L’ozio sulla spiaggia dell’animale marino, il piacere non affrettato del tempo di darsi al mare, sono sottili elementi che entrano in gioco in Aurora e nella Gaia scienza, come dimostrano le lettere di Nietzsche del periodo. E ne insinuano il testo. Nessuno storico della filosofia potrà mai stabilirne la concettualità, per quanto essi siano presenti. Ecce homo li richiama. L’opera si regola in un viluppo di stati d’animo attorno alla composizione di un testo che si dirama nella sua assoluta incomunicabilità. Ma l’opera così intesa apre alla mancanza di opera. Che è ancora tutta da determinare. La mancanza di opera in quanto culmine del processo creativo o ciò che essa avrebbe potuto diventare al di fuori del concetto stesso di opera – che è appunto ciò a cui si deve concretamente infine pervenire. Ma il risultato di questo compito non sarà meno una dissoluzione dell’opera quanto un riconoscimento dell’inutilità delle opere a noi note?
Autore: Svart á hvítu
Partigianeria
Macedonio Fernández nel Museo del romanzo della partigianeria!
Uffa!
Ma quanto mai benvenuto!
La “partigianeria”, quale forma tipica dell’attuale eterno italiano di merda, specie nella sua attenta, più che attenta, letteratura, è un qualcosa che deve essere fatto oggetto di una distratta – ma non per questo meno feroce – oziosa decostruzione; vale a dire fatto oggetto circa quanto riguarda l’impegno di una decostruzione del romanzo.
Lo sbadiglio può cominciare con Beppe Fenoglio, Una questione privata.
E poi potrebbe estendersi a Visi celati di Salvador Dalì, poiché la “partigianeria”, adesso, non è più qualcosa limitato all’italiano di merda. In questo risiede il genio dell’Italiano di merda. Genio mai da disconoscere.
Ma niente genio; solo mafia.
Si potrebbe così tentare un primo discorso sulla “letteratura partigiana”, e poi è solo ecc.
Uffa!
Italiani di merda!
Dodici romanzi
1. R. Musil, L’uomo senza qualità
2. J. Joyce, Ulisse
3. J. Joyce, Finnegans Wake
5. W. Goethe, Gli anni di noviziato di Wilhelm Meister
6. W. Goethe, Gli anni di viaggio di Wilhelm Meister
7. A.S. Puškin, Evgenij Onegin
8. A.S. Puškin, La figlia del capitano
9. H. Melville, Moby Dick
10. H. de Balzac, Un tenebroso affare
11. D.A.F. de Sade, La nuova Justine e Juliette ovvero le prosperità del vizio
12. D. Defoe, Robinson Crusoe
I titoli sono scelti in base a una doppia esigenza: il romanzo deve mantenere una forma estetica, non deve essere una semplice descrizione naturalistica di fatti (il romanzo è soprattutto arte della digressione); deve andare oltre la natura che lo ha informato, vale a dire oltre la propria natura, quindi oltre la forma del romanzo, oppure rivoltarsi apertamente contro di essa. Il romanzo è arte dell’impossibile. Quindi? Quindi per iniziare è giusto chiedersi: non è il saggio critico la forma più lontana dal romanzo? La ricorrenza di tre nomi con due testi ciascuno, indica come il romanzo sia il tentativo di non conciliazione tra due opposti possibili: giorno e notte, progetto e digressione, poesia e prosa (e – nel caso dell’estrema eccedenza – virtù e vizio). L’ordine dei titoli è dato dal tempo in cui essi sono giunti, ad uno ad uno, ad una mente attenta a tutto, fuorché alla distrazione. Ma il romanzo è anche arte della menzogna. È l’arte di quelle “robinsonate” che Marx segnalava in alcune delle proprie opere, come, qua e là, distrattamente, quanto tenebrosamente, ci si limita a indicare. Il numero “dodici” rimanda al turbine centripeto della Caccia Selvaggia; è anche il numero che si oppone al “dieci”, che invece rimanda all’asservimento della precettistica semita.
