Martin Walser, L’unicorno

Ciò dentro cqui, detto giacendo, romanzo L’unicorno (1966) di Martin Walser (1927-2023) sembra richiamare, apre alla possibilità dei diversi romanzi che si potrebbero vedere allora come tanti romanzi-unicorno sparsi tra scrittori lì pur tanto diversi (romanzi allora non più unicorno ma pluri di un corno: Berlin Alexanderplatz, Il 42° parallelo, Sotto il vulcano, Il gioco del mondo), per quanto scritti prima e dopo tempore in cui questo alla fine romanzo esso si propone – fascia che giace stretta sei e sei tra la narrativa modernista e narrativa post la moderna; nel momento in cui dire si può che la narrativa postmoderna è stata un fallimento, ma questi romanzi hanno accostato ad soglia una sola, dalla quale è stato possibile, come da fessura lungo tempore occlusa di fortezza Bastiani, di là lanciare, pallido, lampi smorti di occhiata sua su ciò che inumano, sovrumano, sembra stendersi sonando libero là, cioè ciò che, Idea of North, al di là alberga ciò di cui letteratura, quella, si è con prepotenza di suo tutta appropriata, anche se nessuno di questi romanzi lo ha poi con islancio fatto ed ampiezza raggiunto forse solo da Finnegans Wake, cioè la psicologia, che è la cosa da lanciar giù di sotto, quando a tener insieme queste composizioni è il gioco (game), che poi scompare come in un lampo di prestidigitazione.

Lampo faccio di digressione: ciò che nelle registrazioni di Glenn Gould e di Celibidache mi ha sempre dato fastidio assai è quel canticchiare di questi fastosi mastri e personaggi di successo, adesso visti così, che ignorano quello che invece avrebbero dovuto riconoscere, quando erano lì in quel punto, vale a dire la polifonia – che mai ha avuto spazio, quando il dionisiaco è presente nella letteratura modernista, mentre è posta da parte nella letteratura postmoderna a favore de l’apollineo di una trama che pone apollineo/cristallino in linea sua, che nell’imperativo “Balla!” sgrana bella a galla tutta balla bella la sua, così penso e rimembro: noi non sappiamo che cosa mai cosa nomata “polifonia” possa alfine essere stata o mai stata, perché forse non abbiamo mai avuto valida prova di cosa essa sia, come disse, tempo fa, Adorno maestro Teodoro (W.).

Se il romanzo è genere minore in campo di letteratura, il romanzo è l’unico genere letterario legato alla terra in quanto genere che tratta i personaggi come ciò che hanno tempo come terra su cui pensare là dove poggiare i piedi in quanto abitanti de la terra e non come semplici figuranti che hanno terra dove ora intanto andare; se il romanzo è l’epos della povera gente comune, allora il romanzo è l’epos della Terra del Sacro in quanto meta dove protagonista è solo punto dove andare quando la terra, per lui, non è più terra dove andare, perché Simbolo e Terra del Sacro fanno lì tutto flutto uno szanpillante; se l’installazione di parole potrebbe aprire a sballo, allora il romanzo si conferma come il genere letterario che non è pensato per esprimere sballo alcuno, cioè ciò che si fa difforme da forma di sua, perché è pensato come traccia di ciò che loco ha avuto in quanto passo con aggio, che si è manifestato come reale e di cui si pone traccia pure, in quanto terra come ciò che le parole hanno determinato come terra, cioè in quanto terra dove abitare.

La letteratura tende ad un grande stile in grado di coinvolgere chi legge fino a trascenderlo: la letteratura postmoderna, collegata alla letteratura di genere, si accontenta di sciattaggine al posto di ciò che è stile, che mira a compiacere soltanto chi legge per caso; nella letteratura allora lo stile, nelle sue vicissitudini, è il vero protagonista, a differenza di quanto avviene nella letteratura di genere, dove la sciattaggine non ha peripezia alcuna – e dove così nasce, così rimane.

Partire dal principio della falsità del personaggio, di cui il cinema ha alimentato la falsa consistenza, nella dimensione in cui il personaggio è un inganno, perché non sono gli umani a parlare, ma il linguaggio a parlare attraverso di loro; così, partendo dal personaggio, si è finora fatto in modo di arrivare al linguaggio, mentre bisogna invece adesso partire dal linguaggio per arrivare al personaggio – per così dire, è ora giunto il tempo in cui il personaggio sia spersonalizzato, cominciando a pensare una narrativa al di fuori del personaggio e quindi al di fuori dell’intreccio.

Pure l’unicorno lacera la veste di forma su la quale pone capo fumante di furia di animale mica domato di spazio dove andare, quando adesso di arma tutta puntuta si dimostra bello munito.

Rileggere adesso L’unicorno, romanzo di Martin Walser, è richiamare la differænza, che è ciò che passa tra ciò che è letteratura, ma letteratura di ciò che allora sonava per istrada, e ciò che letteratura passa di genere ora, che è ciò che senza live con il pile sul divano mica come malato di cancro, carcassa, letteratura di genere è di letteratura – che, squarciata, giungeva sovra ogni tanto da corno d’uni puntuto come mostra scaletta che vangelista vale quanto quatto quatto in 4 (quattro) munto spuntato wu & ming – minga vogliamo pensare punto diverso di ciò che è letteratura?

Si accetta il romanzo se apre a squarcio di Simbolo uno uno/one (che può essere quindi romanzo come simbolo, che è ciò che aperto ha al romanzo, il romanzo modernista); oppure al romanzo come simbolo di stantia posizione stanziale di Quotidianità (romanzo-verità nella forma proposta in gaia velocità da Anselm Kristlein, che è ciò che oppone la linea una a la altra sua solidale: KristleinChristie Line (= la vecchia storia che va a farsi a benedire).

Scrittore è adesso colui che è stato lasnciato solo tra tutte le parole del mondo – per questo adotta la posizione più congeniale di equilibrio acrobatico di orizzontalità.

Per quello che ne so, i romanzi-unicorno, gentilmente, pongonsi, essi, come distinzione tra “letteratura” & “letteratura di genere”, prassi, perché questa, appunto, la letteratura di genere, usa la razionalità come elemento base di trama una la sola, mentre letteratura introduce elemento di irrazionalità, perché non considera possibilità di trama unica sola di scola sua – di cui sfrutta pure le potenzialità – così l’unicorno ha tutto diritto di lacerare veste la sulla quale posa infine capo suo di arma di offesa suo ora turrito munito.

A unire le due cose è una gestione dello sballo bello colto in ampio fallo (pensare a questo punto a Burroughs), ma percorso che tende ad inglobare sempre più l’apollineo, come si vede dalla comparsa di musica dance in quello schema di letteratura.

Schema del romanzo L’unicorno di Martin Walser, che qui si propone:

  1. Situazione 1 (Decisione di tornare a casa per porsi disteso a letto)

  2. Progressione – Solo punto di passaggio. Che comporta:

    1. L’incarico (Distinzione che corre tra “Installazione di parole” e “Romanzo”)

    2. La Casa sul Lago – Solo punto di passaggio

    3. Il campeggio (Che comporta la regressione in quanto tema del “Ritorno del mito”)

  3. Situazione 2 (Le parole nuove che fanno seguito all’Incontro, che pure dovrebbe essere chiamato “Piccolo incontro”)

Ma lo Schema è ciò che oppone l’Installazione di parole, proposta allo scrittore dalla committente, alla bozza di romanzo, proposta dallo scrittore alla committente. Noi non vediamo il risultato della lacerazione in opera della veste della vergine ad opera de l’unicorno lasciato libero di vagolare ne lo spazio de la memoria (ultimo riconquistato), ma vediamo, tramite questo romanzo, la possibilità de la lacerazione, quella, appunto, entro campo di romanzo, dove si trova a vagolare – cosa di cui questo romanzo proprio meno che mai sembra disposto ad accennare.

Leggendolo, infatti, bisogna intendere la regressione non come ritorno al mito – che è ciò che un principio psicologico, ma ritorno a quel del mito in quanto qualcosa identificato come soggetto.

Può un romanzo configurarsi in quanto “installazione di parole”? penso proprio no.

