La questione “Jessica Fletcher”
Ciò che rende il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher di Alice Guerra interessante è la forma, che ha il privilegio di salvaguardare l’enigma che è proprio della forma del romanzo, perché nel romanzo è ciò che, della forma romanzo, viene utilizzata in quanto ciò che quella forma chiama, come ciò che non può passare alle serie TV, per cui, giustamente, Non chiamatemi Jessica Fletcher non chiama in causa il personaggio Jessica Fletcher, ma la serie televisiva La signora in giallo. È quello che rende il testo vivo: esser nati in la maledetta Italia, è qualcosa che aiuta.
Niente determina il personaggio “Jessica Fletcher” come la sua risatina chioccia lungo la serie. Per cui quello che avvertiamo come dialoghi, in quella serie chiacchiericcia, è solo una cosa che dice ben poco di quel personaggio, al confronto della sua risatina stupida, che è ciò che quella serie TV usa a fianco del dialogo, ma in modo di annullare il dialogo che è ciò che invece doveva essere annullato da tempo tanto.
Si potrebbe pensare che Non chiamatemi Jessica Fletcher sia costruito in base a due principi di spettacolarizzazione: la Fiction TV (le avventure dei personaggi) e il Reality show (le avventure del personaggio “Alice Guerra” lungo il romanzo), infatti il personaggio di Jessica Fletcher rimanda ad una forma di serie TV ormai più che datata, La signora in giallo, in quanto serie che rimanda all’epoca del protagonista eroe, messo da parte dalle serie più realistiche che compariranno alla fine degli anni Ottanta, secondo quanto indicato da Massimo Melotti. Allora lo schema della Signora in giallo potrebbe, appena, ritrovarsi nei suoi personaggi e nella rappresentazione di Mestre, per cui potremmo avere una Signora in giallo senza “Signora in giallo”, così come abbiamo avuto nebbiosi romanzi di Jules Maigret senza la sagoma impacciata di quell’idiota che è Maigret. Il personaggio “Jessica Fletcher” non è ufficialmente rappresentato lì, perché il personaggio “Alice Guerra” non agisce in quanto detective-impicciona sul modello di Miss Marple, ma sembra rimandare al corto circuito di realtà e finzione che si ha nei reality show – di cui ha sempre parlato Massimo Melotti – però nemmeno questo determina la struttura del romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher.
Per cui si torna al punto di prima?
Se noi dobbiamo pensare il nuovo romanzo (novello), dobbiamo pensare un nuovo romanzo in cui non ci siano più personaggi e non ci sia nemmeno più una storia – personaggi e storia sono infatti i due elementi che, a torto, sono sempre stati considerati indispensabili nel romanzo, ma che meno che mai lo sono, adesso si può dire.
Tempo presente è il meticcio che è sempre passato, la questione Jessica Fletcher riguarda ciò che deve essere evitata per scrivere un testo, quando l’ordine de la lingua chiama il disordine de le parole, di cui le mamme antifasciste sono lo esempio stupido più tra li tutti.
Dalle 2 Gestalten al quasi giallo
The Gestalt Shift di Michael J. Crowe non imposta il cammino verso il quasi giallo di Maigret – che pure a questo esso ci ha congiunto, perché la domanda da porsi è: che cosa è “omicidio”? La domanda da porsi è niente altro che la domanda da porsi in quanto la domanda da porci, formulata da tempo già da Nietzsche: «Quando il ricco toglie un possesso al povero (per esempio un principe l’amata al plebeo), nel povero nasce un errore; egli crede che l’altro debba essere del tutto scellerato, per togliergli il poco che ha. Ma quello non sente affatto così profondamente il valore di un singolo possesso, perché è abituato ad averne molti: quindi non può mettersi nei panni del povero, e commette un’ingiustizia di gran lunga minore di quanto costui creda. Entrambi hanno dell’altro un’idea sbagliata. Il torto del potente, che massimamente indigna nella storia, è molto meno grande di quel che sembra. Già il sentimento ereditario di risultare un essere superiore con diritti superiori rende piuttosto freddi e lascia la coscienza tranquilla: noi tutti poi, quando la differenza fra noi e un altro essere è molto grande, non avvertiamo più nulla di ingiusto e uccidiamo un moscerino per esempio senza alcun rimorso.»
