Ciò dentro cqui, detto giacendo, romanzo L’unicorno (1966) di Martin Walser (1927-2023) sembra richiamare, apre alla possibilità dei diversi romanzi che si potrebbero vedere allora come tanti romanzi-unicorno sparsi tra scrittori lì pur tanto diversi (romanzi allora non più unicorno ma pluri di un corno: Berlin Alexanderplatz, Il 42° parallelo, Sotto il vulcano, Il gioco del mondo), per quanto scritti prima e dopo tempore in cui questo alla fine romanzo esso si propone – fascia che giace stretta sei e sei tra la narrativa modernista e narrativa post la moderna; nel momento in cui dire si può che la narrativa postmoderna è stata un fallimento, ma questi romanzi hanno accostato ad soglia una sola, dalla quale è stato possibile, come da fessura lungo tempore occlusa di fortezza Bastiani, di là lanciare, pallido, lampi smorti di occhiata sua su ciò che inumano, sovrumano, sembra stendersi sonando libero là, cioè ciò che, Idea of North, al di là alberga ciò di cui letteratura, quella, si è con prepotenza di suo tutta appropriata, anche se nessuno di questi romanzi lo ha poi con islancio fatto ed ampiezza raggiunto forse solo da Finnegans Wake, cioè la psicologia, che è la cosa da lanciar giù di sotto, quando a tener insieme queste composizioni è il gioco (game), che poi scompare come in un lampo di prestidigitazione.
Lampo faccio di digressione: ciò che nelle registrazioni di Glenn Gould e di Celibidache mi ha sempre dato fastidio assai è quel canticchiare di questi fastosi mastri e personaggi di successo, adesso visti così, che ignorano quello che invece avrebbero dovuto riconoscere, quando erano lì in quel punto, vale a dire la polifonia – che mai ha avuto spazio, quando il dionisiaco è presente nella letteratura modernista, mentre è posta da parte nella letteratura postmoderna a favore de l’apollineo di una trama che pone apollineo/cristallino in linea sua, che nell’imperativo “Balla!” sgrana bella a galla tutta balla bella la sua, così penso e rimembro: noi non sappiamo che cosa mai cosa nomata “polifonia” possa alfine essere stata o mai stata, perché forse non abbiamo mai avuto valida prova di cosa essa sia, come disse, tempo fa, Adorno maestro Teodoro (W.).
Se il romanzo è genere minore in campo di letteratura, il romanzo è l’unico genere letterario legato alla terra in quanto genere che tratta i personaggi come ciò che hanno tempo come terra su cui pensare là dove poggiare i piedi in quanto abitanti de la terra e non come semplici figuranti che hanno terra dove ora intanto andare; se il romanzo è l’epos della povera gente comune, allora il romanzo è l’epos della Terra del Sacro in quanto meta dove protagonista è solo punto dove andare quando la terra, per lui, non è più terra dove andare, perché Simbolo e Terra del Sacro fanno lì tutto flutto uno szanpillante; se l’installazione di parole potrebbe aprire a sballo, allora il romanzo si conferma come il genere letterario che non è pensato per esprimere sballo alcuno, cioè ciò che si fa difforme da forma di sua, perché è pensato come traccia di ciò che loco ha avuto in quanto passo con aggio, che si è manifestato come reale e di cui si pone traccia pure, in quanto terra come ciò che le parole hanno determinato come terra, cioè in quanto terra dove abitare.
La letteratura tende ad un grande stile in grado di coinvolgere chi legge fino a trascenderlo: la letteratura postmoderna, collegata alla letteratura di genere, si accontenta di sciattaggine al posto di ciò che è stile, che mira a compiacere soltanto chi legge per caso; nella letteratura allora lo stile, nelle sue vicissitudini, è il vero protagonista, a differenza di quanto avviene nella letteratura di genere, dove la sciattaggine non ha peripezia alcuna – e dove così nasce, così rimane.
Partire dal principio della falsità del personaggio, di cui il cinema ha alimentato la falsa consistenza, nella dimensione in cui il personaggio è un inganno, perché non sono gli umani a parlare, ma il linguaggio a parlare attraverso di loro; così, partendo dal personaggio, si è finora fatto in modo di arrivare al linguaggio, mentre bisogna invece adesso partire dal linguaggio per arrivare al personaggio – per così dire, è ora giunto il tempo in cui il personaggio sia spersonalizzato, cominciando a pensare una narrativa al di fuori del personaggio e quindi al di fuori dell’intreccio.
Pure l’unicorno lacera la veste di forma su la quale pone capo fumante di furia di animale mica domato di spazio dove andare, quando adesso di arma tutta puntuta si dimostra bello munito.