Questo romanzo non comporta colonizzazione alcuna, poiché richiama solo il vagolare di mitica creatura una (l’unicorno) e quando il protagonista torna a casa è per installarsi in un letto in solitaria contemplazione di un tempo che, uniforme, passa intorno a lui, che dall’estate porta all’inverno – mentre la colonizzazione è richiamata solo attraverso quella brutta fine di carcassa di negro Lumumba in terriccio d’Africa, scheda di memoria giunta a conoscenza sul treno, che richiama le diverse Considerazioni sulle schede di memoria come qualcosa che si pone come sistema.

Così L’unicorno comporta cinque balle di occasioni di meravigliarsi della nostra capacità di ricordare:

  1. La festa in maschera con il richiamo scolastico a quel di dire di Proust (p. 58).

  2. Il protagonista a letto – come grado zero della memoria (p. 66).

  3. La scoperta del funzionamento a caselle de la memoria, che accesso dà alla numerazione – tra questa occasione e la precedente è avvenuto il richiamo all’uccisione del negro Lumumba nella lontana Africa di merda (Congo belga), che apre la porta, in questo romanzo, al tema della Colonizzazione (p. 211).

  4. La possibilità di scegliere le parole, quando la posizione dello scrittore era quella di chi si è trovato lasciato solo tra tutte le parole del mondo (p. 245).

  5. La regressione che interviene poi incontrastata da qui (p. 371).

Solo la possibilità numero 5 (che è ciò che riguarda la “Regressione”, numero “Cinque”) comporta l’incontro con l’altro, che è un altro regredito già tutto di suo portamento, cioè che non coinvolge numerazione alcuna. Questo in quanto provenienza di razza, che è comunque commistione di razze, c’è la paura, antirazza.

Orli Laks (l’altro incontrato) è fanciulla olandese proveniente dai possedimenti indonesiani e& di madre austriaca, ma è ciò che dispone sempre più la fusione delle razze, che porta il protagonista a pronunciare le parole con il quale il romanzo finisce: “Birli”/ “Orga” (p. 445), che conduce fusione tra nomi di Birga (la donna piccola sposata) e di Orli (l’altro piccolo incontrato).

Se ci sono cinque possibilità di meravigliarsi «della nostra possibilità di ricordare», quello che alla fine Anselm ricorda è il modo di affrontare le Männerbünde, nel momento in cui si trova in un ambiente che, a livello di simbolo, può richiamarle, che è il campeggio, che comporta la mancanza di una terra dove si svolge allora il romanzo e insieme l’accenno ad un ambiente, che è subito sintetizzato dal letto di casa smarrito, dove il protagonista infine trova sponda sua dove giacere giocando.

Questo è ciò che apre allo sdoppiamento dei due sereni tanto Anselm nomati personaggi sdoppiamento che apre alla possibilità del nuovo tipo di romanzo – che è ciò che Melanie (la committente) ha di suo congiungere tentato, nel momento in cui, tramite ingaggio di scrittore Anselm Kristlein, ha aperto a differænza in quanto differenza tra Installazione di parole e Romanzo più o meno tradizionale, salvo poi avere in cambio la possibilità estrema – che è ciò che apre alla distinzione tra Installazione di parole e confronto con tutte le parole del mondo, che è la posizione con cui si deve invece confrontare Anselm Kristlein, lo scrittore ingaggiato a moneta battente, e che egli intende mantenere, nel momento in cui quello che infatti la committente chiede a quello è l’opera basata sulla parola come punto d’arrivo della lingua, mentre lo scrittore così posto riflette sulla possibilità che dovrebbe avere lo scrittore di giungere alla lingua a partire dalla parola – che è ciò che quello comunemente ha di fronte a sé – per cui il testo che si chiede come Installazione di parole (come nella furtiva proposta di Melanie committente) e il testo che viene furtivo proposto come Romanzo non possono assolutamente stare assieme, e Melanie boccia la proposta in cui pure, nell’abbozzo che la vede coinvolta, nega di essere mai stata lì involtolata (abbozzolata).

La scomparsa del personaggio comporta la successione di stati di collegamenti tra le cose tante successe nel tempo, livello di ciò che viene stabilito dalle misurazioni quantistiche (meccanica quantistica), che portano alla suggestione del soggetto come illusione (Nietzsche) e poi a la suggestione del soggetto come punto in una serie (Lacan) – vedi pure Carlo Rovelli, se proprio proprio tu lo vuoi (infatti lo dice, dico, ma non lo dice più di tanto).

È in questo spazio bello fittizio (tra casa messa a disposizione e poi fuga entro spazio precario di campeggio) che l’Unicorno trova spazio tutto suo ove porsi a vagolare, che lo porta all’Incontro con ciò che è Altro – ma altro che si pone non come l’Altro da sé come l’altro contro cui si rischia di andare a sbattere capa se non si guarda bene dove si punta, che ha dapprima forma di intralcio lungo navigazione indolente, cosa che porta ad acqua una imbrigliata imbrogliata, che porta ad installazione entro tenda una, che porta alla rinuncia della colonizzazione del nuovo spazio, che apre al ritorno a la casa, che è ciò che apre al romanzo come creazione delle nuove parole di fronte a cui la possibilità del romanzo-unicorno si ferma e fermo si pone – Anselm Kristlein trova infatti il modo di avvicinare quella persona che ha visto galleggiare su materassino pneumatico tramite una qualunque razionalizzazione – che è ciò che a quel punto non va più bene, essendosi questo scrittore posto come l’unicorno – si vedrà poi che l’unicorno spaccia solo veste di vergine su cui posa e spicca capo suo con corno conquiso.

L’abilità di appostare parole di Arbasino in Fratelli d’Italia (titolo di romanzo suo, Alberto) dimostra la mancanza dell’idea di razza come principio della distanza e insieme l’idea del bisticcio di parole accostate come principio de la vicinanza di tutte le cose del mondo che razza hanno no, che è proprio ciò che il romanzo, ad altezza nova adesso chiamato, non è chiamato a praticare, quanto mai, quando il romanzo non è più (niente nel mondo è più lo stesso quando arrivano questi bastardi di italiani, intendo il meticciato, solo il meticciato, intendo ciò che è vita indegna di vivere, dico gli italiani solo perché conosco gli italiani, ma ogni meticcio è solo meticciato, dico così in quanto vita indegna di vivere). Ciò che determina la vita indegna di vivere non è ciò che essa fa, ma ciò che essa è. L’antirazza è la cosa deforme che prende variopinti aspetti – ma è quello che io riconosco come Italia. (Sgurre Lieder)

Io qui chiamato casto lesto resto chiuso in causa la quella, quando mai? devo dire: mi piace la musica s/b/dance – poi, per caso & un po’ per resto, L’unicorno (1966) di Martin Walser scrittore è l’unico libro che ho letto anche se poi l’ho riletto – devo dire anche più di una volta, volte parecchie giacendo in letto, ma quello che dico è questo: meticciato è cosa la vecchia che deve finire. Comunque non ho letto altre cose.

In Fratelli d’Italia (di ingombrante Arbasino Alla Berto) c’è tutta l’attenzione del procedere, ospiti mai graditi, su di un terriccio, un ambiente – Terra → terriccio → terreno –, su ciò che si avverte mai essere stata la terra allora – con piota di velluto, proprio perché lì non si pensa, e si risolve in polvere di franca chiacchiera poveraccia a suo tempo, per cui Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino mira a fiero stile, con fiele di rammarico devo a forza io dire, ma il materiale utilizzato è pura sciattaggine, posto di chiacchiera in chiacchiera, mai identificata come tale, ma esibita, la chiacchiera, come modo suo di essere (bluff, deve essere infine chiamato, perché l’intellettuale in Italia è qualcosa che non esiste, perché non c’è la distinzione tra parlare come chiacchiera e parlare come “salto in”, cioè come quello che è già presente dentro la lingua) l’Italia non è terra da romanzi, l’Italia non è terra di romanzi, l’Italia non è terra per romanzi – l’Italia non è terra – a partire da Fratelli d’Italia (romanzo, Arbasino), possiamo quindi dire: l’Italia è quella cosa che pezza niuna ha da dire, ma tante parole può poi permettere poi insieme, proprio perché è quella cosa dove massimo si vede lo scollacciamento tra parole e cose, che è il solo modo di scrivere in cui può scrivere l’italiano di merda, l’italiano tipo, che è pura sciattaggine, sia grande iscrittore, sia italiano comune di cacca da cacciare (= italiano di merda) da scacciare (= italiano di merda), perché l’Italia è ciò che non ha terra: tutto ciò che è italiano è vita in quanto vita indegna di vivere; perché qualunque cosa sia l’Italia, l’Italia è qualcosa che deve morire – affinché l’Europa non sia qualcosa di africano.