L’aforisma di Nietzsche mette sullo stesso piano, per una frazione infinitesimale di secondo, pidocchio ed umano, come già aveva fatto l’esperimento mentale di Schrödinger.
Proprio in base a questo, adesso noi possiamo dire che la narrativa poliziesca è quel tipo di narrativa che non ha mai “acchiappato” al laccio l’omicidio, perché non lo ha mai pensato, ma se lo è sempre trovato davanti, accettandolo, appunto perché l’omicidio è ciò che deve essere pensato non in quanto uccisione o rimozione di un essere che viene considerato “essere umano”, ma in quanto uccisione di una cosa vivente che viene fatta pesare anziché fatta pensare come uccisione di un essere vivente, mentre si trattava solo della rimozione di una cosa vivente, quindi rimozione di ciò che non ha nessuna importanza – è l’uccisione del pidocchio di cui parlava il meticcio russo Dostoevskij nel suo stupido romanzetto il cui titolo più adesso mica mi ricordo, vale a dire la questione di ciò che riguarda l’essere umano.
Il vero romanzo giallo dovrebbe considerare le due Gestalten su modello del papero-coniglio, non come passaggio da ciò che è Falso a ciò che è Vero, ma come coesistenza di una forma che non considera più l’omicidio come cosa da punire a l’altra forma in cui lo riconosce come cosa in cui l’omicidio non ha più importanza alcuna – questo nella totale coesistenza de le due forme entrambe (begge to).
Questa è la vera corrispondenza del disegno del papero-coniglio, che coinvolge il delitto in quanto elemento fondamentale del romanzo poliziesco: elemento de la massima importanza, se guardato da certo punto uno di vista; elemento di nessuna rilevanza, se guardato dal punto di vista opposto.
Il quasi-giallo di Maigret si regge sulla nebbia e su l’atmosfera e su l’assenza quasi assoluta della rete delle indagini. All’interno del meccanismo delle Gestalten, possiamo chiederci: “Che cosa è omicidio?” Il quasi giallo – sia quello di Simenon, sia quello di Alice Guerra – sbiadisce infatti il tema dell’omicidio. La questione, nei romanzi di Alice Guerra, non è l’avvicinamento alla serie televisiva La signora in giallo, ma il suo allontanamento – che è ciò che chiama le varie piattaforme all’interno della forma-romanzo.
A dirla tutta, al di fuori de la questione del romanzo giallo, Non chiamatemi Jessica Fletcher ha il grande merito di metterlo in culo a Valerio Evangelisti e ai suoi compagni d’amaranta picciola amara sponda tanto di battaglia a favore di flottiglia letteraria nazional-proletaria orgogliosamente italiana (Dio stramaledica l’Italia) – chiaro resti e sia pure da picciol parte sponda mia tutta: alle Fosse Ardeatine, ci cago sopra. Ci si può invece più semplicemente sedere e domandare, mani in alto: perché il genere poliziesco è così diffuso nella maledetta persistente letteratura de la contemporaneità? Ma questo non ci avvicina ai romanzi di Alice Guerra, che non considerano l’omicidio, quando il senso di questi romanzi è che ci avvicinano proprio a quello.
Verfremdungseffekt
Il lungo luogo (loco) di svolgimento di romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher, con case dove i personaggi stanno – “stanno” in quanto forme fatte fugacemente per stare in su la terra (come dimostra mappa la/là) senza mai abitare la terra, mentre sarà il rito magico a determinare l’abitare, e insieme a chiamare la terra, cioè in quanto ad abitare poeticamente la terra, le strade e i luoghi pubblici dove i personaggi casualmente non si sono mai incontrati, diventando, in questo romanzo, che, per sua fortuna non ha nulla fare con quei romanzetti di quel meticcio il cui nome non me lo ricordo, il non-loco (luogo) che permette il passaggio ad un luogo sospeso dove si svolge l’incantesimo che riguarda ciò che attiene l’alingua.
I personaggi incredibili di questo romanzo sono come la Praga di Dan Brown, talmente falsa da sembrare vera – anche in parte a causa del turismo come sovraturismo, fenomeno che si combina perfettamente con le frasi fratte tante di Jessica Fletcher presenti in tutta la sua serie, anche se Non chiamatemi Jessica Fletcher non chiama in causa il turismo.
