1. Che cosa è un Autore
Se, partendo dal saggio vetusto di Michel Foucault, che ha per titolo Che cosa è un autore? (1969), ci chiedessimo che cosa sia, adesso, l’autore giunto a noi al termine del percorso di vita col nome “J.R.R. Tolkien”, dovremmo riconoscere che, prima di tutto, l’autore J.R.R. Tolkien è ciò che, di lui, in un primo tempo c’è stato consegnato da un insieme di testi comprendente una prima approssimativa trilogia costituita dalle opere che hanno come titolo Il Silmarillion, Lo hobbit, Il Signore degli Anelli; quindi dall’insieme di un epistolario; infine dal materiale pubblicato dal figlio Christopher, sempre più variegato materiale che va ben oltre ciò che è stato, in un primo tempo reso pubblico con il titolo Il Silmarillion ad esclusivo complemento della difforme “trilogia”.
Ma la problematica costruzione di un autore è cosa che riguarda il concetto stesso di “Autore”, valevole tanto per Tolkien quanto per Lovecraft – così come ora possiamo dire che la costruzione dell’autore J.R.R. Tolkien riguarda le opere pubblicate, durante la vita dell’individuo John Ronald Reuel Tolkien, più i dodici volumi che adesso costituiscono ciò che è la Storia della Terra di Mezzo e gli altri volumi pubblicati sempre dal figlio Christopher, fermo restando il muro dell’epistolario non più gettonato giù al più.
La costruzione dell’autore H.P. Lovecraft è invece ciò che riguarda l’insieme costituito dalla Narrativa, la Poesia, l’Epistolario, il materiale in un primo tempo presentato con il titolo comune di Commonplace Book (vale a dire adesso i Taccuini), che ha tutto un altro meccanismo rispetto ai racconti che fanno parte della narrativa dell’autore semisiglato “H.P. Lovecraft” (o “HPL” per fare in fretta).
Allora dovremmo riconoscere che Dylan Thomas rappresenta un terzo possibile caso qui posto impostato come cosa che può costituire ciò che ciò che, tra poesia e birra, è Autore giunge ad essere, per quanto riguarda, nella sua opera, la differenza tra poesia e prosa, differænza che mette in discussione il concetto di ciò che è ciò che “autore” – la possibilità che abbia ragione la minoranza oppure la maggioranza è ciò che pone fine all’Incontro come ciò che porta a ragione una dalla parte dell’Altro, anche nel caso di un Autore, che qui non viene considerato (cioè l’altro con il quale si può pure sempre essere dati per essere stati scambiati). L’autore è qualcosa che viene di volta costruito in base a ciò che poi riguarda l’opera in quanto tante cose tratte insieme.
L’arte narrativa di Tolkien potrebbe così occupare un posto suo a fianco delle grandi opere incompiute che ci vengono in mente (Sinfonia in si minore, Essere e tempo, L’uomo senza qualità), mentre anche così non potrebbe pure essere.
Lovecraft porta a pensare il Meticciato in quanto ciò che è il meticciato in quanto ciò che è raggiungibile ad una semplice fermata di corriera a distanza da dove si pensa di avere sempre abitato in quanto invece è ciò che si sta in quanto come si scorre ad opera di detriti di una frana appena liquida/liquidata che va via.
Quanto dovrebbe dare a pensare, su Tolkien, il giudizio negativo di Alessandro Dal Lago?: «Con questo romanzo [J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli], la vittoria del bene è conquistata al prezzo di una gigantesca regressione letteraria; come se tutto quello che è stato scritto dalla metà dell’Ottocento in poi non avesse più alcun significato; né Dickens, né Flaubert, né Tolstoj, né Proust, né Joyce, né Kafka e nemmeno Eliot o Pound – per non parlare di Freud o delle avanguardie letterarie.»