Fratelli d’Italia è la vera, ultima, Odissea finale del meticcio – che è sempre l’ultima odissea del meticciato, cioè del meticciato italiano.

Quanto mi stanno sul cazzo, questi italiani, italiani di merda! – qui Kiernan su banco rango stretto pongo posto io: ma sia chiaro, solo per ragioni di razza rango a branco in quanto ciò che parte per tutto quello, io posto appunto questo.

Martin Walser, L’unicorno, traduzione di Bruna Bianchi, Feltrinelli, Milano 1969 [Triste che casa editrice Feltrinelli mai abbia rieditato più questo romanzo (questo dico), capolavoro comunque di letteratura moderna, capolavoro “unicornico”, come qui scherzosamente si è tentato di portare ad imprecisazione come ciò che non ha bisogno di precisazione, ma plauso grande a traduttrice Bruna Bianchi, che stretta a suo tempo tra acqua ferma di Svizzera, acqua di Austria e acqua di Germania, spostato ha il dire del Maestro ne li fastosi incubi mediterranei, festosi vivi purtroppo adesso ancora, tra li rottami – sono d’accordo, – ma che ha permesso anche a noi adesso di leggere testo questo per lo appunto, per restare a galla negli incubi – incubi mediterranei – purtroppo per noi, sempre quelli, incubi mediterranei, sempre quelli, cioè cose d’acque nostre sempre stante ferme in pozza fonda mesta, questa quella – È così!]

Antisemitismo

Orgoglioso di dichiararmi autenticamente antisemita, io sballottato fra le cose tante de l’infinito mondo, che è ciò che, lasciato tra le tante parole del mondo, solo, anima ha conferito loro, chi, perché la cosa è la riunione de le tante cose in una, che la fanno vivere in quanto “cosa”, conferendo ad essa il potere di chiamare ciò che dato ha loro vita, affinché torni di nuovo a casa, perché, altrimenti, ciò che prima aveva ottenuto, lì, vita, adesso, la cosa, vita più non ha – perché la cosa aspetta chi, come là che è di casa, solo con il ritorno dove non è mai stato, incontra, la cosa, cioè ciò che è di casa, potendo, allora, le cose di casa che hanno formato la casa, tornare ad essere di nuovo le cose di casa, cioè le cose tante che sono sempre state in una, perché altrimenti, le cose che prima vita avevano, vita adesso esse non hanno più.

Il meticcio italiano Boccaccio Giovanni è stato in grado di pizzicare il Personaggio a partire dal nome di Calandrino, tanto per parlar di cosa pizzicata & creata tra cose di una intelligenza artificiale tra tutte le più insulse – questo perché il meticcio è sempre ciò che almeno pizzica, mai ciò che crea.

La terra su cui il meticciato si appoggia (appoggiasi) è ciò che dà parvenza di vita al meticciato, che è ciò che non ha diritto a ciò che è vita (il meticciato è infatti ciò che è vita indegna di vivere); noi moderni crediamo alla terra solo in quanto terra dove andare, perché noi moderni non crediamo più alla Terra in quanto ciò che ha il diritto di chiamare il suo abitante, perché non crediamo più alla terra in quanto andare nella Terra del Sacro come fermo andare fermo sempre verso casa – questo perché vediamo solo ciò che è dato a noi il potere di vedere – ma questo perché non è l’individuo ad andare dove vuole – ora in qualità di migrante, ora in qualità di turista – ma è la Terra a chiamare il suo abitante; la questione dell’ebreo errante nasce da questa disposizione falsa nei tanti confronti della Terra, divenuta solo, dopo questa espropriazione della terra, terra tanto tempo dopo tratta, cioè solo terra dove andare, questo perché andare nella terra è andare sempre verso casa, ma andare, adesso, nella terra, è andare dove non si riconosce più qualcosa come la cosa di casa.

Le cose sono ciò che attendono ciò che, fuori di casa, tende a tornare ciò che, là dove ciò che è di casa, tende a tornare come ciò che è in quanto è ciò che, là, quello che non è mai stato da parte alcuna, non è mai stato, non fonda ciò che, in tratto solo, determina consacrazione e fondazione nova, o de la casa consacrazione – perché non ha mai fondato casa alcuna.

Tema fondamentale, pongo hora: arabi ed ebrei come semiti, cioè ciò che risponde all’essere fraudolento di razza la semita; antisemitismo come ciò che, legittimamente, si oppone al progetto semita di dominare la terra, asservendo ciò che abita la terra, da parte di ebrei, prima; da parte di arabi, dopo, vale a dire da parte della razza semita (che è l’antirazza) nel progetto comune di dominare la terra – chi abita la terra non usa il linguaggio per comunicare tra cosa una e cosa l’altra, ma usa il linguaggio per sfuggire al dire in quanto comunicazione, per quanto si possa poi dire come, “poeticamente”, abitino gli umani la terra, che sarà allora la terra che compete agli umani – cioè la Terra del Sacro, cioè la terra liberata agli umani.

Il comunismo nasce nella sua forma più completa ad opera del progetto di quell’ebreo blanco e barbuto che è stato l’ebreo Marx (und); la Sinistra, erede del comunismo andato parzialmente in frantumi bruni e barbuti poco tempo subito dopo, utilizza l’altra componente semita, gli arabi, per aggredire l’Occidente, sempre con lo stesso (l’istesso) obiettivo: questo perché il comunismo è il meticciato e il meticcio è il nemico, perché il nemico è il nemico di ciò che è la razza bianca, e con il nemico non c’è mai dialogo ma il nemico è ciò che bisogna uccidere prima che lui abbia tempo di prendere posto per uccidere noi. Questo se si ragiona pensando per razze. Per questo io dico: sbattere fuori dall’Europa questi bastardi di italiani, a calci in culo uno per uno, questi italiani bastardi, finché non se ne sono tornati uno per uno in Africa, da dove tutti quanti quelli lì appunto giusto vengono, stavo dicendo.

Dal mito del comunismo giudaico al romanzo della Sottomissione all’islām, abbiamo il passaggio dal tema del semita errante, che una comune insistente ideologia – una volta comunista, una volta dopo genericamente progressista – ha sempre consegnato in regìa regia vita sua via ampia, vita slarga, che è la cosa contro la quale bisogna premurarsi, perché il mito del comunismo ebraico giammai prevalga. Il resto è bullismo di destra – si potrebbe credere appena in una politica criminale, se la politica accettasse ciò che – impropriamente – si definisce, adesso, come essere la cosa “criminale”, ma sappiamo bene che questo non è possibile; per cui conviene non avere a che fare con nessuna forma di cosa politica, che è ciò che rende inconciliabili tra loro politica e ideologia. (Porco Dio!)

Ciò che non è “essere umano” è ciò che deve essere smaltito in un progetto di revisione di ciò che riguarda l’essere umano. Sempre che il bullismo di destra non ci si metta di mezzo: Praga come museo a cielo aperto della razza semita – cose povere lasciate solo a se stesse, per cui aprire un museo a cielo aperto di ciò che è antirazza è la soluzione migliore. Cazzo, non è male proprio no.

L’Europa è la terra che, in quanto Terra, è da tempo vittima dei tentativi di semitizzazione, ciò che fino a tempo poco fa aveva l’aspetto della civiltà giudaico-cristiana, che adesso sembra avere l’aspetto di islamizzazione incombente, perché l’Europa è l’ultima terra degli umani, perché se la terra fosse completamente islamizzata, allora, la Terra in quanto pianeta Terra, tornerebbe ad essere la sola cosa vuota (quella) e chiara chiamata a ruotare nello spazio chiatta tutta ruota vuota.