Perché, poi, Dan Brown, anziché un qualsiasi italiano altro di merda, me lo sapete dire? c’è stato Umberto Eco… (cazzo, se c’è stato, quello) non è la stessa cosa; c’è stato Pasolini (quello era un finocchietto…) – è tutto questo marmagliume, ti dico, che fa l’italiano di merda – che Dio lo stramaledica.
A prima vista, il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher utilizza prosa & poesia così come aveva fatto già il romanzo Teorema di Pasolini (Pier Paolo, il finocchietto italiano); Pasolini (Pier Paolo, il finocchietto italiano) ha avuto il difetto di pensare col suo cervellino di finocchietto italiano, anziché col suo uccellino di finocchietto italiano – quando invece poteva fare l’opposto, ma la sostanza non sarebbe cambiata, perché Pasolini (Pier Paolo il finocchietto) è sempre stato solo un finocchietto italiano, e sempre Pasolini sarà solo un finocchietto italiano, finché durerà quel campo impropriamente chiamato “letteratura italiana”, che nominerà “Pasolini”, che invece è solo stato un meticcio italiano dei tanti, cioè il meticcio Pasolini (Pier Paolo, il finocchietto italiano). Marcisce nell’inferno de li libri, quella carogna. Come pendulo sacchettino d’immondizia portato fora di casa, l’arte di Pasolini è tutta contenuta nel suo musetto frocio di sporco & pendulo finocchietto italiano. Intendiamoci: Dante (Dante di merda) non era niente di più. È probabile che tutta questa cosa, dico questa maledetta cosa Italia (letteratura italiana = merda), debba essere considerata come appendice di quella maledetta cosa là, che è il Nordafrica. Dico: l’Europa alla razza bianca d’Europa.
Prosa e poesia non è che un modo per unire parole, come ha dimostrato Nietzsche; ma cosa poteva sapere, di questo, quel finocchietto italiano che era Pasolini?
L’Italia è sputo di sposto – uno – stancamente stiracchiato tra Africa ed Europa; non è Africa et manco è Europa, ma è più Africa che Europa (tutto da ridere).
Alice Guerra agisce sulla figura che ha davanti su la pagina bianca spiegata, mentre Pasolini (il finocchietto italiano) surfava, con uccellino suo tanto umile quanto modesto d’apparenza, tra prosa and (&) poesia in quel fioco pisellino di spicchio suo di romanzo romanzetto, che ho qui davanti a li occhi fiochi foschi tanto miei (begge to). Il deserto ha forse tanto più importanza nel film Teorema di Pasolini (il finocchietto italiano) che nel romanzo Teorema di Pasolini (il finocchietto italiano). Il deserto è lo spazio aperto che si attraversa in orizzontale, mai in profondità, è nella piena orizzontalità che il dio può piombare addosso al suo fedele dall’alto per brutalizzarlo (= infilarglielo nel culo), mentre il fedele non può mai scendere nella profondità del deserto dove il suo dio sporcaccione lo ha portato a scarpinare; può solo esporsi, procedendo in orizzontale, alla brutalità del suo “dio” finocchietto, sporcaccione, come quel Pier Paolo finocchietto, nella peggiore delle ipotesi finocchietto italiano come il meticcio italiano Pasolini (dico Pier Paolo, brunto grrrr, il finocchietto italiano).
Mettiamoci cuore lo in pace: Pasolini era un finocchietto così come d’Annunzio era il superuomo umile, secondo la perfetta giunzione di Stefano Jossa – tanto quanto il dio sporcaccione è il dio semita.
Da Cabot Cove come non luogo di serie TV, a Mestre come non luogo di un romanzo, l’orrore sarebbe stato, da parte di Alice Guerra, rappresentare Mestre come la disneylandizzazione sempre possibile a partire dalla serie TV (La Signora in giallo), ma questo proprio non avviene, che è appunto quello che rende questo romanzo interessante – ne abbiamo un precedente della possibilità in Claudio Vergnani, con il parco giochi di Innsmouth, c(’)entrato nel suo bel romanzo Lovecraft’s Innsmouth. La questione è che noi non vediamo più la razza in ciò che abbiamo sempre più chiaro davanti agli occhi nostri in quanto razza, per cui non vediamo nemmeno che il romanzo di spionaggio non ha affrontato mai la razza, nel momento in cui presentava lo scontro tra Occidente ed Oriente, che è lo scontro tra la razza bianca e il meticciato, che è invece ciò che ci rimane adesso pronto adesso davanti agli occhi nostri, come il futuro.