Rileggere adesso L’unicorno, romanzo di Martin Walser, è richiamare la differænza, che è ciò che passa tra ciò che è letteratura, ma letteratura di ciò che allora sonava per istrada, e ciò che letteratura passa di genere ora, che è ciò che senza live con il pile sul divano mica come malato di cancro, carcassa, letteratura di genere è di letteratura – che, squarciata, giungeva sovra ogni tanto da corno d’uni puntuto come mostra scaletta che vangelista vale quanto quatto quatto in 4 (quattro) munto spuntato wu & ming – minga vogliamo pensare punto diverso di ciò che è letteratura?
Si accetta il romanzo se apre a squarcio di Simbolo uno uno/one (che può essere quindi romanzo come simbolo, che è ciò che aperto ha al romanzo, il romanzo modernista); oppure al romanzo come simbolo di stantia posizione stanziale di Quotidianità (romanzo-verità nella forma proposta in gaia velocità da Anselm Kristlein, che è ciò che oppone la linea una a la altra sua solidale: Kristlein → Christie Line (= la vecchia storia che va a farsi a benedire).
Scrittore è adesso colui che è stato lasnciato solo tra tutte le parole del mondo – per questo adotta la posizione più congeniale di equilibrio acrobatico di orizzontalità.
Per quello che ne so, i romanzi-unicorno, gentilmente, pongonsi, essi, come distinzione tra “letteratura” & “letteratura di genere”, prassi, perché questa, appunto, la letteratura di genere, usa la razionalità come elemento base di trama una la sola, mentre letteratura introduce elemento di irrazionalità, perché non considera possibilità di trama unica sola di scola sua – di cui sfrutta pure le potenzialità – così l’unicorno ha tutto diritto di lacerare veste la sulla quale posa infine capo suo di arma di offesa suo ora turrito munito.
A unire le due cose è una gestione dello sballo bello colto in ampio fallo (pensare a questo punto a Burroughs), ma percorso che tende ad inglobare sempre più l’apollineo, come si vede dalla comparsa di musica dance in quello schema di letteratura.
Schema del romanzo L’unicorno di Martin Walser, che qui si propone:
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Situazione 1 (Decisione di tornare a casa per porsi disteso a letto)
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Progressione – Solo punto di passaggio. Che comporta:
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L’incarico (Distinzione che corre tra “Installazione di parole” e “Romanzo”)
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La Casa sul Lago – Solo punto di passaggio
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Il campeggio (Che comporta la regressione in quanto tema del “Ritorno del mito”)
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Situazione 2 (Le parole nuove che fanno seguito all’Incontro, che pure dovrebbe essere chiamato “Piccolo incontro”)
Ma lo Schema è ciò che oppone l’Installazione di parole, proposta allo scrittore dalla committente, alla bozza di romanzo, proposta dallo scrittore alla committente. Noi non vediamo il risultato della lacerazione in opera della veste della vergine ad opera de l’unicorno lasciato libero di vagolare ne lo spazio de la memoria (ultimo riconquistato), ma vediamo, tramite questo romanzo, la possibilità de la lacerazione, quella, appunto, entro campo di romanzo, dove si trova a vagolare – cosa di cui questo romanzo proprio meno che mai sembra disposto ad accennare.
Leggendolo, infatti, bisogna intendere la regressione non come ritorno al mito – che è ciò che un principio psicologico, ma ritorno a quel del mito in quanto qualcosa identificato come soggetto.
Può un romanzo configurarsi in quanto “installazione di parole”? penso proprio no.
Questo romanzo non comporta colonizzazione alcuna, poiché richiama solo il vagolare di mitica creatura una (l’unicorno) e quando il protagonista torna a casa è per installarsi in un letto in solitaria contemplazione di un tempo che, uniforme, passa intorno a lui, che dall’estate porta all’inverno – mentre la colonizzazione è richiamata solo attraverso quella brutta fine di carcassa di negro Lumumba in terriccio d’Africa, scheda di memoria giunta a conoscenza sul treno, che richiama le diverse Considerazioni sulle schede di memoria come qualcosa che si pone come sistema.
Così L’unicorno comporta cinque balle di occasioni di meravigliarsi della nostra capacità di ricordare:
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La festa in maschera con il richiamo scolastico a quel di dire di Proust (p. 58).
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Il protagonista a letto – come grado zero della memoria (p. 66).
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La scoperta del funzionamento a caselle de la memoria, che accesso dà alla numerazione – tra questa occasione e la precedente è avvenuto il richiamo all’uccisione del negro Lumumba nella lontana Africa di merda (Congo belga), che apre la porta, in questo romanzo, al tema della Colonizzazione (p. 211).