La semitizzazione è l’onda che, a seconda del tempo dell’osservazione, si particolarizza come civiltà giudaico-cristiana oppure come islamizzazione in corso.

Quella curiosità che è il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq (scrittore moderno de la Francia moderna) storna bersaglio suo in quanto non considera cose due, che possono anche essere: in quanto cosa 1) la razza; in quanto cosa 2) la cosa che è ciò che è vita indegna di vivere (antirazza), che non comprende ciò che comprende gli esseri viventi ma ciò che riguarda la cosa vivente; vale dire: non considera, questo romanzo, l’avvicendarsi delle culture come indice di ciò che è da rimuovere nel vasto mondo, cioè ciò che rischia di rimanere nel mondo vuoto come ciò che ha ucciso il mondo.

L’Europa deve costituirsi in quanto progetto di assoluta de-semitizzazione, se, ciò che è Europa, invece, intende sopravvivere, ritrovando, allora, nell’Antisemitismo, appunto in quanto ciò che si oppone a ciò che è ebraico e in quanto a ciò che è arabo, cioè in quanto a ciò che è autenticamente semita, la propria origine in quanto civiltà dell’origine, cioè in quanto civiltà della razza bianca.

L’origine, che è allora la civiltà della razza bianca, che è ciò che essa è sempre stata in quanto terra – come ciò che chiama il suo abitante che non è mai stato lì per essere di nuovo terra, vale a dire la terra che è sempre stata, in quanto terra che è la terra della razza bianca, ma in quanto ciò che resta, perché lì è la domanda fondamentale, relativa ad ogni discussione scientifica sull’antisemitismo ed anche il mito fondativo del comunismo ebraico, che è sempre la domanda sulla quale non si è finora mai pensato, posta da Nietzsche tempo fa: “Perché la verità?”

Dico: non “crimini di guerra” devono più essere considerati, ma crimini contro la razza.

Io, qui rimasto in retrogrado modo, orgoglioso in autentico modo di dichiarare me, ora e sempre, antisemita, al Kiernan qui fermo sul posto di un bordo, posto io per semper: “Viva Dante di merda! Viva la fica!”.

Paul Hanebrink, Uno spettro si aggira per l’Europa. Il mito del bolscevismo giudaico (2018), traduzione di Dario Ferrai e Sarah Malfatti, Einaudi, Torino 2019

Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose. Lezioni americane, Adelphi, Milano 2025 [Le relazioni come terreno dell’onda; le misurazioni come terreno delle particelle.]

Stefan Arvidsson, Aryan Idols. Indo-European Mythology as Ideology and Science, translated by Sonia Wichmann, The University of Chicago Press, Chicago 2006, p. 188

Alban Berg, Lulu Suite. Ostinato, Pierre Boulez, 20th Century, Deutsche Grammophon, 2011

Romanzo poliziesco (paradosso)

Abstract – Il romanzo poliziesco considera il delitto ma non pensa ciò che è il delitto in quanto cosa da condurre di peso al pensiero, perché il romanzo poliziesco pensa il delitto proprio come cosa che non è la cosa da pensare, sia in quanto cosa fatta d’impulso, sia in quanto cosa fatta a seguito di un processo ristretto di ragionamento; il romanzo poliziesco considera il delitto indirettamente come specie di esperimento mentale, a livello de l’esperimento mentale che è stato il gatto di Schrödinger chiuso ne la scatola; questo perché il romanzo poliziesco non considera la possibilità del delitto come arte del gioco, vale a dire come arte di compiere il delitto secondo lo schema del gioco del bambino; questo perché il romanzo poliziesco segue le regole di ciò che è bene e male in quanto gioco stabilito in assoluto in data società una, che comporta, sì, gioco ma solo come gioco degli adulti, che chiama in gioco gli esseri umani; gioco che non ha nulla a che fare con quanto ciò che comporta il concetto di “essere umano” – si è detto appunto; questo perché è il concetto di essere umano che deve essere allora determinato, in gioco quello, secondo la formula che, in caso quello, cancellerebbe il delitto, restituendolo nella sua piena innocenza di gioco di bambini – che è ciò cui la nuova impostazione della letteratura dovrebbe a noi condurre la domanda: “Si può parlare di delitto?”, posto, ribadiamo noi, si sia messo allora a dormire il vecchio concetto filosofico di “essere umano”, perché niente altro questo è, questa vecchia cosa tra tutte le vecchie cose, che però allora comporta la possibilità del delitto come gioco – che è appunto quello che il romanzo poliziesco sembra indirettamente profilare, di nascosto, come qualcosa di formula tipo: “Non è l’uccisione di un essere umano proprio la cosa che deve essere ormai cancellata in quanto forma di ciò che era il delitto da condannare?” che è ciò cui forse noi non siamo pronti a dare ancora risposta una, in quanto ciò con cui non siamo pronti a fare i conti – questo forse perché noi non pensiamo più il poeta come ciò che è signore delle parole, ma questo ci porta a ripensare i due omicidi dell’antichità che attendono ancora di essere giustificati nella modernità: l’omicidio del delinquente Socrate, l’omicidio del delinquente Gesù (che è quello che ci porta a inciampare nel pensiero di ciò che è questo bastardo di vecchio italiano che ci troviamo sempre tra i piedi come ciocco d’inciampo in Europa, dico in Europa in quanto terra della razza bianca, ciocco d’inciampo, lùbrica petra, a cui non si può foco, sembra, mai potersi dare). Il romanzo poliziesco è razionalizzazione di pratica che, di per sé, non richiede proprio razionalizzazione una mai nessuna – la cancellazione del nemico di razza – ma solo la certezza di una pratica che attualmente è considerata solo in quanto piccola minima svista; senza considerare ciò che deve essere considerato in quanto compito che attiene al futuro, cioè la soppressione della vita a causa di ciò che è l’essere in quanto ciò che è l’essere qui che è chiamato in questione tutta sua -la, che è ciò che pone le domande che il romanzo giallo mai quello appunto pone: che cosa è l’omicidio, che cos’è l’essere umano, che cosa è ciò che si compie quando si uccide quello che si ritiene essere un “essere umano”? queste sono pure le domande a cui un pidocchio di meticcio slavo aveva cercato di rispondere in suo lungo lungo tardo romanzetto balordo (che comunque credo non sia più ristampato attualmente, inutile tardarsi a cercarlo su Internet – online) – ma distrarre l’attenzione da queste domande è ciò che comporta la composizione del romanzo poliziesco in quanto regno acquisito da paraletteratura, che è ciò che ha costituito romanzo poliziesco (= romanzo giallo = romanzo nero = noir) -il. Questo perché il romanzo giallo è nato come astrazione, cioè come agire ipotetico degli umani nel momento in cui gli umani possono essere pensati indipendentemente dalla terra su cui hanno avuto sempre appoggio loro, cioè nel momento in cui la terra non è più oggetto di pensiero perché non è più la Terra del Sacro, e quindi luogo (loco) in cui l’omicidio può essere sganciato da ciò che è ciò che concerne il sacro. Il romanzo poliziesco è così l’opera di un meticcio prestidigitatore, che è ciò che è sganciato dalla terra, l’opera appunto di quel meticcio che è stato e di quel meticcio che sempre e ancora è Socrate, che guarda il mondo e ne trae le sue infallibili quanto razionali conclusioni, conclusioni che solo un altro di sua scuola meticcia, meticcio, può di volta in volta tornare a trarre tratto – così il romanzo poliziesco è l’opera dello spettro che si aggira nella letteratura, lo spettro della paraletteratura, in cui l’omicidio di Socrate e l’omicidio di Gesù non sono ancora avvenuti, nonostante siano invece già tutti e due già avvenuti, questo perché costituiscono ciò che non è ancora stato pensato – effettivamente, cioè l’omicidio. Si ha Incontro solo se si comprende che ciò che appartiene alla Terra del Sacro non può essere portato via, perché la cosa che lì si è incontrata è la Cosa, che deve essere lasciata lì – in quanto ciò che deve essere lasciato lì (cioè la Cosa) nel tempo in cui andare nella terra non è più andare nella Terra del Sacro. Chiedo: “Vedi il meticcio italiano nella cosa confusa che si fa avanti in Europa al galoppo su le due zampe sue di quattro che gli sono rimaste?” – che è ciò che comporta il dire mio agitato.

