda del cazzo (porco Dio); senti, tu che leggi, il tanfo d’Islām in Dante di merda e negli italiani di merda come giusto appunto serrafila qui richiamato? se non lo senti, smetti di leggere, perché niente ti potrà salvare.

Dio stramaledica l’Italia!

[SSL’Europa alla razza bianca d’Europa!SS]

Dio stramaledica l’Italia!

Questo dico a chi vede (guarda/legge) testo qui postato (“installazione di parole”, definisco questo io questa cosa qui – anche testo questo qui puntato in quanto “plastinazione di parole”) poiché esibisco cadaveri scuoiati, cioè cadaveri di parole – plastinate parole senza più lingua.

Il romanzo giallo (poliziesco) è una curiosità, ma perché – ci domandiamo – preso ha sì tanto spazio dentro letteratura moderna?

Il romanzo giallo (il romanzo poliziesco) può essere appena curiosità una, ma perché acchiappato ha sì spazio tanto ne la letteratura moderna? Togliere la vita al meticciato non basta: bisogna andare tanto più bene in fondo là; che cosa si intende per “andare oltre”? È quello che Nietzsche aveva indicato come istinto di razza in ciò che tende verso ciò che è purificazione di razza (-la), proprio a partire dalla mancanza di ciò che è razza pura, che deve portare, se letto adesso bene incontro, noi, che letto abbiamo Deleuze e Guattari e Jack Bratich, pure, alla autodistruzione – che permette a noi di rileggere Nietzsche dopo, appunto, avere letto Deleuze e Guattari tanto appena tanto di così:

«272. La purificazione della razza. Non esistono probabilmente razze pure, ma soltanto razze divenute pure, e anche queste sono molto rare. D’ordinario si hanno razze miste, presso le quali devono trovarsi sempre, accanto alla disarmonia di forme corporee (per esempio quando occhio e bocca non si accordano tra di loro), anche disarmonie di abitudini e di concetti di valore. (Livingstone sentì dire una volta: “Dio ha creato uomini bianchi e neri, ma il diavolo creò i mezzosangue”). Razze miste sono costantemente al tempo stesso anche civiltà miste, moralità miste: esse sono in genere più malvagie, più crudeli, più irrequiete. La purezza costituisce il risultato ultimo di innumerevoli adattamenti, assorbimenti ed eliminazioni, e il progresso verso la purezza si mostra nel fatto che la forza presente in una razza si limita sempre più a singole funzioni selezionate, mentre in precedenza doveva provvedere a troppe cose e spesso contraddittorie: una tale limitazione apparirà sempre, al contempo, anche come un immiserimento e deve essere giudicata con cautela e delicatezza. Ma infine, quando il processo di depurazione è riuscito, tutta quella forza che prima si esauriva nel conflitto delle qualità disarmoniche, è messa a disposizione dell’intero organismo: ragion per cui razze divenute pure sono sempre state anche più vigorose e più belle. I Greci ci danno il modello di una razza e di una civiltà divenute pure: e speriamo che sia attuabile una buona volta anche una razza pura e una pura civiltà in Europa.» (Friedrich Nietzsche, Opere, V/1, versione di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano 1986, pp. 177-178.)

È come se il pensiero moderno giungesse a pensare, adesso, questo lontano pensiero lanciato là da Nietzsche in tempo oscuro suo tanto lontano a noi. Ciò che il meccanismo dice è che pensare è pericoloso, ma senza il pericolo gli umani non sarebbero niente – perché solo la vicinanza del pericolo porta gli umani a manifestare il meglio di sé.

Perché questo ritorno al pensiero di Nietzsche? L’importanza di Nietzsche consiste nell’avere pensato al di là del cristianesimo. Pensare al di là del cristianesimo vuole dire pensare ciò cui noi siamo destinati a pensare, cioè l’arrivo del nuovo tipo umano, il tipo che relegherà l’attuale tipo umano a semplice cosa vivente, per cui il nuovo tipo umano è ciò che noi adesso non possiamo pensare o ritenere “umano” – per cui accettare come giusta la condanna a morte di Socrate e la condanna a morte di Gesù è accettare la condanna a morte del meticcio e di ciò che contamina la razza bianca non per quello che il meticcio di tanto in tanto fa, ma per quello che il meticcio odiernamente è, cioè per la sua stessa presenza, per questo noi dobbiamo comprendere la necessità del genocidio.