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La possibilità di scegliere le parole, quando la posizione dello scrittore era quella di chi si è trovato lasciato solo tra tutte le parole del mondo (p. 245).
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La regressione che interviene poi incontrastata da qui (p. 371).
Solo la possibilità numero 5 (che è ciò che riguarda la “Regressione”, numero “Cinque”) comporta l’incontro con l’altro, che è un altro regredito già tutto di suo portamento, cioè che non coinvolge numerazione alcuna. Questo in quanto provenienza di razza, che è comunque commistione di razze, c’è la paura, antirazza.
Orli Laks (l’altro incontrato) è fanciulla olandese proveniente dai possedimenti indonesiani e& di madre austriaca, ma è ciò che dispone sempre più la fusione delle razze, che porta il protagonista a pronunciare le parole con il quale il romanzo finisce: “Birli”/ “Orga” (p. 445), che conduce fusione tra nomi di Birga (la donna piccola sposata) e di Orli (l’altro piccolo incontrato).
Se ci sono cinque possibilità di meravigliarsi «della nostra possibilità di ricordare», quello che alla fine Anselm ricorda è il modo di affrontare le Männerbünde, nel momento in cui si trova in un ambiente che, a livello di simbolo, può richiamarle, che è il campeggio, che comporta la mancanza di una terra dove si svolge allora il romanzo e insieme l’accenno ad un ambiente, che è subito sintetizzato dal letto di casa smarrito, dove il protagonista infine trova sponda sua dove giacere giocando.
Questo è ciò che apre allo sdoppiamento dei due sereni tanto Anselm nomati personaggi là – sdoppiamento che apre alla possibilità del nuovo tipo di romanzo – che è ciò che Melanie (la committente) ha di suo congiungere là tentato, nel momento in cui, tramite ingaggio di scrittore Anselm Kristlein, ha aperto a differænza in quanto differenza tra Installazione di parole e Romanzo più o meno tradizionale, salvo poi avere in cambio la possibilità estrema – che è ciò che apre alla distinzione tra Installazione di parole e confronto con tutte le parole del mondo, che è la posizione con cui si deve invece confrontare Anselm Kristlein, lo scrittore ingaggiato a moneta battente, e che egli intende mantenere, nel momento in cui quello che infatti la committente chiede a quello è l’opera basata sulla parola come punto d’arrivo della lingua, mentre lo scrittore così posto riflette sulla possibilità che dovrebbe avere lo scrittore di giungere alla lingua a partire dalla parola – che è ciò che quello comunemente ha di fronte a sé – per cui il testo che si chiede come Installazione di parole (come nella furtiva proposta di Melanie committente) e il testo che viene furtivo proposto come Romanzo non possono assolutamente stare assieme, e Melanie boccia la proposta in cui pure, nell’abbozzo che la vede coinvolta, nega di essere mai stata lì involtolata (abbozzolata).
La scomparsa del personaggio comporta la successione di stati di collegamenti tra le cose tante successe nel tempo, livello di ciò che viene stabilito dalle misurazioni quantistiche (meccanica quantistica), che portano alla suggestione del soggetto come illusione (Nietzsche) e poi a la suggestione del soggetto come punto in una serie (Lacan) – vedi pure Carlo Rovelli, se proprio proprio tu lo vuoi (infatti lo dice, dico, ma non lo dice più di tanto).
È in questo spazio bello fittizio (tra casa messa a disposizione e poi fuga entro spazio precario di campeggio) che l’Unicorno trova spazio tutto suo ove porsi a vagolare, che lo porta all’Incontro con ciò che è Altro – ma altro che si pone non come l’Altro da sé come l’altro contro cui si rischia di andare a sbattere capa se non si guarda bene dove si punta, che ha dapprima forma di intralcio lungo navigazione indolente, cosa che porta ad acqua una imbrigliata imbrogliata, che porta ad installazione entro tenda una, che porta alla rinuncia della colonizzazione del nuovo spazio, che apre al ritorno a la casa, che è ciò che apre al romanzo come creazione delle nuove parole di fronte a cui la possibilità del romanzo-unicorno si ferma e fermo si pone – Anselm Kristlein trova infatti il modo di avvicinare quella persona che ha visto galleggiare su materassino pneumatico tramite una qualunque razionalizzazione – che è ciò che a quel punto non va più bene, essendosi questo scrittore posto come l’unicorno – si vedrà poi che l’unicorno spaccia solo veste di vergine su cui posa e spicca capo suo con corno conquiso.