Oltrepassare i confini: vediamo il modo in cui nel romanzo Non chiamatemi questo avviene, che è appunto ciò che avviene in quanto il testo viene organizzato come nel modo “Capitolo – Note – Poesia”, che è il modo in cui adesso la lettura imposta l’oltrepassamento dei nuovi confini attraverso la bibliografia.
Canto fermo e polifonia
Per questo paragrafo di centro mio avevo proprio un sacco di molte belle idee mie tanto belle e diverse tenute in sacco, quando mi son posto seduto davanti a scrittoio, mio calamaio e penna posta in scrittorio minimo mio, era mia intenzione scrivere tutto questo paragrafo a partire da quei punti e spuntini di adorniana memoria; mi sono assentato per un lancio di minuto qualche sbarazzino e quando tornato seduto mi sono davanti a scrittoio, calamaio, penna & posta in scrittorio minimo mio, ho deciso che non era più il caso di scrivere quel paragrafo di adorniana quanto mai negativa memoria relativa a quella cosa proprio lì – sapete cosa vi dico? potete quindi saltare paragrafo questo più che tranquillamente, che infatti non dice niente: nell’alingua di cui AG è maestra di fermo movimento, il gingerino funziona come “espresso macchiato”.
Galdr – La costruzione del romanzo
Ciò che il romanzo deve ammettere in quanto propria condizione di esistenza, il fatto che i suoi propri personaggi poggino su di terra una arbitrariamente o meno determinata, è ciò che adesso il romanzo deve dimostrare come ciò su cui i personaggi devono essere chiamati a creare la cosa; quindi suona adesso la questione: “È in grado, adesso, il romanzo, di riconoscere la propria creazione, come creazione che riconosce la terra come terra che esso stesso, ha creato, – nel momento in cui avviene l’Incontro a livello di personaggi?”
A partire dal capitolo 3, fino al capitolo 11, tra la fine di un capitolo e l’inizio del successivo, si presentano piccole belle poesie di lontananza assoluta.
Il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher pone un totale di 84 note ripartite nei vari capitoli (6 + 4 + 12 + 13 + 7 + 4 + 9 + 3 + 6 + 2 + 4 + 13 + 1 = 84). Niente male per un romanzo, perché non si parla soltanto di note relative a traduzioni dal veneto dialetto, ma di commenti de l’agire di personaggi del romanzo – ricordate la corda dell’impiccato di cui parlava Miguel Serrano?
Si possono precisare i capitoli solo in quanto occupazione di spazio che non è spazio:
1) poesia Lumache, lumachine, capitolo 3 4;
2) poesia Albumino, albumetto, capitolo 5 6;
3) poesia Palloni, palloncini, capitolo 6 7;
4) poesia Rosso, rossetto, capitolo 7 8;
5) poesia Biscotto, biscottino, capitolo 8 9;
6) poesia Carrello, carrellino, capitolo 9 10;
7) poesia Calzini, calzinetti, capitolo 10 11.
Le poesie riguardano solo gli oggetti rubati. Il fatto che lo spazio occupato nel romanzo possa essere definito come “non spazio” riguarda il fatto che queste poesie sono collocate dopo le note alla fine di un capitolo e l’inizio del titolo del nuovo capitolo. Le poesie devono collegarsi agli estremi delle due Gestalten riconosciute a partire dal libro di Crowe: la Gestalt 1 è il “vuoto degli oggetti”, la Gestalt 2 è la pienezza dell’oggetto fatto voto nella prima Gestalt. Il passaggio dalla prima alla seconda Gestalt non riguarda il passaggio dal Falso al Vero, quanto un modo di parlare degli oggetti che chiama in modo scomposto il modo di far parlare gli oggetti, per cui da un luogo in cui si parla degli oggetti come non oggetti, si passa ad un loco dove gli oggetti sorgono indicati come pertinente oggetto in tutto di una lingua.
L’oggetto rubato diventa allora il Dono – e il dono, in quanto dono della terra – è ciò che, chi si è reso responsabile del furto, vede levitare di fronte a sé in quanto parola come cosa che ha pronto davanti agli occhi in quanto cosa che è cosa a sé, ma che fa esattamente quello che, nella mente sua, si aspetta che la cosa debba fare, perché quella cosa non è altro che ciò che ha proiettato fora di sé, creando la Terra del Sacro, che è la Cosa in quanto parola – che è ciò che crea la Terra del Sacro a partire dall’alingua.