Noi non crediamo più nella Terra del Sacro – poco è dire che la terra è la responsabilità degli umani, se non si dice che la Terra del Sacro è ciò che è responsabilità degli umani creare ciò che, per gli umani, è l’andare nella terra; il romanzo giallo non è un genere radicato nella terra; il (quasi) romanzo giallo di Simenon ha infatti sostituito l’ambiente alla terra tutta corta.

Come considera l’omicidio, il romanzo giallo? L’omicidio non viene pensato, tutt’al più esso si manifesta ciò che viene pianificato come la soluzione in una situazione difficile. L’omicidio è ancora razionalmente pensato in Delitto e castigo del meticcio russo Dostoevskij, che tecnicamente non è un romanzo giallo, e che poi l’omicida sarà tutt’altro che all’altezza del gesto così dapprima lucidamente teorizzato. La mancanza della possibilità di pensare l’omicidio è una caratteristica del romanzo giallo, e ciò che lo determina nel campo della letteratura spicciola, di second’ordine, appunto perché genere stesso steso in prosa che non pensa.

La struttura stessa di Delitto e castigo dimostra che il delitto non viene pensato in quello che, pur non essendo romanzo poliziesco, pure si avvicina di più al romanzo poliziesco.

Cazzo, non abbiamo d’ora in ora l’ordine seguente?:

  1. Le due Gestalten, che nel romanzo poliziesco vanno da Falso a Vero.
  2. Con il personaggio “Maigret” Simenon apre al passaggio dal fatto Strano, enigmatico, al fatto Compreso perché comune. Il passaggio va quindi dall’anormale al normale.
  3. Il romanzo giallo si basa sulla condanna dell’omicidio e sulla assoluta eguaglianza di tutti gli umani.
  4. Quanto è lecito parlare di “omicidio” nel caso degli omicidi che si trovano nei romanzi tutti visti come romanzi gialli/polizieschi?
  5. La questione è che il romanzo giallo si basa su un antico omicidio, mai accettato fino in fondo in quanto omicidio, sul quale bisogna continuare a ritornare, fino a trovare il “delitto perfetto” che cancella l’omicidio: l’omicidio di Socrate, e poi anche l’omicidio di Gesù – cioè di questi due antichi criminali, che adesso noi non consideriamo più come criminali, ma che abbiamo riabilitato, fino a considerarli veri e propri eroi culturali del nostro pensiero (pensiero frocio, pensiero criminale, pensiero degenerato, pensiero meticcio, pensiero del porco dio del cazzo dell’italiano di merda).
  6. Ma ciò che l’antico omicidio non viene adesso riconosciuto come omicidio è ciò che deve chiamare il nuovo omicidio, che invece non ha nulla a che fare con l’omicidio.

È questo “l’omicidio” che ci viene presentato come ciò che di tra le zampe cosa che ci sfugge, che è invece la cosa che è da pensare, cioè da ripensare in quanto vecchio dispositivo che deve essere ricondizionato, vale a dire usato di nuovo di nuovo per portare a un tipo diverso di consumo.

Se volessimo segnalare un momento nel romanzo giallo come cosa che è da pensare, potremmo indicare:

  1. Le due Gestalten, che spostano in modo irreversibile, ciò che è Falso verso ciò che è Vero.
  2. Con il mediocre personaggio del commissario sagoma Maigret il mediocre scrittore Simenon apre al passaggio dal fatto Strano, enigmatico, al fatto Compreso perché comune. Il passaggio va quindi da ciò che è anormale, non comprensibile, a ciò che è normale, comprensibile.
  3. Il romanzo giallo si basa sulla condanna dell’omicidio e sulla assoluta eguaglianza di tutti gli umani, per cui qualunque uccisione di un “umano” è diventata la cosa da condannare.
  4. La questione è che il romanzo giallo si basa su di un antico omicidio, ma mai accettato sino in fondo, sul quale bisogna continuare a ritornare: cioè l’omicidio di Socrate e poi l’omicidio di Gesù.
  5. Che è la cosa che richiede la punizione del colpevole, mentre invece non c’è nessun colpevole da rintracciare in quella cosa.
  6. Questo perché il romanzo giallo non riconosce il passaggio dal mito al romanzo, limitandosi a vivacchiare in quanto forma di “paraletteratura”.

