La battaglia di Arminio

La battaglia di Arminio di Heinrich von Kleist contiene alcuni confronti, certamente non intesi in questa forma dall’autore, ma presenti nel testo, con la civiltà germanica, sui quali vale la pena dirigere una riflessione. Questo perché, quando lo scontro è uno scontro tra civiltà, un testo che richiama l’antica battaglia delle razze non può che richiamare l’insieme di ciò che oppone razza superiore e razze inferiori, qualunque siano le intenzioni dell’autore.
1. Arminio: «Credo che i Tedeschi siano più dotati di talento, ma che gli Italici, sebbene meno dotati, l’abbiano sviluppato meglio nell’epoca presente». Arminio afferma che un’armata germanica in marcia o in sosta suscita il riso in confronto a una di Roma (atto I, scena III). Notare il richiamo a ciò che il testo chiama “l’epoca presente”, identificata come un’epoca di decadenza, nella quale, proprio per questa caratteristica, la civiltà latina può ottenere il massimo del successo. Questo è proprio ciò che chiama il teatro, il fattore dello spettatore invisibile, ugualmente richiamato dalla pubblicità, cioè l’arte di sfottere, tipica della civiltà latino-semita. Ma c’è un altro fattore che il testo suggerisce: l’arte della guerra, il tipo di guerra che in quel momento si combatte. Armata romana e armata germanica richiamano infatti due tipi diversi di guerra.
2. Teutoburgo. Accampamento di Arminio. Arminio e alcuni Anziani osservano le fiamme che si alzano dai villaggi attraversati dalle armate di Roma. Così avanza nel mondo la civiltà di Roma. (Atto III, scena I). Roma è barbarie.
3. Ventidio ha insegnato a Tusnelda l’arte di abbigliarsi e acconciarsi i capelli con lo sfarzo di una Romana. Arminio le rivela che i Romani hanno l’abitudine di tagliare i capelli biondi delle donne tedesche per farne parrucche per le loro donne: «Neri sono [i capelli delle Romane], neri e grassi, come quelli delle streghe. Non belli, asciutti, d’oro, come i tuoi.» (Atto III, scena III). Bellissimo episodio che richiama lo scontro in corso alla sua vera natura, cioè allo scontro razziale: la razza nordica autenticamente indoeuropea e il meticciato romano, che niente ha di europeo (meno che mai di indoeuropeo).
4. Sfila l’esercito di Roma. Varo chiede a Ventidio assicurazioni su Arminio. Egli sa che, non appena marcerà contro Marbod, la sua posizione sarà molto delicata: poiché avrà di fronte l’esercito di Marbod e alle spalle quello di Arminio. Ventidio lo rassicura, ma ogni sua frase è ambigua. Questo dialogo è un capolavoro: c’è tutta la falsità dei Latini, il loro amore per gli intrighi, la loro assoluta diffidenza, il loro essere biforcuto nel mondo. Ventidio ha la lingua biforcuta perché la lingua del suo popolo è una lingua biforcuta. Ventidio prende per spirito profetico quello che è malevolenza degli uni verso gli altri. Caratteristica tipica della sua gente: la razza latina. Tusnelda chiede a Settimio spiegazioni sulle insegne che vede portate dall’esercito romano. Viene così a sapere che l’Aquila ha il compito di riunire i soldati in battaglia. Tusnelda: «Da noi usa il canto corale dei bardi» (p. 629): storia come vedere, storia come dire. (Atto III, scena VI.)
5. Entra una mandragora [così la traduzione]. Varo la interroga: da dove vengo? Risposta: dal nulla. Dove mi dirigo? Risposta: verso il nulla. Dove sono? Risposta: a due passi dalla tomba. Poi scompare. Parlando della mandragora, Varo accosta la Sibilla romana alla maga di Endor. (Atto V, scena IV.) Questo personaggio è riconducibile alla völva dell’Edda, che qui racconta il futuro della civiltà semito-latina visto nella sua opposizione alla civiltà germanica. Così ci sarà infine una battaglia di Arminio dopo la quale la civiltà latina verrà consegnata al nulla.
6. Varo parla di due corvi: uno che pareva annunciargli la vittoria, l’altro la tomba. I due corvi possono essere accostati ai due di Óðinn, ma senza una reale funzione. Un popolo di bastardi è un popolo raccoglitore di mitologie, leggende e racconti; tutto un materiale del quale non sa che fare. (Atto V, scena VII.)
7. Varo: «Arminio, Arminio, è dunque possibile che uno abbia capelli biondi ed occhi azzurri e che sia falso come un cartaginese?» (atto V, scena IX). Varo espone apertamente quella ideologia che egli, prima di tutti, dovrebbe non accettare.
8. I Capi temono che Arminio marci contro Marbod. Arminio: «per il tonante bronzeo carro di Wodan»: di tonante c’è qui, prima di tutto, l’errore. Non era Óðinn il dio con il carro, ma Þórr. (Atto V, scena XI.)
9. Arminio: «E poi muoveremo audacemente… verso Roma. Noi, fratelli, noi o i nostri nipoti! Sono infatti fermamente convinto che l’intero mondo non potrà ottenere pace da questa genía di assassini fin quando non sarà totalmente distrutto il loro nido di predatori e una bandiera nera non sventolerà sopra un desolato cumulo di macerie.» (atto V, scena ultima). È qui anticipata la fine della civiltà semito-latina, riassunta nella battaglia finale contro la grande città. Si ripresenta lo scontro dapprima negato: l’odio verso la grande città e lo smascheramento della civiltà latino-semita.