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Ogni romanzo deve indirettamente rispondere alla domanda: “Perché la letteratura?”, domanda che il genere stesso di forma-romanzo si pone (ponesi), essendo esso, in quanto genere, diventato così importante nella letteratura – che è ciò che, qualunque sia il tipo di risposta data a la domanda, permette al romanzo di continuare a rispondere alla funzione – questo perché scrivere un romanzo è fare filosofia, come nel suo dire ha dimostrato Sotto il vulcano – quando quello che qui si vuole lanciare è appena nuovo modo di pensare le cose.

Forse è giusto, mi dico, sia cotesta definita zona di negri – perché questa è sempre stata nient’altro che zona di negri. Se, in qualche spregiudicato modo analizzato, romanzo giallo (narrativa poliziesca) potrebbe rivelare cose interessanti, assai, anche – a differenza di fantascienza, genere al quale è stato concesso limitato, se pure interessante, approccio filosofico, allora bisogna dire che la storia poliziesca è stata invece per lo più ignorata ad un esame di volta in volta vieppiù scientifico fino a diventare metodo di scrittura scientifica una (per cui bisogna documentarsi per scrivere libro nuovo uno), in quanto oggetto di studio attento – ma la differenza: la fantascienza tratta la persistenza del genere umano nel futuro, mentre il romanzo giallo tratta la soppressione di alcuni individui del genere umano del presente nel tempo presente, affinché giammai si riproducan, essi, evitando essi così di impasticciare – cosa? – il futuro.

È questo il circolo vizioso che la narrativa poliziesca non può permettersi – ma perché, è la domanda di adesso?

Azzardo qui propongo io abbozzo di definizione: il romanzo giallo ha la caratteristica di presentare come gioco ciò che – l’arietta accennata appena appena in soffio sgonfio – che per noi, tutto è fuorché gioco: diligenti scolari del cristianesimo, quali noi tutti siamo stretti qui qui in raccolta, in fila partiamo dall’idea che ogni vita sia sacra, mentre invece il romanzo giallo/nero sussurra che non tutto ciò che vive merita di vivere, perché esiste ciò che è “vita indegna di vivere”, nel periodo in cui non viene accettato il pensiero di ciò che è “vita indegna di vivere”, che, sbarazzino, è il pensiero che schizza addosso a questo e quello di suo (e che potrebbe schizzare infine addosso finanche al lettore – perché infatti non esiste romanzo giallo in cui l’assassino sia il lettore? – a giusto titolo chiedonsi appassionati di genere quello – perché il romanzo giallo non ha compiuto ancora sua piena completa giusta traiettoria, che deve portare quel demonietto, sgorbio bizzarro a saltare su spalla sua), – infatti la questione del romanzo giallo è tutto ciò che viene rimesso al lettore come ciò che sta – ogni tanto, e lo porta a compiere quell’omicidio – omicidio che spesso è motivato da meschinità degne di essere represse, omicidio che spetta al lettore di compiere anche se ciò che dà spazio a quella cosa è ciò che noi non possiamo più concepire: il gioco, cioè la possibilità di creare la nuova forma del mondo, che è la possibilità di dare forma al mondo tramite la decisione di ciò che è “vita indegna di vivere”, che è ciò che comporta il genocidio, che è la cosa, in fondo modesta, che la modernità rifiuta, appunto perché la modernità è la cosa che ha rifiutato il concetto di “vita indegna di vivere”, ma che è invece ciò che il romanzo giallo, in strenua sua formiciattola di sgorbio Gobbaccio maledetto in eterno assiso su spalla di letteratura una formiciattola spicciola sua (sponda appena spalla di paraletteratura) sembra invece sussurrare di striscio al lettore: “Non pensi che queste forme viventi…” – niente è più idiota, ormai possiamo dire, che condannare l’omicidio – quando non si abbia chiaro in chiaro il concetto di ciò che determina l’essere umano, appunto allora viene in aiuto a noi il concetto che noi abbiamo dimenticato di ciò che è “gioco”. Compiere quell’omicidio è ciò che mette al riparo di compiere l’omicidio, che è il passaggio dall’omicidio a quella nuova novella forma di gioco – che è il genocidio tra i bambini. Il romanzo giallo non collega concetto “vita indegna di vivere”, in quanto gioco, di tiro alla razza – ma vuoi vedere? – (che pure chiama il genocidio in quando gioco), limitandosi a giocarlo in quanto gioco a livello di tiro individuale. E nient’altro.

Che cosa c’è, in ciò che si chiama “letteratura”, che ci attira così tanto, per dare possibilità poi ad ogni romanzo di rispondere alla domanda: “Che cosa è letteratura?”, fino a compostare domanda che ciuccia ciccia e dice: “che cosa sarebbe il mondo moderno senza il romanzo?”

Noi conosciamo il romanzo che ha sdoganato l’omicidio individuale, romanzetto/operetta di quel meticcio tanto più d’Oriente, dico io, quanto più d’Europa, il cui titolo continuo a non ricordare io (non cercatelo nemmeno su Internet, non ne vale la pena, era un pidocchio del romanzo), ma non abbiamo ancora il romanzo che sdogana il genocidio, cioè l’omicidio non più del pidocchio singolo, ma della specie “pidocchio” – che è ciò che porta noi a rispondere a domanda -la: “Che cosa è letteratura?” – vale a dire di che cosa deve parlare la letteratura: di individui o di specie, vale a dire di “razza”? che è ciò che a domanda risponde.

Vedo che dobbiamo passare attraverso quello stupido romanzetto che accostava omicidio a barriera di tanto altro, il cui titolo da tempo non ricordo e non voglio ricordare – perché inutile.

Mi concedo piccola pausa; piccola pausa qui mi concedo (abstract); respiro. Quello che io dico: non date scampo al meticcio italiano, dovunque lo troviate.

Quello che mi dà fastidio negli italiani, è quella loro insistenza a camminare su due zampe che hanno loro dietro (zampe posteriori), come se qualcuno glielo imponesse: se camminassero a quattro zampe, come li avevo visti ancora fare quando ero bambino io, in fondo, li troverei un poco meno antipatici, oltre che più conformi a propria intima natura loro di merda, anche se continuerebbero a farmi schifo, debbo di conseguenza fare presente, quando parlo di questi bastardi di italiani del cazzo. Cazzo, per dirla tutta, perché dobbiamo accettare questi bastardi di italiani del cazzo in Europa?

Falsamente noi pensiamo di fare storie attraverso parole, tante le parole – dimenticando che, proprio le parole fanno le parole perché sono le storie – questo perché noi non crediamo più alla Terra del Sacro – Saga, la dèa di cui non si sa niente, è pure la parola attraverso cui il racconto si fa storia, cioè dell’arte di raccontare in quanto dire ciò che è “storia”, che è quello che il sostantivo della lingua islandese “saga”, sottraendo, a noi questo dice. Qui devo precisare: l’altra cosa che degli italiani mi ha dato fastidio è quel ticchettio, quel loro modo di parlare così come il modo loro continuo di muovere le antenne degli scarafaggi. Tutte queste cose, devo dire (degli italiani e degli scarafaggi) mi hanno sempre fatto schifo.

Bene. Non ho ancora terminato.