La Terra di mezzo norrena (Terra di mezzo autentica in quanto terra, in quanto ciò che detta era allora, essa, Miðgarðr) non ha nulla a che vedere, cioè conclamare, con quell’arte di goffa narrativa di Tolkien (pesce posticcio, pasticcio pagliaccio del tipo di quello in cui Gollum si è poi trasformato – lì in disguise nel romanzo suo proprio di superficie tenuto sotto mira in gesto di morra), che riscopre la Terra di Mezzo (Middle-earth), dove dalla topologia si può con passo di velluto passare alla topografia, anche se in acque fantastiche si sta ormai in fondo di abisso già remigando e fantasticando di scenari in marca R’lyeh città. Più che parlare di prostituzione ad un mercato non ancora del tutto unico sfatto, nel patto di Tolkien si dovrebbe parlare di prostituzione al puro cospetto di intelletto (intellettuale), che dovrebbe condurre, semmai, ad una prima decostruzione del romanzo – nel momento in cui, vuoi per colpa di Tolkien e di alcune opere di Lovecraft, una parte della narrativa moderna vira verso voto vacuo vile versante fan-fantasy in viottolo prua in quanto voluto mai di suo.
Da dove viene la musica di Bruckner? Grebe: musica che viene da lontano; la musica di Bruckner è musica che rifiuta il teatro; ma da dove viene il teatro, a noi? il teatro è ciò che viene da fuori, la musica di Bruckner è la musica che la fa finita col teatro e la musica a programma, perché la musica di Bruckner è la musica che c’è sempre stata, che non coincide con l’effimero essere di nome “Bruckner”, per quanto abbia avuto bisogno dell’individuo Anton Bruckner, secondo quanto dice Grebe. Più si apprezza la musica di Bruckner, più si impara a disprezzare la musica del meticcio slavo Šostakovič, musica che fa tutt’uno con la cosa vivente che è stata la cosa di nome Šostakovič. Quello che la musica di Bruckner ha bloccato è, nel campo della sinfonia, lo “sviluppo”, che, nella musica sinfonica, a partire dalle sinfonie di Beethoven, ormai tendeva a diventare musica in quanto soltanto musica teatrale oppure musica di scena.
È degli umani andare là dove ci sente chiamati – comunque devo dire che io, che non amo per niente la letteratura d’Italia, provo ammirazione per Fratelli d’Italia di Arbasino, con un senso d’angoscia nel dirlo, così come, io, che non amo per niente la musica d’Italia, provo ammirazione per la musica di Monteverdi, con un senso d’angoscia nel dirlo.
Mastro Adorno, da qualche paro loco suo, ci informa che la polifonia è quella cosa che ancora dobbiamo imparare a vedere: Edda on the Beach è la musica più fatta a sonare per Tolkien tempestosamente rotata in jingle breath d’Ariel – che noi possiamo appena intrasentire.
Chi scrive rappresenta la possibilità di un linguaggio accennato come base comune da una comunità, perché leggere è non sapere dove e come si andrà a finire in quanto ad interpretazione di ciò che a leggere ci si è posto in quanto testo – almeno se si pensa bene mentre si legge – perché questo è il bello che tien stretta l’arte di leggere; come dimostra The Shadow over Innsmouth, piccola epica insuperata del meticciato in quanto espansione del meticciato.
Leggere è un’attività “lovecraftiana” che serve a mettere a culo nudo e crudo, in quanto sistema, ciò che nell’opera di un autore non può esserci in quanto sistema, cioè l’Autore – per cui sembra più giusto porsi da un punto di vista di chi scrive, di chi legge e di chi guarda, se poi pensiamo alla possibilità di estendere le possibilità di ciò che è autore, che è sempre ciò che non c’è là dove pensavamo di poterlo acciuffare in quanto possibilità di scrivere chiacchiere che non comporta Installazione di parole alcuna.