Teutoburgo vi compare come una città con strade nelle quali si può camminare e un parco chiuso da un cancello, una specie di giardino all’inglese, dove la natura sembra seguire indisturbata il suo corso e dove Tusnelda fa rinchiudere Ventidio in modo da farlo sbranare dall’orsa che, poco prima, vi aveva fatto rinchiudere. Una delle caratteristiche fondamentali dello scontro tra civiltà romana e civiltà germanica, la grande città semito-latina e l’assenza di città nel mondo germanico, è del tutto ignorato.
La battaglia di Arminio di Heinrich von Kleist è uno strano testo. Tutto, in questo strano testo, viene messo in scena come se la battaglia di Arminio fosse già avvenuta. Quello che il testo presenta è infatti la nuova battaglia di Arminio, cioè quella battaglia che, dopo la battaglia di Arminio storica, bisogna combattere per scacciare l’influsso della civiltà latino-semita. La battaglia di Arminio “storica” ha segnato la vittoria dei popoli tedeschi sull’esercito di Roma e la fine dell’aggressione della civiltà romana nei confronti del nord, Ma il risultato è stato che la Germania, così come tutto il nord, ha finito per accettare, senza accorgersene, sempre più la civiltà latino-semita, arrivando a pensare, alla fine, come quella civiltà e organizzando il proprio modo di vivere e di abitare la terra secondo i principi di quella lontana civiltà.
Ma mai troppo lontana!
«I dag kjenner mange mennesker i Norden gresk og romersk mytologi bedre enn den norrøne» (G. Steinsland, Eros og død i norrøne myter, Universitesforlaget AS, Oslo 1997, p. 18).
Il fatto della battaglia personale, che chiunque deve combattere in nome della battaglia di Arminio, mette in evidenza un’altra questione.
Atto III, scena II: entrano in successione tre Capitani tedeschi. Riferiscono le atrocità commesse dai Romani lungo il loro percorso: distruzione delle residenze di Arminio, uccisione di una puerpera col suo bambino, distruzione della quercia sacra a Wodan. Sono i simboli delle tre funzioni indoeuropee secondo Dumézil, riportate nell’ordine: 2, 3, 1.
Arminio accoglie le notizie con gioia e le fa diffondere, in modo da aumentare l’odio verso i Romani. Infine, ordina a Eginardo che dei Tedeschi travestiti da Romani seguano di nascosto le truppe di Varo, saccheggiando e incendiando.
In Teoria del partigiano Carl Schmitt (Adelphi, Milano 2005) definisce La battaglia di Arminio di Kleist «il più grande poema partigiano di tutti i tempi» (p. 17).
Il partigiano, continua Schmitt, costringe il suo avversario a entrare in uno spazio diverso. Notare il richiamo al teatro nel testo di Schmitt: «Sbucando dalle quinte, il partigiano disturba il dramma convenzionale che si svolge, conforme alle regole, sul palcoscenico» (p. 98). Il partigiano è, a questo punto, una figura da melodramma, da operetta, da dramma di cappa e spada.
Ma il partigiano di ieri è il terrorista di oggi. Il partigiano non è più una figura difensiva e da operetta, ma diventa «uno strumento manipolato da un’aggressività che mira alla rivoluzione mondiale» (p. 104).