Quando, da ragazzino, ho dovuto mandare a memoria qualcuna delle tante scombinate terzine di quel Dante là loro di merda schietta (dico giusto Dante di merda), pure affrettandomi a mandarla a memoria, mi sono sempre detto: “Questo puzza d’Islām, ma getta butta giù; questo puzza d’Islām, ma getta butta giù; questo puzza d’Islām, ma getta butta giù”, per tre volte, per poi vomitare meglio – 335 carcasse di merda, 335 vomitate – dall’alto addosso alla testa di quell’italiano di merda del cazzo, uno, dico dell’italiano di merda uno del cazzo che mi aveva imposto e mi imponeva di imparare a memoria le scombinate terzine dell’italiano di merda del cazzo che era stato in quel tempo l’italiano di merda del cazzo Dante di merda al-Islām, dico, a Dante di merda, la sua consistenza di paroliere di merda degli italiani di merda, che è l’inconsistenza dell’antirazza e la maledetta antirazza sua, dico di Dante di merda, e quanti italiani di merda mi hanno imposto, da ragazzino, di imparare a memoria le terzine di merda di quel meticcio di italiano di merda che era, ed è, Dante di merda al-Islām (dico che gli italiani, italiani di merda, devono tornarsene in Africa, da dove tutti quanti quelli giungono, quegli italiani di merda del cazzo, popolo di merda che non è popolo, merda che è merda, italiani del cazzo, col loro Dante di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro Boccaccio di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro d’Annunzio di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, col loro Pasolini di merda stretto sotto braccino tutto loro italiano e focomelico, tutti su barchini loro di pasdaran allora tutti, italiani di merda del cazzo), quegli italiani del di merda del cazzo; e quando, da adulto, ho poi letto nomato tomo L’escatologia islamica nella Divina commedia allora, porco dio, mi sono detto in puro fiorentino eloquio: ‘Porco dio, ma allora avevo proprio più che ragione’, ma quello che non avevo capito, allora, da ragazzino, è quello che vedevo, adesso, che è proprio quello che dice Thomas Bernhard (Tommaso Bernardo) quando parla dei mutandoni di Heidegger, senza pensare però a ciò che stende, là, differenza (-la) che è la differenza che passa tra la razza bianca (il pensiero di Heidegger) e il meticciato (il bastardo italiano di merda Dante al-Islām Aligherì Aligherà zumpappà, con tutti gli italiani di merda del cazzo che venuti tutti sono dritti dritti appo lui), che è quello che butta all’aria tempore e tempo, che io non avrei mai detto, giusto adesso, perché noi non pensiamo più la razza in quanto ciò che tende la razza come ciò che è la cosa da pensare, che è in quanto ciò che è ciò che porta noi, adesso, a considerare il romanzo poliziesco giusto da cosetta da non pensare a quanto cosa cosetta invece che è la cosa da pensare: vi parlo di Dante di merda heavy metal Malebolge: cazzo, vi dico, non è questo tempo (lo) di buttare via dall’Europa questo mal scarafaggio africano (scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio italiano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio africano = italiano = scarafaggio italiano = italiano) di Dante di merda con tutti gli italiani del cazzo al seguito suo triste suo? Dio stramaledica l’Italia! Un italiano di merda, da che tempo è tempo, è sempre stato – e sempre sarà – un italiano di merda, cioè un islamista. E Dio stramaledica l’Italia!

Mi rendo pure 23conto che quello che manca in Simenon è l’idea di selezione – ma Simenon non scriveva frasi fatte fritte, cose, per chiamare il pensiero, semmai tutt’altro.

Sia chiaro: io non penso che questi bastardi di italiani di merda del cazzo abbiano impestato tutto il mondo, e sono del tutto contrario a quanti affermano, e pensano, che questi bastardi di italiani di merda del cazzo abbiano impestato tutto il mondo, ma so benissimo che questi bastardi di italiani di merda del cazzo non possono fare altro che impestare tutto il mondo perché sono italiani di merda del cazzo col loro seguito di bastardume di italiani di merda del cazzo, e che questi bastardi di italiani di merda del cazzo hanno imp33estato tutto il mondo, anche quando questi bastardi di italiani di merda del cazzo sono solo bastardi di italiani di merda del cazzo che non hanno impestato tutto il mondo, perché un bastardo italiano di merda del cazzo non deve essere fermato in Europa per quello che fa, cioè in quanto bastardo italiano di merda del cazzo, ma per quello che è, cioè in quanto bastardo di italiano di merda del cazzo.

Quello che manca in Simenon è appunto la selezione – stavo appunto dicendo.

State attenti al meticcio italiano, dico io, qui, in silenzio assoluto a voi: state attenti al meticcio italiano, il meticcio, tra tutti i meticci d’Europa, quello più viscido, quello più schifoso, che in questa Europa vecchia ormai ci caracolla moscio davanti (povero italiano dal Farolito suo), quello più pericoloso; lo ripeto: state attenti al meticcio italiano: bene io lo conosco: state attenti al meticcio italiano, vi dico, quello più pronto a lanciare sue antenne di merda del cazzo di italiano di merda del cazzo (-le).

Non so perché, non so percome, ma non ho mai sopportato questi bastardi di italiani di merda del cazzo. Voi no?

Dante era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), Boccaccio era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), d’Annunzio era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo), Pasolini era un meticcio italiano (era un meticcio italiano di merda del cazzo); tutte quelle cose viventi, bastardi italiani di merda del cazzo, erano ciò che determina il meticcio italiano di merda del cazzo, che è ciò che non deve mai avere diritto di stare in Europa – parlo del meticcio italiano di merda del cazzo, vita indegna di vivere. Il meticcio italiano è la cosa più disgustosa che si possa riconoscere come cosa che sta nel mondo.

Non ci sarebbe pericolo di islamizzazione in Europa se non ci fosse stato Dante di merda (porco dio, quel bastardo di italiano di merda del cazzo), e gli italiani di merda (porco dio), e ciò che in Europa ha fatto entrare gli italiani di merda del cazzo col loro (porco Dio) Dante di merda (porco Dio) stretto sotto braccio focomelico suo/loro (porco Dio, Dante di merda) come serrafila (porco Dio) di quella razza bastarda che costituisce gli italiani di merda del cazzo (porco Dio); senti, tu che leggi, il tanfo d’Islām in Dante di merda e negli italiani di merda come giusto appunto serrafila qui richiamato? se non lo senti, smetti di leggere, perché niente ti potrà salvare.

Dio stramaledica l’Italia!

[SSL’Europa alla razza bianca d’Europa!SS]

Dio stramaledica l’Italia!

Questo dico a chi vede (guarda/legge) testo qui postato (“installazione di parole”, definisco questo io questa cosa qui – anche testo questo qui puntato in quanto “plastinazione di parole”) poiché esibisco cadaveri scuoiati, cioè cadaveri di parole – plastinate parole senza più lingua.

Il romanzo giallo (poliziesco) è una curiosità, ma perché – ci domandiamo – preso ha sì tanto spazio dentro letteratura moderna?

Il romanzo giallo (il romanzo poliziesco) può essere appena curiosità una, ma perché acchiappato ha sì spazio tanto ne la letteratura moderna? Togliere la vita al meticciato non basta: bisogna andare tanto più bene in fondo là; che cosa si intende per “andare oltre”? È quello che Nietzsche aveva indicato come istinto di razza in ciò che tende verso ciò che è purificazione di razza (-la), proprio a partire dalla mancanza di ciò che è razza pura, che deve portare, se letto adesso bene incontro, noi, che letto abbiamo Deleuze e Guattari e Jack Bratich, pure, alla autodistruzione – che permette a noi di rileggere Nietzsche dopo, appunto, avere letto Deleuze e Guattari tanto appena tanto di così:

«272. La purificazione della razza. Non esistono probabilmente razze pure, ma soltanto razze divenute pure, e anche queste sono molto rare. D’ordinario si hanno razze miste, presso le quali devono trovarsi sempre, accanto alla disarmonia di forme corporee (per esempio quando occhio e bocca non si accordano tra di loro), anche disarmonie di abitudini e di concetti di valore. (Livingstone sentì dire una volta: “Dio ha creato uomini bianchi e neri, ma il diavolo creò i mezzosangue”). Razze miste sono costantemente al tempo stesso anche civiltà miste, moralità miste: esse sono in genere più malvagie, più crudeli, più irrequiete. La purezza costituisce il risultato ultimo di innumerevoli adattamenti, assorbimenti ed eliminazioni, e il progresso verso la purezza si mostra nel fatto che la forza presente in una razza si limita sempre più a singole funzioni selezionate, mentre in precedenza doveva provvedere a troppe cose e spesso contraddittorie: una tale limitazione apparirà sempre, al contempo, anche come un immiserimento e deve essere giudicata con cautela e delicatezza. Ma infine, quando il processo di depurazione è riuscito, tutta quella forza che prima si esauriva nel conflitto delle qualità disarmoniche, è messa a disposizione dell’intero organismo: ragion per cui razze divenute pure sono sempre state anche più vigorose e più belle. I Greci ci danno il modello di una razza e di una civiltà divenute pure: e speriamo che sia attuabile una buona volta anche una razza pura e una pura civiltà in Europa.» (Friedrich Nietzsche, Opere, V/1, versione di Ferruccio Masini, Adelphi, Milano 1986, pp. 177-178.)