L’abilità di appostare parole di Arbasino in Fratelli d’Italia (titolo di romanzo suo, Alberto) dimostra la mancanza dell’idea di razza come principio della distanza e insieme l’idea del bisticcio di parole accostate come principio de la vicinanza di tutte le cose del mondo che razza hanno no, che è proprio ciò che il romanzo, ad altezza nova adesso chiamato, non è chiamato a praticare, quanto mai, quando il romanzo non è più (niente nel mondo è più lo stesso quando arrivano questi bastardi di italiani, intendo il meticciato, solo il meticciato, intendo ciò che è vita indegna di vivere, dico gli italiani solo perché conosco gli italiani, ma ogni meticcio è solo meticciato, dico così in quanto vita indegna di vivere). Ciò che determina la vita indegna di vivere non è ciò che essa fa, ma ciò che essa è. L’antirazza è la cosa deforme che prende variopinti aspetti – ma è quello che io riconosco come Italia. (Sgurre Lieder)
Io qui chiamato casto lesto resto chiuso in causa la quella, quando mai? devo dire: mi piace la musica s/b/dance – poi, per caso & un po’ per resto, L’unicorno (1966) di Martin Walser scrittore è l’unico libro che ho letto anche se poi l’ho riletto – devo dire anche più di una volta, volte parecchie giacendo in letto, ma quello che dico è questo: meticciato è cosa la vecchia che deve finire. Comunque non ho letto altre cose.
In Fratelli d’Italia (di ingombrante Arbasino Alla Berto) c’è tutta l’attenzione del procedere, ospiti mai graditi, su di un terriccio, un ambiente – Terra → terriccio → terreno –, su ciò che si avverte mai essere stata la terra allora – con piota di velluto, proprio perché lì non si pensa, e si risolve in polvere di franca chiacchiera poveraccia a suo tempo, per cui Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino mira a fiero stile, con fiele di rammarico devo a forza io dire, ma il materiale utilizzato è pura sciattaggine, posto di chiacchiera in chiacchiera, mai identificata come tale, ma esibita, la chiacchiera, come modo suo di essere (bluff, deve essere infine chiamato, perché l’intellettuale in Italia è qualcosa che non esiste, perché non c’è la distinzione tra parlare come chiacchiera e parlare come “salto in”, cioè come quello che è già presente dentro la lingua) l’Italia non è terra da romanzi, l’Italia non è terra di romanzi, l’Italia non è terra per romanzi – l’Italia non è terra – a partire da Fratelli d’Italia (romanzo, Arbasino), possiamo quindi dire: l’Italia è quella cosa che pezza niuna ha da dire, ma tante parole può poi permettere poi insieme, proprio perché è quella cosa dove massimo si vede lo scollacciamento tra parole e cose, che è il solo modo di scrivere in cui può scrivere l’italiano di merda, l’italiano tipo, che è pura sciattaggine, sia grande iscrittore, sia italiano comune di cacca da cacciare (= italiano di merda) da scacciare (= italiano di merda), perché l’Italia è ciò che non ha terra: tutto ciò che è italiano è vita in quanto vita indegna di vivere; perché qualunque cosa sia l’Italia, l’Italia è qualcosa che deve morire – affinché l’Europa non sia qualcosa di africano.
Fratelli d’Italia è la vera, ultima, Odissea finale del meticcio – che è sempre l’ultima odissea del meticciato, cioè del meticciato italiano.
Quanto mi stanno sul cazzo, questi italiani, italiani di merda! – qui Kiernan su banco rango stretto pongo posto io: ma sia chiaro, solo per ragioni di razza rango a branco in quanto ciò che parte per tutto quello, io posto appunto questo.
Martin Walser, L’unicorno, traduzione di Bruna Bianchi, Feltrinelli, Milano 1969 [Triste che casa editrice Feltrinelli mai abbia rieditato più questo romanzo (questo dico), capolavoro comunque di letteratura moderna, capolavoro “unicornico”, come qui scherzosamente si è tentato di portare ad imprecisazione come ciò che non ha bisogno di precisazione, ma plauso grande a traduttrice Bruna Bianchi, che stretta a suo tempo tra acqua ferma di Svizzera, acqua di Austria e acqua di Germania, spostato ha il dire del Maestro ne li fastosi incubi mediterranei, festosi vivi purtroppo adesso ancora, tra li rottami – sono d’accordo, – ma che ha permesso anche a noi adesso di leggere testo questo per lo appunto, per restare a galla negli incubi – incubi mediterranei – purtroppo per noi, sempre quelli, incubi mediterranei, sempre quelli, cioè cose d’acque nostre sempre stante ferme in pozza fonda mesta, questa quella – È così!]