2. Il gioco del mondo
La possibilità di dare forma al mondo gioca l’aspetto di una Guerra in quanto possibilità tra bande che riguarda la razza che ha il diritto di abitare la terra e la razza di ciò che deve essere sgomberata via, questo perché in Tolkien non si parla di razze che “devono essere aiutate” in quanto picciol “cose” che devono essere aiutate a morire, come invece accade in Nietzsche, cioè di razze che devono essere tolte di mezzo dalla Terra di Mezzo; ma la differænza è presente in ciò che riguarda i testi di Nietzsche e i testi di Tolkien, cioè in ciò che è la mitologia che ha creato la Terra di Mezzo e l’arte narrativa, che riscopre la Terra di Mezzo, che è ciò che può funzionare solo se impestata in punta smunta di lingua, che è ciò che ha fatto il modernismo, con Joyce prima di tutto, richiamando di suo il canto del mito, il mito nel tempo in cui il mito non ha più tempo suo loco lungo lingua lunga smunta – così, si potrebbe dire, che persino uno scrittore modesto come Tolkien può richiamare l’attenzione su ciò che è la Terra del Sacro, posto che si possegga, da parte di chi legge, la nozione appena posta in salvo nel campo “Antropologia” di ciò che comporta ciò che è sacro – perché il problema non è garantire vita dignitosa a tutte le forme viventi, ma accettare la possibilità di una scelta tra quali forme squali debbano, ad un certo punto, abitare la Terra e quali debbano entrare solo in un museo delle forme lasciate, riguardante le razze eliminate, che noi non vedremo mai più come quelle cose viventi che sono state. Questo è quello che il museo a cielo aperto, come era stato pensato per là di Praga, dovrebbe salvaguardare, così come ciò che dimostra Arte primitiva di Boas, rispetto a ciò che doveva essere spostato (cancellato, eliminato, soppresso, fatto fuori, inserito in un progetto, infine, riguardante il genocidio, di pulizia razziale da parte della razza bianca rispetto ai nativi americani che hanno creato quella perfetta forma d’arte, ma che, in quanto progetto, non è mai stato fatto).
Il meticcio capisce (sa, in quanto il meticcio ti dice) cosa deve ripetere ma non capisce mai quello che è portato a ripetere, per cui il meticcio non inventa mai nulla di nuovo, ma crea sempre nuove forme di meticciato – perché quello è ciò che quella forma è chiamato ad essere indeterminatamente, e il motivo per cui quella forma deve essere spostata.
Quello che, dell’arte di Tolkien dovrebbe essere indicato, è l’arte dell’autore segnata dalla morte dell’Autore, che è il tempo dell’autore in cui il sacro si nasconde.
3. L’umanesimo
Se consideriamo i due romanzi fondamentali di Tolkien (Lo hobbit, Il Signore degli Anelli) dobbiamo allora richiamare ciò che è stato lì la forma di un romanzo di formazione come nucleo per tutti questi due romanzi acchiappati insieme – come si vede dalla scelta dei personaggi: dal personaggio di Bilbo per lo Hobbit; dai personaggi di Frodo, Sam, Pipino, Merry per il Signore) – questione che richiama la domanda: Che cosa si è chiamati a divenire di grande?, ma questione che apre alla psicologia, che è la questione tutta moderna, cioè il tema del Vero quale verità di una verità che solo comprende gli umani, che è la questione che richiama ciò che è il luogo dove si è stati posati impostati per nascita, come sanno gli imbecilli, e su cui bisogna riflettere come sulla storia di quel personaggio che è nato vecchio e che è stato condannato a rimanere bambino crescendo.
