Un sistema fatto in casa

È probabile che una filosofia, prima di essere la risposta ad altre teorie di filosofia, sia un modo per imbrigliare con parole un insieme composito che prevede un sistema di vita e un ambiente comune, una parte di terra dove della gente abita, e quindi anche delle parole. Così la filosofia di Heidegger sarebbe proprio quel sistema “fatto in casa” che irritava Bernhard. Ma lì non ci sarebbe niente di male; anzi, più le caratteristiche del “fatto in casa” dovessero accentuarsi, più la filosofia potrebbe essere di alto livello, giungendo sempre più attentamente a imbrigliare in parole – strettamente – cose e persone e parole. (Questo, per inciso, costituirebbe poi un modo diverso di affrontare la filosofia – e a ben guardare avrebbe anche poco a che fare con la stessa filosofia.) Infatti la filosofia così considerata si avvicinerebbe a cogliere l’unicità di parole e cose strette insieme, attraverso l’uomo, nell’abitare.

Politica e antropologia

Si parla tanto della corruzione presente nella politica italiana. Si cerca di trovare un rimedio; si cerca, cioè, di trovare un modo attraverso il quale la politica italiana non sia più afflitta dalla corruzione.
Si cerca di affrontare in modo morale, anche facendo leva su una questione generazionale, una questione che ha invece radici schiettamente antropologiche.
Il meticcio italiano è, per sua natura, strettamente portato al crimine; verso ogni tipo di crimine: dal crimine più grande, quello, ad esempio, di tipo mafioso, che prevede la grande criminalità organizzata, a quello che passa attraverso tutti i tipi di truffe, generalmente considerate “simpatiche” dal meticcio italiano, fino alla corruzione politica. Quest’ultimo tipo di crimine sembra poi fatto apposta per soddisfare il carattere sempre vile e malizioso del meticcio italiano, soprattutto di quello che ha raggiunto un certo potere.
E quindi la diffusione della corruzione nella vita politica italiana non deve stupire; la questione è infatti sempre la stessa: non bisogna pensare a migliorare – né a come migliorare – il meticcio italiano; bisogna pensare a come sopprimerlo.

Mendelssohn e Mahler

Nella musica di Mendelssohn e di Mahler c’è qualcosa di stranamente simile: un qualcosa che il termine superficialità può rendere. La musica è bella, convincente, ma è superficiale; si sente che manca di profondità.
Gli scherzi delle sinfonie di Mendelssohn riassumono appieno il misto di superficialità ed eleganza musicale. C’è maestria, arte della rappresentazione in tutti e due… ma qualcosa manca.
Una definizione possibile della musica di Mahler permette forse di comprendere quella di Mendelssohn: una musica troppo “profumata” per essere profonda.

Dialogo filosofico e polifonia

Il dialogo filosofico contiene il principio attivo di ciò che Bachtin, affrontando i romanzi di Dostoevskij, ha concentrato nella ricetta della “polifonia”. Si ha un senso unico, che traghetta i dialoghi di Platone, con Socrate come protagonista, verso i dialoghi di Heidegger, passando per l’arte del romanzo. L’arte del romanzo cosa può fare? Nietzsche riconosceva nella dialettica di Socrate il principio plebeo che si sostituisce a quello aristocratico: “il plebeo cerca di convincere richiamandosi alla ragione; l’aristocratico comanda!”
Ma dialogo filosofico e romanzo sono un rimedio galenico che non contribuiscono a farla finita con la replicazione golemica.
Eppure nel dialogo filosofico c’è qualcosa di vero, o anche solo una piccola verità. Cosa è che il dialogo filosofico, riconoscendolo, sembra mettere da parte (oppure viceversa)? L’alternativa tra convincere e comandare. Questi testi sembrano voler convincere intorno a qualcosa, e in realtà sono essi stessi assediati da ciò che è ad essi estraneo, cioè dall’arte del comando.
Quando l’arte del comando non suona come un’arte, allora stride come un richiamo.
In questo consiste l’insistenza della polifonia. Ciò  che viene richiamato è appunto la resa dei conti di ciò che non ha voce per giungere a chiamare. Quindi: che cosa è che chiama nei dialoghi filosofici? Chiama appunto ciò che non ha canto; cioè ciò che non ha terra dove potersi porre in un canto.
Nel dialogo è appunto ciò che non ha canto che fa da contrappunto.
Nietzsche aveva capito perfettamente l’opposizione: plebeo/aristocratico, tentativo di convinzione/comando. Ma anche la domanda è chiara: che cos’è che assedia il dialogo filosofico, plebeo e democratico, e che si replica nel romanzo? Che cosa parla infatti tutto attorno ai bordi della costruzione del dialogo, sia esso dialogo filosofico o romanzo, per richiamare infine a che cosa?

Un’altra razza

Al suo arrivo in Italia, Goethe è colpito dal colore bruno della pelle degli Italiani. A volte lo collega a un effetto della malnutrizione: «Appena si fece giorno, dopo che fui sceso dal Brennero, notai un netto cambiamento nei visi; specialmente sgradevole mi parve il colorito bruniccio pallido delle donne: i loro lineamenti denotavano miseria. […] Credo che la causa di tale salute malferma risieda nell’uso continuo del granturco e del grano saraceno.» (p. 37). Altre volte lo collega invece a questioni climatiche: «Sul lago di Garda ho trovato gente dalla pelle molto bruna e senz’ombra di rosso alle guance, ma tuttavia per nulla malsana all’apparenza, bensì fresca e ben portante. Può darsi che ciò dipenda dai vividi raggi solari cui sono esposti ai piedi dei loro dirupi.» (p. 38).
Quello che in realtà Goethe notava era una differenza di tipo razziale: gli Italiani non sono di razza bianca, almeno non lo sono nello stesso modo in cui lo sono i Tedeschi. All’interno di questa constatazione trovano posto i dettagli ulteriori. C’è una differenza, che noi oramai, sia per fattori ideologici, sia per questioni legate al nostro tipico modo di vivere, che prevede grandi e facili spostamenti, e insediamenti di diversi tipi razziali pressoché in quasi tutti i paesi del mondo, non siamo più in grado di cogliere, ma che i primi attenti viaggiatori, ancora immuni dall’ottundimento dei piccoli intervalli, coglievano. A noi farne l’uso più proficuo.

J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Mondadori, Milano 1990.