Rimane il punto di partenza: l’errore fondamentale di Kleist: aver rappresentato Teutoburgo come un città con strade dove i capi, in incognito, camminano di notte per studiare il comportamento della popolazione. Un tema che sembra richiamare la grande città di Baghdad dei racconti fioriti intorno al califfo Hārūn al-Rashīd nelle Mille e una notte.
È una sovrapposizione di scenografie che il testo teatrale ha imparato a rappresentare. I guerrieri germanici si muovono, nella loro Germania violata, attraverso una scenografia che rappresenta la Germania violata come una grande città semita. Ma essi combattono concretamente per liberare la Germania,
È appunto lo sdoppiamento tipico al quale il teatro moderno, in quanto messa in scena, non può più fare a meno. Soprattutto il teatro d’opera unirà una interpretazione musicale filologica a una messa in scena slegata da qualsiasi temporalità (scenografia costituita da blocchi in movimenti, costumi contemporanei, ecc.). Da qui è da rivedere il tentativo di Händel di creare oratori profani, in lingua inglese, in risposta all’invadente teatro italiano.

Un bel commento all’articolo “2000 år sedan slaget vid Teutoburgerskogen!” nel sito www.patriot.nu (30 settembre 2009), cominciava con questa semplice frase: «Det är bara en ny Hermann som behövs och lite till.» (http://patriot.nu/artikel.asp?artikelID=1330).

H. von Kleist, La battaglia di Arminio, in H. von Kleist, Opere, I, Guanda, Parma 1980 (trad. di Ervino Pocar).

L’alingua e il filosofo

Il filosofo, così come lo scrittore, non è altro che una possibilità della lingua. Forse è un qualcosa che la struttura di una lingua contiene come suo progetto attentamente pensato nel tempo. Bisogna solo attendere il tempo della sua venuta.
Così, filosofi e scrittori nascono solo nelle lingue che per secoli ne hanno, per così dire, preparato, senza volere, la comparsa.
Le parole composte tipiche della lingua tedesca sono uno strumento per il pensiero di Meister Eckhart, Novalis, Heidegger. È dalla riflessione su alcune parole della lingua che nasce lo stupore della riflessione sul mondo.
Ciò che il filosofo riflette è l’andare del popolo attraverso il suo tempo. Il tempo è sempre ciò che annulla, ma è anche ciò che preserva con amore.
Così è la lingua a chiamare il suo filosofo. L’Italia non può avere una filosofia, così come non può avere un poeta. Non si può parlare della lingua senza parlare dell’alingua. Lingue di questo genere devono preparare, con perplesso amore, alla scomparsa…

Terraferma

Gli Italiani sono un popolo di bastardi. Il meticciato di quella razza non-razza è impresso nella lingua in un modo che viene sempre raggiunto da una piena luce abbagliante. Tutte le parole di quella lingua bastarda suonano l’essere meticcio del meticcio italiano. E tutte le brutte parole di quella lingua non-lingua di quella razza non-razza, come in un ritornello punk, suonano e crocchiano: “Meticcio d’Italia, niente futuro! Niente futuro in Europa per te!”
Una nazione di questo tipo è una nazione di predoni di ogni tipo. Una nazione di questo tipo è anche una nazione di predoni di parole.
La parola “terraferma” può funzionare da esempio.