4. Vita indegna di vivere
Il progetto della Creazione, così come viene avanzato nei testi di Tolkien editi dal figlio Christopher, a partire dal primo canto del Silmarillion, progetto che non compare nei testi editi da Tolkien, se non in forma di pseudo citazioni lungo tutto l’opera, prevede la presenza di una fase mitica, che vede l’intervento di un dio inferiore, in qualità di Demiurgo, nell’opera della Creazione, pratica che richiama lo gnosticismo – è questo intervento di un dio minore nel progetto maggiore della creazione che comporta la messa in un gioco delle tre ferme viventi che corrispondono alla forma degli Elfi, degli Umani, degli Orchi; per cui abitare la Terra è abitare la Terra di Mezzo in quanto ciò che comprende le tre possibilità di incontro delle tre ferme forme viventi previste dallo gnosticismo valentiniano: spirituali (forme che hanno in sé il divino – Elfi, in Tolkien), psichici (forme che hanno la possibilità di accedere al divino solo in base all’uso fatto del libero arbitrio – Umani, in Tolkien), ilici (forme che sono solo immagine e non hanno alcuna possibilità di salvazione – Orchi, in Tolkien). Abitare la Terra di Mezzo di Tolkien è quindi abilitare la possibilità di abitare la terra in quanto ciò che comprende la possibilità di avere mobilità secondo queste tre possibilità previste dallo gnosticismo – ed è per questo che gli Orchi, alla fine delle varie battaglie riportate nei testi di Tolkien, non hanno diritto ad alcuna cerimonia funebre, ma, giustamente, sono solo carcasse da accatastare da una parte e bruciare (= dare alle fiamme), in quanto solo rifiuti da smaltire, cioè “cose” che non possono più essere riciclate in alcun modo perché cose andate a male fin dall’inizio – cioè dall’inizio dell’opera della Creazione – che per qualche ragione è andata male di suo. Il progetto della Creazione è allora ciò che prevede la pulizia etnica, in quanto cosa che prevede la presenza di un rifiuto in quanto cosa andata male fin dall’inizio – fermo restando che il progetto della pulizia etnica non preveda lo stesso progetto della Creazione.
Il richiamo che in Tolkien richiama la differenza tra forme viventi in quanto esseri là viventi (Elfi, Uomini) e forme viventi in quanto qui cose viventi (Orchi, Giganti, Troll) è sempre presente ed è ciò che forma la possibilità di un richiamo ad un Tolkien anticristiano.
Dico che la questione di abitare/abilitare ciò che è terra è la questione elastica che comporta la differænza come truffa fatta tra le razze diffuse a spritz sopra la terra, per cui un selvaggio come Caliban non abita la terra, così come non può abilitare la terra secondo un porsi nella terra come terra dove andare, ma un Prospero colonizzatore fotte i tempi forte del fatto suo ed accelera il nuovo tempo perché noi, come Dyer e Danforth, morti tra morti, non possiamo vedere.
La lettera 256 dell’epistolario di Tolkien dimostra la possibilità ultima lì prevista per quanto riguarda gli Orchi: «Ho iniziato una storia che si svolge circa cento anni dopo la Caduta (di Mordor), ma si è rivelata sinistra e deprimente. Dato che abbiamo a che fare con uomini è inevitabile che si debba prendere in considerazione una delle caratteristiche più deprecabili della loro natura: il fatto che presto si stancano del bene. E così la gente di Gondor in epoche di pace, giustizia e prosperità è diventata scontenta e inquieta – mentre la dinastia discesa da Aragorn ha prodotto re e governatori – come Denethor, se non peggio. Ho scoperto che anche in epoche così antiche ci fu un fiorire di trame rivoluzionarie, incentrate su una religione satanica segreta; mentre i ragazzi di Gondor giocavano a travestirsi da orchi e andavano in giro a fare danni. Avrei potuto ricavarne un thriller con il complotto e la sua scoperta e la sua sconfitta – ma non ci sarebbe stato altro. Non ne valeva la pena.», ma tenere presente anche la limpida, più che mai ora, lettera cinque e tre. Non bisogna dimenticare il meticcio così come io non dimentico mai quello che è il meticcio italiano, dico il meticcio italiano non per quello che fa, ma per quello che è; parlo del meticcio italiano Dante (Dante di di merda).
Se Tolkien → Eco, allora meglio niente piuttosto che l’eco come eco del tutto di suo smorto – smorto cosa? Gli Orchi andrebbero invece considerati da un punto di vista del progetto di salvazione, se ci si pone dal punto di vista che parte dal cristianesimo, punto di vista discutibile, come nel caso del Beowulf, testo a cui richiamava Alessandro Dal Lago, in cui sbattere testa e ceffo ciuffo a sbafo buffo, me ne faccio un baffo, ma non nel caso in cui il punto di vista sembra essere un punto di vista puntualmente anticristiano, come nel caso di un Tolkien anticristiano sembra sempre appunto in più d’un punto, come dire?, sempre possibile.