Civiltà messa a nudo
Donatella Di Cesare, Heidegger e gli ebrei (Bollati Boringhieri, Torino 2014), imposta bene la questione dell’antisemitismo in Nietzsche.
Ma gli Ebrei non hanno fatto tutto da soli. Al loro fianco hanno sempre trovato gli Italiani. Sbagliata l’impostazione di Nietzsche: “Giudea contro Roma”. È la civiltà germanica a contrapporsi all’insieme che comprende Giudea, Roma, Italia. E giustamente Lutero combatteva gli Italiani in quanto sede della menzogna papale.
Il progetto filosofico di Derrida è il segno di una sradicatezza. Tutta la decostruzione della metafisica, come intesa da Derrida, segna un capovolgimento del progetto di Heidegger. Con Heidegger una civiltà veniva messa a nudo. Non c’era soltanto il progetto di una nuova fondazione, vale a dire di un nuovo inizio della filosofia grazie a un rinnovato radicamento razziale, ma la possibilità di intendere la filosofia precedente come progetto razziale che ha sempre negato la propria origine di razza. In questo atteggiamento Heidegger continuava Nietzsche. Con Derrida tutto questo intreccio di possibilità si interrompe.
In Heidegger e gli ebrei Donatella Di Cesare delimita il contorno del progetto seguendolo da Nietzsche a Heidegger, passando attraverso Hitler.
Il progetto filosofico di Derrida è un progetto votato alla sradicatezza, cioè alla ripresentazione del progetto della decostruzione della metafisica inaugurato da Heidegger sotto il segno dell’assenza dell’appartenenza al suolo, del radicamento a un suolo d’origine. Progetto che in Heidegger prevedeva un nuovo inizio della filosofia a partire dalla civiltà germanica come modo di pensiero che autenticamente abita una terra, e uno smascheramento del precedente inizio della filosofia, appena tramontato, cioè della filosofia giudaico-romana, come metodo di pensiero che fraudolentemente nasconde la propria origine sulla terra.
Purtroppo, nemmeno Heidegger andava sino in fondo, cioè in fondo al primo inizio; in fondo alla Grecia.
L’Europa ha bisogno di un nuovo antisemitismo. Di un antisemitismo rifatto da cima a fondo. Tale da comprendere Giudea e Roma, Ebrei e Italiani.
La filosofia di Derrida spoglia la filosofia di Heidegger del richiamo alla terra. Si configura come un richiamo alla deterritorializzazione. Heidegger e gli ebrei di Donatella di Cesare identifica il richiamo alla terra presente nella filosofia di Heidegger. Che passa inevitabilmente attraverso l’antisemitismo. L’Europa ha adesso bisogno di un diverso e più completo antisemitismo. Questo perché l’Europa o sarà antisemita o non sarà.
O l’Europa sarà antisemita o non sarà. Rivolgersi verso ciò che è antisemita è per l’Europa ritrovare il proprio cuore. Antisemitismo, cuore d’Europa. Rivolgersi a questo vuole dire fare i conti con il dio semita che dal Medioevo abita l’Europa con l’inganno, come un clandestino; vuole dire fare i conti con le razze che hanno facilitato e permesso l’ingresso in Europa del dio semita: Greci e Romani prima, Italiani dopo.
Europa antisemita
Gli Italiani devono essere assimilati ai Semiti. Un vero antisemitismo, purtroppo ancora tutto da formulare in Europa, deve comprendere gli Italiani.
Finalmente!
Li deve stringere entrambi in un nuovo, autentico antisemitismo; che sarà l’abbraccio che viene dal cuore dell’Europa.
Da lì è necessario partire per un nuovo inizio del pensiero.
Tutto ciò che è italiano ha impronta africana. Vale anche per ciò che è spagnolo; un po’ meno per ciò che è francese.
Nietzsche riconosceva con certezza da sonnambulo il carattere africano del paesaggio ligure.