La parola italiana “terraferma” suggerisce un tipo di terra che si oppone a un’altra, la cui caratteristica principale è quella di non essere ferma.
Nel folklore celto-germanico le isole sono spesso indicate come terre inizialmente “non ferme”, e che solo un atto magico di saldatura alla terra ha potuto, successivamente, rendere ferme in modo definitivo. A volte la lingua nomina il continente come “terra principale” (inglese mainland, islandese meginland); altre volte lo nomina come “terraferma” (norvegese e svedese fastlandet). Ma in entrambi i casi, è sempre fondamentale la presenza di un insieme di credenze tradizionali, da cui si proietta il carattere non fermo attribuito inizialmente all’isola, e giustifica la presenza di quella parola nell’insieme delle parole della nazione, che è allora il tesoro del popolo che abita quella terra.
La lingua italiana usa la parola “terraferma” senza quell’insieme di tradizioni che ne giustificherebbero la presenza. L’insieme di tradizioni in essa non presenti, spinge però a ricercare, là dove queste tradizioni sono presenti, la ragione di ciò che, lì, non si riesce a comprendere. A dispetto dei predoni, nelle parole ci sono sempre mille folletti che allacciano trappole pronte a scattare.
Vale la pena fare almeno due considerazioni:
1) L’Italia utilizza una parola che rimanda a tradizioni che non le appartengono.
2) Inconsciamente, l’Italia non si ritiene parte dell’Europa, riconoscendosi invece come terra fluttuante, cioè come isola in opposizione all’Europa. Infatti l’Italia non può riconoscersi come isola, ma può (inconsciamente) segnalare l’anomalia della propria posizione in Europa accogliendo nel suo maledetto vocabolario la parola che rimanda alle tradizioni alla quale essa non appartiene: le tradizioni popolari autenticamente europee e indoeuropee.
Così l’Italia, come “isola che non è”, attraverso una delle sue parole rubate, sembra non potere fare a meno che attendere il colpo che la separerà per sempre dall’Europa. Europa alla quale, per comunità di tradizioni, l’Italia non appartiene, non ha mai appartenuto e mai apparterrà.

Il grande disprezzo

Quasi certamente Heidegger ha formulato la più profonda interpretazione moderna di Nietzsche. Una linea distingue i testi di Nietzsche da quelli di Heidegger. Nietzsche redigeva i suoi testi in base a quello che Klossowski definiva le “intensità”. Heidegger si muove invece su una linea puramente accademica. Niente è più lontano dai testi di Heidegger quanto un testo come Ecce homo. Eppure qualcosa collega Nietzsche e Heidegger, e fa sì che Heidegger possa essere considerato il più grande interprete moderno di Nietzsche. Io credo sia riconoscibile in qualcosa come la teoria del grande disprezzo. Il richiamo a qualcosa che spiazza l’essere umano; “l’uomo”, secondo la terminologia di Foucault. Ma in un modo più devastante di quanto non abbia mai fatto Foucault. In questo aspetto Heidegger è pura dinamite, così come pura dinamite era stato Nietzsche col suo stile. L’ermeneutica del soggetto di Foucault è un testo che ruota attorno a un bersaglio che non riesce mai a raggiungere pienamente; Heidegger fa a pezzi la teoria del soggetto. Anche Nietzsche l’aveva fatta a pezzi, ma in Nietzsche e Heidegger, quello che conta, è la linea del grande disprezzo, e non più la linea della verità. E questo, cioè il grande disprezzo al posto della verità, è quello che adesso è da pensare. (Inutile poi dire che questa riflessione si pone contro l’accademismo.)