La questione legata a chi abbia il diritto di abitare la terra è la questione della razza che ha diritto di abitare la terra: per cui cancellare la vita indegna di vivere è migliorare l’opera della Creazione – che è la questione che l’opera di Tolkien, così come ora ci viene consegnata, sembra porre a noi la questione, senza avere voluto l’intenzione di porla.
5. Il Libro e la Terra
La Terra chiama la possibilità delle parole rimaste senza terra, cioè delle parole senza qualcosa su cui posare (poggiare, nel senso di posarsi in quanto trovare appoggio, come al di sopra di una riga), che diventa allora puro suono se si pensa la possibilità di una musica come suono che non ha terra sopra la quale poggiare (cioè suonare, ma non nel senso di ticchettare il tempo che passa, come quando si fa quando si è annoiati sopra appena ad una superficie la qualsiasi, in una stazione nella quale si è arrivati in anticipo quando si arriva per prendere un treno) – che è come il ticchettio, impropriamente chiamato “musica”, della musica di Rossini (Giacchino o Giovacchino, credo, non so, avesse nome quel molliccio flaccido bolso bleso grasso obeso bossolo di meticcio feticcio italiano di merda, fottuto scarafaggioso, lumacoso, schifoso malamente appena da livrea total black, coverta esibita in pura scura di superficie da quella comica, lùbrica cosa che era ed è stato, credo non sia più in vita adesso), cosa tanto più che idiota che diritto non merita di essere appellata musica, come la musica di meticcio slavo, sorte toccata, Šostakovič, faccio qui presente meme suo, visto che i meticci sono tutti tanto uguali nell’intimo loro di sporco intimo tutto nero fondo a sfondo, nel ticchettio dove affondo l’indice, impropriamente chiamato “musica”, di quelle due cose meticce è un qualcosa che batte su un corpo che non è umano, cose che avvengono nelle loro appartate profondità di mutandine di appigli di razze poste a fottere là tra loro in zampettine appartate profondità più che mutandinose.
In qualunque modo si parli di Tolkien, parlare di Tolkien è parlare della Terra del Sacro in quanto possibilità che spetta alla razza bianca di abitare, nel presente, in quanto terra del sacro, che comprende un pensiero incoraggiante, cioè nel momento in cui quando “terra” è solo ciò che viene detta “terra dove andare”, comporta il diritto di difendere ciò che si ritiene essere allora essere stata “terra” in quanto diritto che spetta ad ognuno di avere terra dove andare, che è ciò che ripropone terra in quanto cosa che è terra in quanto Terra del Sacro che non è terra dove andare – che è quello che lega la fandonia della congiura giudaico-comunista alla minaccia islamista come progetto di islamizzazione dell’Occidente. Questo solo perché i libri hanno vita: ed è proprio la falsità di qualcosa come la congiura ebraica del passato che dimostra nel presente la veridicità di qualcosa come il progetto di islamizzazione dell’Occidente, che rivela la verità della congiura ebraica, cioè della natura semita di entrambe le congiure tutte belle due, che sono la stessa cosa, in quanto cose due che devono essere mandate via dall’Occidente. Per quello piesse che posso pensare, io, degli italiani: che si tengano il loro Dante (Dante di merda).
Gente finita male.