Il romanzo giallo è il parente povero della forma-romanzo, che è quel genere che deve tendere a considerare il genocidio – e non più l’omicidio singolo – come la cosa che è da giustificare, da qui il suo procedere come delle tante cose che parlano di omicidi senza considerare ciò che è la cosa a cui viene tolta la vita, che non è più una cosa, in quanto riunione di tante cose, bensì la Cosa.

Ci rendiamo appena conto adesso di ciò che il romanzo giallo sembra sussurrare appieno lumaconamente, umbertoecamente a noi, nel momento in cui il romanzo giallo, con piede di velluto, si introduce sì lestamente in letteratura moderna, cioè la nuova forma di pensiero che sarà alla base del nuovo romanzo, o prima o poi? non è l’omicidio, cioè la cancellazione di quella cosa che noi adesso consideriamo, adesso, essere l’essere umano, la cosa da considerare come appena l’argomento di un nuovo gioco possibile – dico di un gioco appena appena novo novello appena di quanto possibile? non è l’omicidio la cosa da cancellare ma la cosa a cui aprire in quanto la Cosa da considerare come gioco, cioè la cosa che non ha importanza alcuna, in quanto la posta che sposta appena risposta -la – che nessuno poi si fa avanti per chiedere indietro?

Quello che chiedo: non si dia scampo al meticcio italiano, dovunque capiti di trovarlo; sia cancellato – Šostakovič era un musichiere → New Auschwitz (Novo Oświęcim) – dico che questo è il rimando.

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Comments Icon2 comments found on “Romanzo poliziesco (paradosso)

  1. “Quello che io dico: non date scampo al meticcio italiano, dovunque lo troviate”
    Vale anche per il meticcio italiano Renzo Giorgetti?

    1. Il nucleo di tutto è l’aforisma 272 di Aurora, Purificazione della razza, che vede un processo che porta a un cambiamento assoluto e che ha per fine l’estinzione di ciò che quel processo ha avviato. Quindi, una auto-estinzione. Roberto Esposito (Il fascismo e noi) sembra aver seguito qualcosa del genere a partire da Al di là del principio di piacere di Freud. L’idea corre lungo tutto il libro, per cui sarebbe limitativo rimandare a qualche singolo punto. Se interessa, tanto vale leggere tutto il libro.
      Abbiamo ciò che tende all’auto-soppressione, che è il superamento di se stessi, contro ciò che è pura permanenza; l’accusa è rivolta a ciò che si stabilisce come pura permanenza, ciò che, vivendo nella zona di confine, non riconosce il confine né si riconosce come ciò che deve scomparire.
      Permanenza fastidiosa come è fastidiosa una musichetta inutile, inutile come la musichetta di Šostakovič, inutilmente riproposta di recente per sant’Ambrogio, riproposta, per giunta, dopo una marcetta insulsa che non mi era mai capitato di ascoltare e che mi ha fatto pensare: “Che cosa ci fanno, i mariachi, alla Scala?”, in questo caso si parla di un inutile meticcio russo, ben chiuso nella sua zona di confine, confine non hegeliano, che si guardava bene dallo scomparire.
      Veniamo alla frase riportata, in cui consiste il commento: è costruita in base ad un versetto del Corano (II/191); richiamare il libro sacro là dove si parla solo della sacralità della Terra è un modo di prendersi gioco dell’arte stessa del dire. Ho sempre cercato libri scritti in modo che dicano quello che essi stessi, dicendo, contraddicono – dovrebbe essere una cosa molto semplice, eppure l’unica cosa che sono riuscito a trovare è Finnegans Wake di Joyce, libro che, infatti, come dice la ballata con l’apostrofo, offre un sacco di divertimento a chi interviene – fermo restando che sia l’artificio a venire considerato, non ciò che l’artificio sembra indicare.

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