Una visita da lontano

– Scusi… Signore!
– Prego! AIUTO! Un Alieno, e là c’è anche il disco volante…
– Stia calmo! Sì, sono un Alieno, ma non ho intenzioni aggressive. Vorrei solo qualche informazione.
– Se è così, mi tranquillizzo! Prego, chieda pure!
– Vorrei sapere: non dovrebbe esserci una terra, là, in quel punto dove adesso c’è solo mare?
– Una terra?
– Sì, una terra. Vede quel moncherino schifoso, tutto avvizzito e, a tratti, un poco fumante e puzzolente? Secondo le informazioni in nostro possesso, da lì dovrebbe partire una penisola di notevoli dimensioni.
– (Ahimè!) Proprio di una penisola parla? (Ahimè! Ahimè!) Non so, non capisco…
– Guardi questa mappa.
– Veramente… Mi sono ricordato di non avere proprio tempo…
– La guardi. Qui è dove siamo noi, e qui è dove dovrebbe esserci la terra di cui le parlavo, che invece non c’è.
– Ah! La Maledetta Italia! Lo sapevo! Metta via quella carta! La metta via!
– Perché?
– La metta via! La metta via, le dico! Bene! Adesso si avvicini. Parli a bassa voce. Sì, laggiù stava l’Italia: la Maledetta Italia! Ma adesso, come può vedere, per fortuna non ci sta più. Gran brutta gente: nasi da ebrei; ceffi da zingari. Tutto in una sola brutta faccia. Sa come erano chiamati? “Il popolo dei bastardi”. Ma porta male parlarne. Ecco là: che le ho appena detto? Guardi il disco volante. Si sono spente le luci. Ora per lei sarà un bel guaio.
– Ma no, è andato in standby.
– Meno male. Lo dico per lei. Qui nelle vicinanze abbiamo un solo meccanico. È un brav’uomo, ma è tutto fatto a suo modo. È astemio e sembra sempre ubriaco.
– Posso chiederle dove è finita tutta la gente che abitava quella terra?
– Che vuole che le dica? Ringraziamo Dio, piuttosto, per non avere più a che fare con loro.
– Che fine hanno fatto?
– Che fine vuole abbiano fatto? Hanno fatto la fine del topo di fogna quando viene portato fuori dalla fogna di casa. Si sono estinti.
– E perché la terra è ridotta a quel misero moncherino? Prima, se non sbaglio, quella penisola aveva una notevole estensione…
– Quando quella terra (grazie a Dio!) non fu altro che un enorme cimitero, il veleno contenuto in tutte quelle maledette carcasse, lì seppellite tutte insieme, finì per corrompere e disgregare la terra, che alla fine prese l’aspetto che ora può vedere.
– Ah, ecco! Certo, doveva essere gente ben disgraziata!
– Lo può ben dire!
– Che lei sappia, credevano in qualcosa di superiore? Che so: uno Spirito Supremo? un Dio Padre?
– Più che in un Dio Padre, credevano in un Dio Padrino. Lo rappresentavano con le fattezze di uno dei tipi più primitivi della loro razza stramaledetta, già di per sé abbastanza primitiva: basso di statura, tarchiato, sempre tutto ingrugnito, vestito in modo sommario, con la coppola in testa calata sulla fronte e la lupara pronta sulla spalla destra. Una figura molto poco rassicurante. Secondo alcune teorie, fu appunto questo bel generino di divinità a farli fuori tutti, uno per uno, percorrendo il maledetto territorio e sparando a tutti quelli che incontrava. Probabilmente avevano avuto da ridire su qualcosa tra di loro. Quelli facevano presto ad accopparsi. Lo chiamavano: “uno sgarro”. Dia retta a me, è una grande fortuna che siano scomparsi.
– Non lo metto in dubbio! Solo, adesso dovremo aggiornare le nostre mappe e anche i nostri databases relativi a popolazioni e credenze religiose. Sa cosa significa?
– Mi dispiace. Non so che dirle. Io parlo dal mio punto di vista.
– In qualche modo faremo. Lei è stato molto gentile. Spero non averle fatto perdere troppo tempo.
– No, assolutamente. Faccia buon viaggio.
– Grazie. Arrivederci!
– Arrivederci!
– Vada pure, se vuole. Io devo mettere in moto.
– Ci mancherebbe. Aspetto volentieri. Bene, è ripartito! Certo, è stato uno strano incontro… Chissà, lo potrò raccontare? Però, che incubo che erano, quelli là! Erano odiati da tutti e presi in giro da tutti. Infatti se ne poteva sempre incontrare qualcuno in ogni angolo del mondo. Aspetta… aspetta… A proposito di “raccontare”… Mi viene in mente un personaggio di fantasia, creato a loro somiglianza, che aveva anche avuto una certa notorietà… Doveva essere il protagonista di una serie di filmetti polizieschi. Roba squallida, ma che rappresentava bene il tipo: era antipatico, puzzolente, prepotente, sporco lurido lercio, schifoso, servile, arrogante, malvisto, trafficante, ignorante, meschino, trasandato, sempre con una fame da orbi, sempre dappertutto, sempre fuori posto dappertutto, sempre pronto a fregare il prossimo, spione, abbarbonato, brutto, miserabile, cencioso, pezzente, straccione, poveraccio, maligno, poco intelligente ma astuto nel fregare chi gli capitava a tiro, diffidente, maldisposto verso tutti, che seminava zizzania dappertutto: una vera muffa ambulante di sottouomo, un vero rappresentante di quel popolo maledetto di bastardi. E… (ora mi ricordo!) aveva sempre l’abitudine di dire: «Quando lo racconterò a mia moglie…»