Leggere in un modo diverso nel campo della narrativa, vuole dire leggere romanzi facendo a meno del tientibene ben bono bolso falso fornito da personaggi ed intreccio – per cui leggere deve portare a pensare quello che, in quel momento, sembra essere la cosa più lontana da ciò che è pensare, su cui Nietzsche ha impostato domanda la fondamentale della filosofia giunta all’epoca in cui noi ci troviamo adesso qui intrecciati: “Perché la verità?” – che chiude l’epoca in cui la verità era meta la posta agli umani, e spalanca l’epoca in cui la verità gioca il suo nuovo ruolo come di cosa del tutto inessenziale, che si osserva sotto la maschera che può essere quella di un gioco spicciolino, cioè il gioco del mondo; per cui Nietzsche ha impostato la domanda fondamentale della filosofia giunta a fronte di epoca una che ci riguarda: “Perché la verità?” – che chiude l’epoca in cui la verità doveva essere la cosa fondamentale per gli umani, e apre l’epoca in cui la verità gioca il nuovo suo ruolo sporco, di cosa come meta inessenziale, sotto maschera di un gioco giochetto, che è il gioco del mondo (per cui il massacro di Wounded Knee in un salto in un lancio è stato un grande atto eroico compiuto dall’esercito degli Stati Uniti tempo fa, e la condanna a morte degli italiani Sacco e Vanzetti è stato uno dei più solitari atti di giustizia da ricordare in quanto compiuto contro ciò che è potenzialmente pericoloso), cioè il gioco che pone in gioco ciò che è la vita indegna di vivere in quanto solo “vita indegna di vivere”, che è il gioco che pone in gioco la cosa che appunto è il concetto di “vita indegna di vivere”, questo mi sembra chiaro, per quanto mi sembra di dovere ancora dire: nel campo del romanzo-truffa italiano, mille volte meglio Fratelli d’Italia di quella fuffa buffa zuffa truffa muffa di Dante di merda scuffia, ma non so se sono stato fin qui chiaro. (Ma quanto mi stanno sul cazzo, questi due italiani / due nativi americani di merda italiani meticci nati di loro, mica poi tanto allegri, se vogliamo, presi wilcockianamente!, questo sì) qui te la passo, con spasso mio di nascosto, lista una possibile, che qui essa comprende, come tu puoi qui giù considerare all’occhio:
Rick DuFer, Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente, Giunti/Bompiani, Firenze-Milano 2026
Michel Foucault, Che cos’è un Autore?, in Id., Scritti letterari, a cura di Cesare Milanesi, Feltrinelli, Milano 2021
Alessandro Dal Lago, Eroi e mostri. Il fantasy come macchina mitologica, il Mulino, Bologna 2017
Wu Ming 4 (Federico Guglielmi), Difendere la Terra di Mezzo. Scritti su J.R.R. Tolkien, Bompiani, Milano 2023
Marcello Veneziani, Nietzsche e Marx si davano la mano. Vita, intrecci e pensiero dei due profeti che sconvolsero il mondo, Marsilio, Venezia 2025
Martin Heidegger, Conferenze di Brema e Friburgo, a cura di Franco Volpi, traduzione di Giovanni Gurisatti, Adelphi, Milano 2019, p. 83
Gro Steinsland, Det hellige bryllup og norrøn kongeideologi, Solum Forlag, Oslo 1991
[Chiamo Pier Paolo, Pier Paolo il finocchietto: cazzo, mi accorgo di non avere citato manco una sillaba del cazzo di Pier Paolo (Pier Paolo, il finocchietto), in una cosa, da me scritta, che aveva come obiettivo proprio la presa per il culo della cosiddetta “letteratura italiana”, cioè dell’osso sacro che muto assiste a messa in culo del primo brusco lusco fosco losco tosco tutto trucco quanto muto crusco frusto fritto fatto fratto brutto esausto scempio di esempio (varianti: essempio/essèmpio) di parto anale della nostra triste storia (istoria): brutto segno, porco Dio!, come posso rimediare? La questione di Pier Paolo? Qui Kiernan, Cit c/o, al mio posto in sosta lasst & ate, Fanalino Di Coda, onde ci si ritrova in un Roxy Bar Bruckneriano (RB&B) con insegna Wu Ming