L’arte di leggere

Fissare adesso gli smartphone, sia che si cammini sia che si stia seduti, è ritenuta “cosa da zombie”. Analoga impressione quando l’arte di leggere era agli inizi? Ricordare quanto Agostino fosse colpito dall’abitudine di Ambrogio di leggere silenziosamente; e ricordare poi i tentativi di Agostino per trovare una spiegazione. Essere assorbiti da qualcosa è l’arte dell’isolamento. Probabilmente l’uomo è ciò che deve essere consegnato a un isolamento – assoluto e fatale. Ma trovare il cammino verso questo isolamento assoluto è un’arte paziente, per la quale non è ancora giunto il tempo. Cioè il tempo finale. Le diverse ideologie vogliono forse nascondere una tale ricerca. Forse invece è ciò che deve essere sviluppato. Probabilmente nell’arte di leggere c’è qualcosa che va contro ogni logica. Leggere in qualunque modo; in qualunque modo si pensi di poter leggere? Conforta una definizione possibile di biblioteca: «La presenza di libri è abbastanza simile a una riunione di molte persone in silenzio che ci volgono le spalle.» (H. von Doderer, I demoni, Einaudi, Torino 1970, cap. II/18, p. 621). Bruciare i libri è accecare il mostro nella sua tana dei tesori raccolti.

Tromsøs siste vognmann

Ora posso dire che la voce di Odd Andersen, che, quando col piacere della consuetudine, ho imparato a conoscere, e mi è capitato di ascoltare, mi ha accompagnato, per più di dieci anni, in quelle sale della birra di Tromsø, era simile a quella di “Radiolina” Roberto Maini, alla quale non ho mai prestato attenzione, quando non potevo fare a meno di passargli accanto, giù in fondo nella maledetta Italia. (Dio stramaledica l’Italia!) Tutte e due le cose mi aspettano. Tutte e due le voci sono state un accompagnamento nel mio andare in quelle due parti del mondo con le quali ho avuto a che fare. Andare frettoloso, in una terra che ho sempre disprezzato, quando accostavo Maini giù nella maledetta Italia; andare con attenzione, quando riconoscevo Odd Andersen, seduto tra i suoi amici, oppure ne sentivo solo la voce nella Ølhallen, seduto al posto di Hallvard, dove, per una conformazione del locale, non lo potevo vedere, su nel Sacro Nord, che io allora potevo creare.
Una volta è passare per non vedere, ma poi è fermarsi per proteggere. Lo spazio diventa così tempo. Il Nord non lo posso più proteggere. Che cosa è del mondo che vorremmo proteggere? Che cosa è della persona che abbiamo visto scomparire, tempo dopo tempo, quando tempo è solo attimo, intorno al nostro andare nello spazio diventato tempo – di colpo solo per noi?
Niente risponde alla domanda “chi sono?”, se non c’è la domanda “che cosa è rimasto?”. Figure che, conosciute, chiamano adesso: Wilhelm Reich, Nietzsche. Ma Nietzsche deve funzionare come un polo di maggio innalzato tra Heidegger e Sade. Questo perché bisogna mantenere alte le tradizioni germaniche.