È come se il pensiero moderno giungesse a pensare, adesso, questo lontano pensiero lanciato là da Nietzsche in tempo oscuro suo tanto lontano a noi. Ciò che il meccanismo dice è che pensare è pericoloso, ma senza il pericolo gli umani non sarebbero niente – perché solo la vicinanza del pericolo porta gli umani a manifestare il meglio di sé.

Perché questo ritorno al pensiero di Nietzsche? L’importanza di Nietzsche consiste nell’avere pensato al di là del cristianesimo. Pensare al di là del cristianesimo vuole dire pensare ciò cui noi siamo destinati a pensare, cioè l’arrivo del nuovo tipo umano, il tipo che relegherà l’attuale tipo umano a semplice cosa vivente, per cui il nuovo tipo umano è ciò che noi adesso non possiamo pensare o ritenere “umano” – per cui accettare come giusta la condanna a morte di Socrate e la condanna a morte di Gesù è accettare la condanna a morte del meticcio e di ciò che contamina la razza bianca non per quello che il meticcio di tanto in tanto fa, ma per quello che il meticcio odiernamente è, cioè per la sua stessa presenza, per questo noi dobbiamo comprendere la necessità del genocidio.

Noi non crediamo più nella Terra del Sacro – poco è dire che la terra è la responsabilità degli umani, se non si dice che la Terra del Sacro è ciò che è responsabilità degli umani creare ciò che, per gli umani, è l’andare nella terra; il romanzo giallo non è un genere radicato nella terra; il (quasi) romanzo giallo di Simenon ha infatti sostituito l’ambiente alla terra tutta corta.

Come considera l’omicidio, il romanzo giallo? L’omicidio non viene pensato, tutt’al più esso si manifesta ciò che viene pianificato come la soluzione in una situazione difficile. L’omicidio è ancora razionalmente pensato in Delitto e castigo del meticcio russo Dostoevskij, che tecnicamente non è un romanzo giallo, e che poi l’omicida sarà tutt’altro che all’altezza del gesto così dapprima lucidamente teorizzato. La mancanza della possibilità di pensare l’omicidio è una caratteristica del romanzo giallo, e ciò che lo determina nel campo della letteratura spicciola, di second’ordine, appunto perché genere stesso steso in prosa che non pensa.

La struttura stessa di Delitto e castigo dimostra che il delitto non viene pensato in quello che, pur non essendo romanzo poliziesco, pure si avvicina di più al romanzo poliziesco.

Cazzo, non abbiamo d’ora in ora l’ordine seguente?:

  1. Le due Gestalten, che nel romanzo poliziesco vanno da Falso a Vero.
  2. Con il personaggio “Maigret” Simenon apre al passaggio dal fatto Strano, enigmatico, al fatto Compreso perché comune. Il passaggio va quindi dall’anormale al normale.
  3. Il romanzo giallo si basa sulla condanna dell’omicidio e sulla assoluta eguaglianza di tutti gli umani.
  4. Quanto è lecito parlare di “omicidio” nel caso degli omicidi che si trovano nei romanzi tutti visti come romanzi gialli/polizieschi?
  5. La questione è che il romanzo giallo si basa su un antico omicidio, mai accettato fino in fondo in quanto omicidio, sul quale bisogna continuare a ritornare, fino a trovare il “delitto perfetto” che cancella l’omicidio: l’omicidio di Socrate, e poi anche l’omicidio di Gesù – cioè di questi due antichi criminali, che adesso noi non consideriamo più come criminali, ma che abbiamo riabilitato, fino a considerarli veri e propri eroi culturali del nostro pensiero (pensiero frocio, pensiero criminale, pensiero degenerato, pensiero meticcio, pensiero del porco dio del cazzo dell’italiano di merda).
  6. Ma ciò che l’antico omicidio non viene adesso riconosciuto come omicidio è ciò che deve chiamare il nuovo omicidio, che invece non ha nulla a che fare con l’omicidio.

È questo “l’omicidio” che ci viene presentato come ciò che di tra le zampe cosa che ci sfugge, che è invece la cosa che è da pensare, cioè da ripensare in quanto vecchio dispositivo che deve essere ricondizionato, vale a dire usato di nuovo di nuovo per portare a un tipo diverso di consumo.

Se volessimo segnalare un momento nel romanzo giallo come cosa che è da pensare, potremmo indicare:

  1. Le due Gestalten, che spostano in modo irreversibile, ciò che è Falso verso ciò che è Vero.
  2. Con il mediocre personaggio del commissario sagoma Maigret il mediocre scrittore Simenon apre al passaggio dal fatto Strano, enigmatico, al fatto Compreso perché comune. Il passaggio va quindi da ciò che è anormale, non comprensibile, a ciò che è normale, comprensibile.
  3. Il romanzo giallo si basa sulla condanna dell’omicidio e sulla assoluta eguaglianza di tutti gli umani, per cui qualunque uccisione di un “umano” è diventata la cosa da condannare.
  4. La questione è che il romanzo giallo si basa su di un antico omicidio, ma mai accettato sino in fondo, sul quale bisogna continuare a ritornare: cioè l’omicidio di Socrate e poi l’omicidio di Gesù.
  5. Che è la cosa che richiede la punizione del colpevole, mentre invece non c’è nessun colpevole da rintracciare in quella cosa.
  6. Questo perché il romanzo giallo non riconosce il passaggio dal mito al romanzo, limitandosi a vivacchiare in quanto forma di “paraletteratura”.

Il romanzo giallo è il parente povero della forma-romanzo, che è quel genere che deve tendere a considerare il genocidio – e non più l’omicidio singolo – come la cosa che è da giustificare, da qui il suo procedere come delle tante cose che parlano di omicidi senza considerare ciò che è la cosa a cui viene tolta la vita, che non è più una cosa, in quanto riunione di tante cose, bensì la Cosa.

Ci rendiamo appena conto adesso di ciò che il romanzo giallo sembra sussurrare appieno lumaconamente, umbertoecamente a noi, nel momento in cui il romanzo giallo, con piede di velluto, si introduce sì lestamente in letteratura moderna, cioè la nuova forma di pensiero che sarà alla base del nuovo romanzo, o prima o poi? non è l’omicidio, cioè la cancellazione di quella cosa che noi adesso consideriamo, adesso, essere l’essere umano, la cosa da considerare come appena l’argomento di un nuovo gioco possibile – dico di un gioco appena appena novo novello appena di quanto possibile? non è l’omicidio la cosa da cancellare ma la cosa a cui aprire in quanto la Cosa da considerare come gioco, cioè la cosa che non ha importanza alcuna, in quanto la posta che sposta appena risposta -la – che nessuno poi si fa avanti per chiedere indietro?

Quello che chiedo: non si dia scampo al meticcio italiano, dovunque capiti di trovarlo; sia cancellato – Šostakovič era un musichiere → New Auschwitz (Novo Oświęcim) – dico che questo è il rimando.