La serie e le eclissi devono essere considerate come i capisaldi, per cui la musica di Šostakovič (Dmitrij, il meticcio russo) non ha nulla a che fare con ciò che è nella prosa di Alice Guerra (“Alice Guerra”). Ciò che chiama il racconto è ciò che blocca il racconto.
È importante la collocazione di queste poesie nel testo. Stando come sta qualcosa che sono le scritte sui muri dei cessi, che è ciò che è frangia fra l’alingua e la lingua perché lì si determina come ciò che porta l’apostrofo.
È probabile che La Gioconda giochi qui il ruolo fondamentale. Sembra far parte degli oggetti rubati e sia presente in casa di AG. Si scopre poi che invece è parte di tutto un altro tipo di furti. Si può parlare di santa Gioconda nel piano che costituisce il sacro come ciò che avvolge gli oggetti rubati, la funzione della Gioconda è allora quello intermedio del piano del santo tra gli umani e il divino, cioè il sacro – quindi di ciò che permette l’incontro con il sacro, altrimenti agli umani precluso. Il fatto è che che si può parlare di santa Gioconda nel momento in cui si pone la cerimonia in cui la Gioconda non centra proprio un bel niente.
Precisare i titoli è come nella serie di Jessica Fletcher precisare le formule isolate che comportano il cambiamento di Gestalt, quando Jessica Fletcher capisce come stancamente stanno tra loro le cose.
Ciò che la parola landnáma determina è adesso ciò che non è terra in quanto ciò che non può essere presa come terra, come è appunto ciò che si svolge nel bagno di un piccolo appartamento anonimo in cui si è ospitati, che è comunque ciò che rimanda alla terra in quanto creazione della Terra del Sacro. Indipendentemente dal significato, le parole sono cose che capitano addosso come tutte le parole del mondo, quando si è stati lasciati soli tra tutte le parole del mondo, per cui non ci può essere nessuna eredità di parole.
La meta di ogni romanzo è il non-romanzo che è ciò che costituisce la non-letteratura, cioè il punto zero in cui tutti i romanzi della storia sono presenti nell’assenza totale del romanzo in quanto intreccio che coinvolge un dato numero di personaggi che non hanno mai avuto storia.
L’oggetto è rubato per sottrarlo a la rete dell’alingua e restituirlo a la lingua sua propria e ladroncella, che è ciò che che permette la composizione de la poesia nascosta tra le note del vecchio capitolo e il titolo del nuovo capitolo.
Lo spazio nuovo non è occupato, ma si presenta come novella terra che è creata – che è appunto quello che mostra lo spazio tra i capitoli.
Che gli umani abitino la terra è cosa che non ha bisogno di conferma; mentre non altrettanto è possibile dire di ciò che “umano” in quanto di ciò che è “terra” e anche di ciò che allora è, per gli umani, abitare la terra, perché noi pensiamo la terra solo come terra dove andare, terra dove andare in quanto turisti o in quanto migranti, e non pensiamo più la terra come ciò che ha il diritto di chiamare il suo abitante, che costituirà allora ciò che, poeticamente, abita la terra, perché non pensiamo più al Dono, che è ciò che giunge dalla Terra e vediamo nel Dono l’ombra del furto, o comunque l’ombra furtiva de l’inganno – ma comporterà l’ombra di ciò che deve essere cancellato dal quadro de le forme viventi, in quanto forme che fraudolentemente stanno sulla terra, ma che non abitano la terra. Queste poesie stanno infatti dove non hanno diritto di stare, impostandosi, così come forme di vita indegna di vivere stanno nella terra in quanto ciò che occupa la terra, tra la fine di un capitolo e l’inizio di un nuovo capitolo così come sempre sta ciò che è vita indegna di vivere. Mentre, giustamente, tutto questo sputa in faccia a ciò che rimane della carcassa del meticcio italiano Pasolini (Pier Paolo, il finocchietto).