L’odio nei confronti del meticcio italiano è ciò mi sostiene dal profondo. L’odio nei confronti di ciò che io chiamo (in segno di disprezzo verso il “popolo” italiano) “il meticcio italiano” è ciò che deve determinare il carattere di ciò che è veramente europeo. Ma l’odio verso il meticcio italiano è ciò che deve richiamare all’odio verso ogni tipo di razza sotto-umana. L’odio verso ogni tipo di razza sotto-umana è questione di istinto. Riconoscere una razza sotto-umana è questione di silenzio. Il resto è rumore fatto modernità.
Nei confronti dei meticci italiani ho sempre avuto la stessa forma di diffidenza. L’odio verso ogni tipo di razza sotto-umana è quel mormorio che non può essere consegnato alla modernità, poiché è ciò che la modernità non tratta ma bistratta. Che cosa sono gli Italiani? Un miscuglio, un bastardume, un meticciato. Un miscuglio di mezzi Negri, mezzi Zingari, mezzi Ebrei, mezzi Arabi, mezzi Indios. Parlare di Italiani è il modo più spiccio per parlare di razza sotto-umana – quando non si hanno più spiccioli da spendere. Gli Italiani sono l’autentico meticciato che ha conquistato il mondo. Le forme sub-umane che lo compongono sono solo feccia che impesta il mondo moderno: sono la feccia del mondo che però lo imposta come faccia del mondo. Quando si parla di Negri, di Zingari, di Ebrei, di Arabi, di Indios, di meticciato, si parla solo di feccia. Feccia che deve essere eliminata attraverso il richiamo a un grande sciacquone. Ma dove trovare l’anello della catena che, tirandolo, spazzerà via tutta quella feccia dal mondo – azionando il grande sciacquone? Vale a dire: dove trovare il grande sciacquone?
Solo uno Stato Mondiale – ma beffardamente, nei confronti della globalizzazione – potrebbe prendere in considerazione l’autentico progetto mondiale di una eliminazione delle razze sotto-umane attraverso un grande sciacquone. Infatti l’unico modo, per cui la “globalizzazione” potrebbe essere richiamata, è il progetto globale della eliminazione delle razze sotto-umane. Questo perché è possibile parlare di Europa solo attraverso una rifondazione dell’Europa a partire da Auschwitz. Così questo progetto deve prendere in considerazione tanto il progetto degli abbattimenti mirati quanto il progetto della costituzione di una nuova schiavitù. Auschwitz è il progetto da cui l’Europa deve partire per una rifondazione dell’idea di Europa.
Le razze sotto-umane devono infatti rispondere a questo doppio intendimento: abbattimenti mirati e costituzione di una nuova schiavitù (per “abbattimenti mirati” si intende la soppressione di quegli individui che, appartenendo alle razze sotto-umane, non possono funzionare come schiavi; per costituzione di una nuova schiavitù si intende la messa in opera di una nuova casta di schiavi; la compresenza del concetto di abbattimenti mirati e di ricerca di una nuova casta di schiavi è ciò che porta alla formazione di un nuovo concetto di essere umano).
Che è ciò che porterà al nuovo inizio della filosofia.