Dan Brown, “L’ultimo segreto”

Vogliamo partire da la narrazione rozza? Praga quale parco porco giochi turistico ove vecchio patetico Dan di Brown piange spicciol stille & larme (lacrime) sue marroni: ma ciò che deve essere pensato, leggendo questo inutile romanzetto de li tanti suoi, è la longevità di tutto ciò che è inutile – da qui va impostato il discorso sulla coscienza dislocata – che riguarda, sì, tutto ciò che deve essere aiutato, ma aiutato a morire – ricordando Nietzsche, mai aiutato a vivere, e l’inconsistenza dei personaggi raggiunge il massimo livello nel personaggio di Michael Harris, la scimmia addomesticata entro la sua julesverniana memoria – dico quel personaggio “Michael Harris”: l’afroamericano negro di colore, il negro, la scimmia di julesverniana memoria del romanzetto {l’afroamericano negro (il negro/nero di colore)}, che è ciò che richiama il libro che mai è stato distrutto (cioè il libro che agisce ancora quando nemmeno è ancora in circolazione) apre al libro che dice appunto men che niente: il romanzo distrugge la lingua per raggiungere l’alingua, le due fasi non costituiscono il passaggio da uno stato ad un altro quanto la sovrapposizione quantistica che si contrappone a ciò che, nella letteratura, è Jekyll di Stevenson, che è quello che il romanzetto del vecchio patetico Dan detto Brown meno che mai qui presenta; possiamo vedere che il libro distrutto è ciò che si ricompone nel titolo del romanzetto best seller che deve nascondere il proprio nome, fuorché rivelarlo alla fine come ipotesi di un libro che è ciò che non è – il tema del Narratore fluttuante apre infatti invece ad un campo diverso, scampo diverso – ma Praga come “museo di una specie estinta” conferma a pieno la precisione di visione del principio nazista, perché o si vede Praga come set di un cazzo di filmetto con italiani di merda, o si vede Praga come museo di una specie estinta, che però non richiama la frotta del turismo del cazzo, voi conoscerete, suppongo, l’invenzione di Morel, – bene, ma la questione di fondo è che la razza slava è ciò che deve essere eliminata, laddove questo romanzetto parla a voto parla di ciò che deve essere incluso, per far posto ai visitatori del museo – da qui la posizione di quei due ingombranti meticci russi che sono quei due personaggi, in questo romanzo, il personaggio di Sasha Vesna e il personaggio di Dmitrij Sysevich, che rappresentano l’aspetto mite e l’aspetto aggressivo del meticciato slavo, che, fraudolentemente, vecchio patetico Dan del Brown quello presenta come alternanza di due stati di coscienza, (personaggi, se vogliamo cazzeggiare) mentre invece, egli per primo, attraverso ombrosi personaggi suoi, sa di qualcosa che è nota come sovrapposizione quantistica, così possiamo parlare di situazioni, più che di narrazione di storia una sola – che è storia di una storia del cazzo (chi legge si trova immerso in un mare di situazioni che si avvicendano), ma niente a che fare col principio de la misurazione quantistica (della), perché niente di tutto questo ha a che fare col principio della misurazione quantistica, infatti ciò di cui stiamo argomentando è un non-romanzo – un film presentato nella copertina di un romanzetto in formato cartaceo e/o digitale dal vecchio patetico Dan Brown e dal suo team ringraziato quanto messo in scena negli sbrigliati Ringraziamenti, dove gli interpreti ricevono applausi negli ingombranti abiti che li hanno visti comparire in su la scena dentro veste la di un sipario tirato con i nomi appena appena modificati: la Praga di L’ultimo segreto non è nemmeno falsa lungo verità sua, perché è talmente falsa da vera là sonare come set ingombrato da ingombranti turisti del genere romanzo (italiano di merda? Italiano di merda, che ti aspettavi?), la fissità delle parole è ciò che A.M. Ripellino ha caricato ne la Praga magica & Dan Brown, col suo din e’l suo dan, ha messo in gioco così come sono quei personaggi del cazzo di quel romanzetto del cazzo vecchio patetico Dan del dan Brown (Daniele) – io me li figuro, questi italiani di merda che sculettano sulle strade di Praga magica squill ettando: “Sembra di essere sul set di Amadeus!” mica per niente un italiano di merda è un italiano di merda, considerare le voci di dissociazione testuale (quelle sempre in prima persona che registrano il modo di pensare soggettivo del personaggio, riportati sempre in corsivo), lo mettono dritto in fila là dove il comunismo forfait ha dato, lo sdoppiamento è allora parola la fondamentale, che permette di seguire la formazione di quel personaggio Sasha/Golem, che è comunque un personaggio unico a modo suo, quanto l’inconsistenza del richiamo allo sdoppiamento nel vecchio romanzetto del vecchio patetico Dan detto Brown, capace di nominare la sovrapposizione quantistica quanto di riproporre lo sdoppiamento de la personalità in letteratura ma non di chiamare la sovrapposizione quantistica nei suoi personaggi del cazzo, da dove deriva la pericolosità del personaggio Sasha Vesna? dal non avere una terra, in quanto cosa meticcia, Sasha Vesna non abita la terra, ma ha la capacità di imprimere nella terra vibrazioni negative, che sono le vibrazioni negative che permette la creazione del Golem che è ciò che scorre Praga affetta dall’ovetourisme, la Praga degli italiani di merda, l’unico modo di interrompere questa corrente è sopprimere il portatore di questa corrente, ma noi non siamo ancora pronti a risposta codesta, che chiama al genocidio, cioè ciò che chiama la corrente negativa della terra, pensare il rapporto tra Sasha Vesna e la struttura sotterranea, quando è notte, il meticcio italiano bussa alla porta, come il ladro di cui la sua sporca razza meticcia lo rende partecipe, cazzo, se proprio devo pensare a questo inutile ultimo romanzetto del cazzo del vecchio patetico Dan & Brown, non posso fare a meno di pensare alle inutili quindici sinfonie del cazzo del disgustoso meticcio russo Dmitrij Šostakovič del cazzo Dmitrievič, che mi fa pensare a quei cazzo di musichieri che sono sempre stati gli italiani del cazzo coi loro modi di fare del cazzo di italiani di merda del cazzo, questi italiani di merda del cazzo mi sono sempre stati sul cazzo almeno tre tre cinque volte tutti quanti – chi legge, come le ragazze di Cyndi Lauper, vuole solo divertirsi – italiano di merda, smamma via! uffa, dico qui qui giusto tanto io: i romanzetti di Dan Brown non contano niente, come le quindici inutili sinfonie del meticcio russo Dmitrij Šostakovič, quando Dmitrij è ciò che porta, chi legge, a pensare le due persone (due) separate, che è ciò che non è da pensare, cioè lo sdoppiamento della personalità – quello che Dan Brown presenta nel suo romanzetto (da soldi 2+2, Dan di merda, din dan, Brown), ma che il vecchio patetico Dan Brown presenta come ciò che non è da pensare – sì, ma dico io sputare sul muso negroide del meticcio italiano Dante (intendo Dante di merda – brown di colore come tutta sua sporca razza sua di cacca, non ricordo più il cognome, porco di un Dio) è un piacere che non ha prezzo, dico che quelle quattro cicce andrebbero spiaccicate via dall’Europa: [ L’Europa alla razza bianca d’Europa! ] Dan Brown è DANte di merda marrone di colore fratto suo – BROWN d’inchiostro – nient’altro che accolto nel nuovo mondo, come appunto quel romanzetto del cazzo qui presenta quando naviga su sua barchetta turistica di pasdaran, come Dante di merda a suo tempo, questo perché l’arte meticcia di Dan Brown permette di comprender arte di disgustoso meticcio russo Dmitrij Šostakovič, che forse manco quello conosce, ma qui serro – a chi mi ha letto da questo lembo limbo di meticciato schifoso, costa di Italia di merda, auguro, cazzo, insieme a vita breve, ciò che per lui alta gli schiocca certo meglio in faccia (-la): “Sempre viva la fica!”, quale benevolo venticel in su fronte sua la (mai non si sa) – preghiamo Dio perché dia noi il disordine delle parole…

Dan Brown, L’ultimo segreto, traduzione di Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli, Rizzoli, Milano 2025.

Antonio Iovane, Il carnefice (2)

  1. Italiano bastardo –

  2. Italiano bastardo –

  3. Italiano bastardo –

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Antonio Iovane, Il carnefice. Storia di Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine (2024), Mondadori

Mario Avagnano, Marco Palmieri, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine. Le storie delle 335 vittime dell’eccidio simbolo della Resistenza (2024), Einaudi

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