Il passaggio dalla lingua a l’alingua pone la questione delle forme che abbiamo visto trascomparire fredde in faccia in fronte a noi, qualcuna scomparsa senza colpa nostra, altre mandate via per pura colpa nostra; tutte povere forme che chiedevano quello che noi non potevamo dare loro: vita lì. Ora siamo prosa, poi presto canto diventeremo, cioè ciò che è incanto – ma il passaggio da prosa a canto non riscatta mai quello che è il passaggio inverso. L’incanto sgretola la fissità delle parole. La cosa più vicina che, quando si incontra, bisogna sentire come la più lontana. È ciò che Blanchot (Maurizio) ha affrontato come differenza e attrazione tra canto e narrazione nel romanzo. La cosa come dono della terra nel momento in cui la terra non è che la Terra del Sacro nel momento in cui chi si è allontanato da essa ha creato la nuova possibilità del recinto del sacro, che comporta la comparsa della nuova terra col suo dono – noi conosciamo solo gli italiani bastardi. Vero come è vero che un italiano è solo un italiano di merda (chi è quel bastardo di italiano; da dove viene, quel bastardo di italiano del cazzo che gironzola e comanda sempre di più in Europa come fa l’islamico qualunque, il suo socio di merda?), che è la questione che pone a numerare gli italiani in quei cazzo di quei tre tre cinque italiani bastardi. Dico bene? Compito di chi scrive è far suonare le parole che sono ora strette tra fissità che stringe adesso le parole de l’Occidente. Questo è il passaggio che si verifica da stile uno a l’altro – nel momento in cui dalla prosa si passa alla poesia, che è tipico di questo romanzo – nel momento in cui la fissità delle parole è ciò che minaccia il linguaggio, che è passaggio, ma riscattare fissità là de le parole è l’impegno più gravoso, quando questione pongo qui: “Chi è quel bastardo di italiano?”
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(P.S. Il fatto che, in questo romanzo, definito nel titolo “quasi giallo”, non ci sia il delitto, che è l’anima del romanzo giallo, dimostra come il “delitto” sia la cosa più lontana dalla nostra mentalità; il fatto è che il romanzo giallo ruota attorno a un delitto che non è stato ancora mai stato compiuto, ma che suona come ciò su cui riflettere come cosa da compiere nello stesso modo, cioè come ciò che deve cancellare là ogni delitto – questo perché noi non abbiamo approvato e quindi compiuto il delitto fondamentale a favore della nostra società, che è l’uccisione di Socrate.)
Finale: La Terra
Ciò che il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher compone è la costituzione di uno spazio nuovo a l’interno della terra, che è ciò che gli umani hanno a che fare nel momento in cui si muovono nello spazio ridotto che comprende la Terra in cui abitualmente hanno i loro movimenti abitudinari e lo spazio nuovo che non sanno più identificare, ma che di spazio novo pure trattasi, perché non è la persona a costruire su la terra nella terra, ma è la terra a chiamare il suo abitante, scegliendolo. È in questo spazio non-spazio che avviene l’esperienza del sacro, fondamentale a livello antropologico, che non ha nulla a che fare con la religione, perché l’esperienza del sacro è ciò che riguarda gli umani nei confronti della terra che è ciò che gli umani sono portati ad abitare. Così il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher è simil costrutto come un romanzo che mostra la vita semplice in una città di provincia là dove solo in un caso raro molto si volta a presentare la possibilità della presenza di uno spazio alternativo, fuorviante, preoccupante, spaesato nell’organizzazione di un testo assassino, quanto sempre favorevolmente genialmente presente.
Ogni bastardo di italiano si annusa e riconosce. I personaggi incredibili di questo romanzo sono come ciò che costituisce la Praga di Dan Brown, Praga là talmente falsa da sembrare vera – anche in parte a causa del turismo come sovraturismo, fenomeno che si combina perfettamente con le frasi fatte fratte di Jessica Fletcher lungo tutta quella serie sua tanto fortunata. Infatti, come nella messa in scena del sogno e della Praga per i turisti e delle scorribande del Golem, «Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero.» – ed è subito turismo.
Non chiamatemi Jessica Fletcher parte come il tipico romanzo costruito su la terra, ma si sviluppa come il romanzo che mette in scena lo spazio alternativo tra la terra e ciò che ancora non può essere Terra, ma che si configura come lo spazio della Terra, e che qui, giustamente, è rappresentato dal furto, cioè dal comportamento inoffensivo quanto del tutto trasgressivo.
Il salto nella Terra del Sacro è sempre adesso il passaggio nella terra del sacro. Che è ciò che pure dà fiato agli incredibili personaggi che animano il romanzo Non chiamatemi Jessica Fletcher.