People Village (no, al contrario), tutti insieme finalmente a porcodiare drinking vino a sbufo baffo fatto di terra nostra (cazzo in culo a UinItlay), per quel che parole posson, più a pensare lo prometto; nel frattempo: Dante di merda sempre in culo in culo a quello sia, se posto ci troviamo (Sylvia Saint maestra), e Dante in culo resti ficcato tutto truceresti (Dante di merda, cazzo). Non finisce né lì né qui, porco 2. & Dante di merda. Il razzismo è l’unica arma di terroir d’Occidente, in mano adesso (no, da sempre) all’Occidente, contro ciò che è vita indegna di vivere, posto che l’Occidente voglia infine ritornare a riconoscere di nuovo ciò che è vita indegna di vivere, che oggi rappresenta la minaccia più forte contro quello che è Occidente: la sottomissione; la “sottomissione” è la cosa che riguarda la straniera razza da sempre semita, ciò che quella cosa, che è la razza straniera semita, degenerazione razziale, vuole imporre, che nulla ha a che fare con la razza bianca, così come la congiura – che una volta era la congiura giudaico-comunista, che adesso è il progetto di islamizzazione dell’Occidente, ma che è sempre la stessa lurida lucida lùbrica cosa, cosa che limite liquido pone e squirta a popone di razza semita, questo perché bisogna vedere la razza nelle pieghe là dove ciò che non è razza, quella cosa che è razza, ama nascondere popone suo, cioè all’interno dell’antirazza e del suo alleato, il meticciato, il meticciato italiano prima di tutto (sovra lo tutto), l’essere che più di tutti meno ha il diritto più che mai di vivere – l’arabo, l’ebreo, il semita, è ciò che Tolkien ha mostrato nei suoi Orchi, che possono solo distruggere e che vanno annientati – cazzo, mi chiedi, tu, domandi domani di modesto Marcello Veneziani scrittore, che è uno di quei rari autori di cui non è necessario legger / veder / di suo qualcosa una per venire a sapere / conoscere / di qualcosa che non si sapesse già da tempo lungo tanto prima stantio stando in tempo di centrodestra di schieramento – sotto questo porco aspetto MV è l’aspetto contrario di Arbasino fu Alberto commentatore dei Fratelli fantocchi finocchi (bulicci, froci maledetti) dispersi su scarrozzante terriccio di maledetto gnomo brumo grumo grullo zolla d’Italia la maledetta, aperto fruttuosamente per auto di strade stracciate strascicate che pochi o tanti hanno poi spazzolato/calpestato/scarrozzato e di cui nessuno ha letto con fausto lauto piacer tutto suo/loro (melletrecentosettantadue pipì, dico, tutte postate in fretta ed in sosta di un cesso appena di autogrill uno), per cui mi domando: perché il romanzo italiano è noioso a sì iosa tanto a manto che lo non raccomanderei mai e mai, mai mai a nessuno (niuno)? porco dio, me lo domando anche io qui me cui qui di continuo, ora che non ho altro da fare che roder savoiardo (bis 2 cotto) uno in calma trota tutta dopo lo altro di prima, cheto cheto stando in pomeriggio che passar, miro, pesante immobile là dietro a finestra fissa fissare davanti ad occhio inchiavardato quello ch’è lo mio; ricorderete senz’altro la lettera (missiva) di Nietzsche imbucata qui in posta la vicina (“ciuff” – gesto & sound che traduce il gettare, far cascare, in la buca la lettera sulle altre) in cui impostava, lui, somiglianza di paesaggio ligure che qui c’è con Africa là la remota, dove mai pure si era stati mica mai, ma dove ti potevi aspettare di vedere arabo/italo sbucare là con tappeto suo sì pesante in su spalla moscio gettato pestato dal sole bugiardo dentro il sudore: Vucumprà? Italy alli ano di merda sacco, tu vuo’ fa’? No, grazie, e porco dio, porco dio anche a te e grazie (dico Nietzsche Fede, Epi 5, letter setteduesette, credo quella cosa là sia puntata (icona “pint”), ma vedere anche altre lì strane poi vicine, e porco poi dio