Roberto Maini nella maledetta Italia
Odd Andersen alla Ølhallen

 

Roberto Maini (video)          Odd Andersen (audio)

Hallvard Birkeland

Solo un nido di parole rende uno scrittore. Ma essere scrittore è ripiegarsi su uno snodo di parole. Infatti ciò che si snoda insegna sempre più a fare a meno del soggetto. Lo scrittore diventa così descrittore di tempi. Ho cominciato a sapere di Hallvard negli anni Novanta. Tempi ancora piovosi. Alla Ølhallen ho imparato a riconoscerlo. Arrivava con uno zainetto. Erano i pomeriggi in cui si manifestava quello che per me, per diversi anni, sarebbe stato ancora il dono della tarda estate artica. Ma dal 1983 la chiamavo così. Con il duemila cambierà. A volte lo vedevo già seduto al suo tavolino. L’unico tavolino in quella sala della birra per due persone. Preferivo il posto in fondo, quello a lato del segno Utferd (“Fortuna”). Sul suo sgabello Hallvard scriveva in un taccuino con la copertina nera, appoggiato al muro davanti alle finestrelle scure sotto la Storgate. Prendere appunti è tutto quello che deve fare uno scrittore. Da quelle finestre veniva la luce d’autunno. Qualche volta mi ha chiesto il giornale, quando nelle rastrelliere a muro nessuna copia era più disponibile dietro i due orsi imbalsamati. Forse allora non c’erano ancora. Sagome che si vedono ancora adesso. Cose per turisti. Per gente di passaggio. Il giornale si chiamava “Bladet Tromsø”. Ora si chiama “iTromsø”. Da allora, quando mi sono trovato ad occupare quel tavolino, l’ho sempre segnalato come “Il posto di Hallvard”. Poi nel tempo ho imparato a maneggiarlo. Entrando, e trovandolo vuoto, l’ho sempre strisciato lentamente sul pavimento, attento a non fare troppo rumore, ma in modo da ottenere lo spazio per il bagaglio che sistemavo contro l’angolo del muro, prendendo poi un sedile dai posti vicini, se lì non c’era o se solo volevo cambiarlo. Ormai mi muovevo con la disinvoltura di chi ormai quel luogo lo conosce. Il colore del legno del tavolino era perfettamente intonato a quello del soffitto, delle pareti e del pavimento. A volte mi è capitato di vederlo passare dopo essere entrato, dare un’occhiata e riconoscere il posto occupato da me. Indossava un maglione chiaro. Uno scrittore è qualcosa che serpeggia appena, furtivo in un tempo e in uno spazio contato, raccolto in un gomitolo tutto suo di parole mai svolto fino in fondo. Per questo lo scrittorte è la cosa più facile del mondo da schiacciare. Ma scrittore è colui che è chiamato a rendere conto intorno a un posto nel mondo. Questo perché scrittore è colui che, a differenza di tutti i suoi simili, riesce a fare a meno delle parole in quanto strumenti per comunicare, al fine di spedirle in spazi di bellezza impensati. Così mi sono reso conto che quello è il posto giusto per uno scrittore. Poi in inverno ho imparato a vederlo al venerdì prima della Quarta Domenica d’Avvento, quando il locale risuona pieno zeppo per l’apertura delle feste del Solstizio d’Inverno. Occupava uno spazietto in piedi, col bicchiere di birra appoggiato davanti. Ormai la città era cambiata. Laurizt non c’era più da tempo (l’ultima volta che l’ho visto era nel luglio 2006). Unni ho continuato a vederla sia alla Ølhallen che alla Jernbanestasjon. Una volta mi ha riconosciuto di colpo, al banco della Ølhallen, era in fila come me per pagare. Ordinava le birre come gli altri clienti. Odd Andersen l’ho visto e sentito l’ultima volta nelle feste del solstizio d’inverno 2014. Prima di vederlo, l’ho sempre sentito. Occupavamo due spazi diversi. Il suo ritratto lo fotografavo già da tempo. Adesso sembra che Goffy venga solo tra le 13 e le 14. Una volta Goffy mi ha detto: «Författaren är här!». Mi aveva visto sfogliare la copia di Hotel du Nord. Con il suo soffitto a volta, i mattoni della Ølhallen sono sempre stati un locale caldo e accogliente, tanto in estate quanto in inverno. La terra crea il suo abitante, ma con attenzione lo chiama da lontano. Quando forte è il pericolo. Le prime volte che frequentavo la Ølhallen i sedili non erano imbottiti. Poi ho visto fare la piccola pedana a sinistra dell’Utferd. Dalle finestrelle vedevo in estate l’autunno che mi avrebbe aspettato. Non ho mai amato la terra dove poi lo avrei visto arrivare strisciando. Amare e odiare è solo spegnersi a fianco di persone delle quali si sa a malapena un nome. Il calo di presenze lo si riconosceva nel modo in cui ci si muoveva disinvolti nei bagni. Dopo un po’ hanno messo i rubinetti con la cellula. Mi è capitato di farne vedere il funzionamento. Goffy occupava lo spazio in fondo, davanti al computer portatile. Su YouTube ho visto i voli dei modellini cadere a spirale in quei grandi cieli del Nord. Si riconoscevano sempre le forme dei monti. Forme dove i monti chiamano il mare, ma con un volo livido e freddo, come livido e freddo è il mare, quando livido e freddo è il dono di un ultimo dio appena prima del risveglio.

Identità: Pubblicità Progresso

Nome: Italo
Cognome: Di Merda
Lingua: Italiano di merda
Nazionalità: Italiano di merda
Razza: Meticcio italiano di merda
Luogo di nascita: Italia di merda
Residenza: Italia di merda
Professione: Italiano di merda
Stato civile: Italiano di merda
Segni particolari: Italiano di merda

Un italiano di merda ruba anche quando non ruba! Non permettere che un italiano di merda rubi in Europa!