Abbiamo a che fare con quella cosa che è il meticciato, cioè il meticciato italiano primo di tutto, che è la cosa che pone la domanda circa la rappresentazione di ciò che non ha loco. Ma il meticciato è la cosa che non rappresenta un pericolo per quello che fa, ma per ciò che è – per questo è giusto eliminarlo.
Per nostra fortuna i romanzi di Alice Guerra non hanno nulla a che fare con quelli di Dan Brown, che non hanno nulla a che fare con la terra in tutte le sue variazioni, cioè su ciò su cui i personaggi poggiano i cazzi brutti loro, trattasi del cazzo brutto di Roma oppure del cazzo brutto di Praga, perché quello che infatti il romanzo deve essere tratto a fare è comporre il museo della forma che nel futuro si è estinta, perché questo è infatti il compito di Praga quale museo della forma che si è estinta: galdr/galðr = «a song, but almost always with the notion of a charm or spell». Si ha a che fare con galdra-kona e galdra-maðr.
Libri pervenuti in eredità per una possibile bibliografia
Alice Guerra, Non chiamatemi Jessica Fletcher, Rizzoli, Milano 2025
Michael J. Crowe, The Gestalt Shift in Conan Doyle’s Sherlock Holmes Stories, Palgrave Macmillan, Cham 2018
Richard Cleasby, Guðbrand Vigfússon, An Icelandic-English Dictionary, Oxford University Press, Oxford 1986, s.v. galdr
Emile Benveniste, Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 2 voll., Einaudi, Torino 1976, s.v. Il sacro
Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano, I, in Opere, traduzione di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 1977, af. 81, Errori di chi patisce e di chi fa, p. 68
Harald Bjorvand, Fredrik Otto Lindeman, Våre arveord. Etymologisk ordbok, Instituttet for sammenlignende kulturforskning, Oslo 2000, s.v. hellig, che deriva dalla forma germanica ricostruita *hailaga-, col significato di «opphøyet over det jordiske, fylt av gud(dom)», coincidendo con quanto affermato da Benveniste, vale a dire l’opposizione a ciò che è umano in quanto abitante della terra. Questo perché il sacro chiama precise componenti razziali.
Maurice Blanchot, Il libro a venire, traduzione di Guido Ceronetti e Guido Neri, il Saggiatore, Milano 2019
Stefano Jossa, Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano, Laterza, Roma-Bari 2015
Angelo Maria Ripellino, Praga magica, Einaudi, Torino 1991, p. 5
Dostoevskij (questo è un meticcio russo fra i tanti che ci sono e che adesso circolano qui), tempo fa è stato autore di un romanzetto il cui titolo più adesso mica ricordo, comunque aveva a che fare con un delitto. Cercate su Internet, se proprio vi interessa, ma non credo valga la pena.
H.P. Lovecraft, Potrebbe anche non esserci più un mondo, traduzione di Ottavio Fatica, Adelphi, Milano 2025. «Lo squallore da te [indica il destinatario della lettera] riscontrato non è rappresentativo del francese colto più di quanto lo squallore di un insediamento di negri in Alabama o di una comunità urbana di mangiaspaghetti [indica qualsiasi insediamento di italiani negli Stati Uniti o in altra terra dove è presente la razza bianca] rappresenti l’americano colto.» (p. 4). Lovecraft divide tra ciò che è civiltà, in quanto prodotto della razza che abita la terra e l’insediamento di negri o di mangiaspaghetti, che è ciò che non abita la terra, ma ciò che occupa la terra, così come un animale occupa l’ambiente che gli permette l’immediata esigenza di vivere, o una pietra occupa un ambiente limitato, alla fine di una frana o durante una frana ancora in corso. L’insediamento urbano di mangiaspaghetti in America è ciò che sporca la terra, così come l’insediamento di negri in America, perché quegli insediamenti di razze degenerate hanno avuto luogo solo come insediamenti sopra insediamenti di nativi americani, che era l’antirazza che poteva solo occupare la terra, ma mai abitare la terra – che è ciò che apre al ruolo del meticciato, come ciò che chiama ciò per primo ha sporcato la Terra, perché solo la razza bianca abita la terra.
Ad Armando Verdiglione merito va di avere coniato termine (-il) “l’alingua”, termine qui richiamato in dissacrante larva sua a correre, correre trascorrere sempre in catene costretto, lungo tutto testo questo, sì, e poi anche oltre.
Ora mi accorgo di avere finito. Sì (Dio stramaledica l’Italia)!