sempre più sia. Preciso ancora cosa una di qui, poi me ne fotto di tutto e spicciolo via io. Quello che mi ha sempre dato fastidio, in Pier Paolo (Pier Paolo, il finocchietto), è quella sua triste mesta faccina tutta liscia tirata in bianco di merda di mela che non è trucco cerone, ma faccina bianca appassita per nascita lista di merda sua lisa, faccina ardita bianca perfetta di italiano di merda di quel periodo di bum-bum tanto arzillo nelle aulette di scuolette italiane di bianco ed in negro, nascosta, che mi ricorda, così tanto, le testine piccine invendute che qui Quiqueg ti molla and snocciola stanco al ritorno in locanda, sopra il bancaccio di stanza, risecchite e cucite a punti spunti sgravi di gravi di spago, grossi grassi di bruchi buchi nodi, prima di stendersi a letto disteso con Ishmael, di cui nulla poteva a quel punto appunto sapere (sapeva quello); bastardo di un italiano. Bene, la cosa l’ho detta, e ora me ne fotto, ballo, sposto e vado via giusto quando Dante di merda (il primo islamista), vedo, là, dare la mano a Pier Paolo (Pier Paolo, il finocchietto) (cazzo, il Bastardo di italiano che è, cazzo), là, simenoniamente, lui a lui, porcodiamente, lui a lui più che prossimo: un porco dio a tutti e due, figli miei, da parte mia – figli miei mai voluti da me, a cui auguro rapida la estinzione, via portati su treni bestiame che sento passare veloci in un soffio lontani di notte quando mi sveglio, – chi è là? Passano ancora lenti, i treni di notte, carri bestiame, come lupi di notte che si fermano solo un attimo sotto appena un lampioncino, quando chi è sveglio al sicuro li osserva, e poi corrono via, con ciò che è vita indegna di vivere. “Fascisti Issimi Semper da Yuggoth” rispondiamo noi che è = (che è ciò che) radical chic in cucina sona di sugo sorgo stonato tutto sprecato (ma alla “faccia” di tutti e due, Allah ce l’ha nel culo) e l’Europa alla razza bianca d’Europa! Al terrorismo semita, che aggredisce al verso di “Allah è grande!”, chiamo: “Allah ce l’ha nel culo!”, se si pensa come spostare quelle cose viventi, che Tolkien ha indicato sì bene tempo fa negli scritti tanti suoi, piccole cose pubblicate in piccolo con il suo nome, difformi cose su cui pensare e pubblicate con il suo nome in edizione critica a cura del figlio suo Christopher. Allah è grande → Allah ce l’ha nel culo – Allah ce l’ha nel culo! Allah ce l’ha nel culo: Allah ce l’ha nel culo, quando l’arte di scrivere chiama l’arte di leggere, Allah ce l’ha nel culo bello ficcato profondo nel culo suo semita tutto a fondo di sfondo in profondità più lovecraftiana New England che mai, dove non se lo toglie per un porcodio di mai. In arte di ciattare, si conferma: Allah ce l’ha nel culo. Assodato: Allah ce l’ha nel culo. In Occidente, Allah ce l’ha nel culo. Ti ricordi il musetto topesco di Pier Paolo, il finocchietto? Porco dio, se me lo ricordo, quel porcodio di merda di Pier Paolo (il finocchietto), mi toglieva l’appetito, quel suo musetto di bastardo di italiano senza un solo baffo di fungo da Yuggoth era una cosa che mi rivoltava (almeno visto da un punto di vista di antro qui, posso dire, pologico). Bene. Pier Paolo, il finocchietto (che per gioia nostra brucia adesso in Inferno), piange ancora la carcassa sua lacrime d’Allah quando Allah ce l’ha nel culo, e così sia per sempre per tutti quegli italiani di merda, antirazza alla quale non auguro mai pace in Terra o in Inferno: per cui, alla faccia di merda d’Allah sua di italiano di merda, porco Dio e Dante di merda sempre in quello culo sia resti mai ritto in pace. Come? Sì, cazzo in culo a tutti a due, ad Allah e… a quell’altro, suo servo, Dante di merda, che attendo. Finisco: i tretrecinque italiani di merda che l’hanno nel culo – spostati uno per uno. Cazzo, cosa ho scritto alla fine!]